Traduttore automatico - Read this site in another language

venerdì 28 novembre 2008

Medico-Chirurgo

Il fiume se ne andava giù zitto, come un placido signore a passeggio tra i fusti. Nel bosco era silenzio e soltanto se mi tendevo con l’orecchio sentivo un vago lontano sommesso rumoreggiare.
Parlottava un po’ del tempo bigio di questa stagione di mezzo ma senza mai alzare la voce. Ed io lo seguivo lungo il sentiero, immaginando che seguisse gli argini che non potevo vedere. Ma poi scompariva qualsiasi sentire e allora capivo che l’ansa del fiume lo aveva allontanato da me.
Caparbio riprendevo la china di passi già compiuti, per ritrovarlo come fa il figlio che insegue per sempre l’ombra del padre. Inesistente il cielo finiva per specchiare l’oscuro presagio che fosse ormai lontano. Così mi sedevo nascosto tra le spighe di gramigna a sentire il ronzio di grossi calabroni. Orribili, neri e rossi, volavano così bassi. Mi terrorizzavano col loro volo radente, quasi a schiantarsi contro la mia faccia. Ma non accadeva mai ed io accettavo il mistero dell’inutile paura e dell’infallibile natura. Restavo qualche attimo ancora lì in ascolto assorto per sentirli scomparire nell’aria frizzante di novembre quando la neve d’inverno aspetta sulle cime più alte e vaghe e sulla terra ce la rammenta la linfa ghiacciata e le foglie arse. Poi il cuore si riempiva ancora di paura all’abbaiare di cani forse randagi, vecchi pastori senza gregge a caccia di una mano amica e pietosa. Ma io avevo solo bisogno di avere paura. Un infantile desiderio di temere le cose oscure tutte pronte lì fuori quando sarei stato grande, quando avrei avuto coraggio. Un giorno il fiume se ne è andato ed io ho smesso di inseguirlo, nei meandri argentei del sottobosco appenninico. La mia maglietta bianca unta di olio è diventata camicia. Una bella camicia azzurra con su la cravatta.
Così capita che suono al campanello di una porta di una casa che non conosco e mi rammento quella porta antica di legno col patocco di bronzo a forma di leone che usurata dal tempo, non si chiude più a dovere. Mi appare il volto di una vecchia signora mai vista prima che mi accoglie caldamente. Mi ricorda le signore sedute a filare sui gradini di fronte casa di mio nonno, i pomeriggi d’estate. Vociavano piano, ogni tanto si alzava una risata più forte, noi le guardavamo stupiti e loro continuavano il loro lento lavorare. Vestite rigorosamente di nero, i capelli di lanugine grigia, calzavano grossi scarponi col fango dell’orto. Poi qualcuna di alzava e tornava dentro a preparare la cena, qualcun’altra chiudeva le galline nell’aia prima che imbrunisse chiamandole a se con un buffo verso “pi-pa” diceva e loro scemavano pigolando e scuotendo le penne.
“Buongiorno signora come sta?” le dico distratto. Non vedo quasi niente nella penombra del tinello.
Così, che vuole, con gli acciacchi della vecchiaia” e ridacchia. Lo stesso strano ridere da vecchie.
“Venga dottore venga”. E mi accompagna in camera da letto dove il marito sta su una poltrona a
farsi guardare da una tv accesa. Il chiarore dello schermo diffonde una luce fredda che taglia lo sgradevole odore dell’aria. Che sa di piscio e medicazioni. Quel vecchio non saluta me, tende la mano stanca e secca alla mia figura alta e giovane. Al mio probabile aiuto professionale. Alla mia supposta sapienza. E così lo visiterò. E presto me ne uscirò da quella vecchiaia che mi afferra la gola, la porta si chiuderà sul volto sereno della donna e al suo riconoscente saluto. “Non vuole un caffè, dottore?”.
Quando ero bambino il mio pediatra era alto e magro. Lo sentivo parlare piano fuori la porta con mia madre. Non so com’è, ma quando stavo male non c’era mai mio padre a parlare con lui. Me lo ricordo in un bel vestito grigio chiaro, ne ho uno anch’io così, la faccia lontana e triste. I dottori sono davvero strani, degli aristocratici che fanno un lavoro così proletario. Intendo stare tra la gente, anche la più umile, la più ignorante. Figli di luminari, di banchieri o avvocati, me li immaginavo, hanno letto migliaia di libri, hanno studiato una vita intera i misteri di questi corpi malati e poi passano dal salone delle feste in casa loro ai Parioli alla cameretta dell’alloggio al sesto piano a parlare con gente che non li capirà mai, con la loro espressione composta tra le lacrime e le bestemmie di un popolo così lontano e diverso. Una cosa senza senso, mi sembrava. O anche meravigliosamente democratica. Mia madre piagnucolava qualche parola che non capivo e la sua gentilezza era ridicola. E lui neanche stava a sentirla, in apparenza. Ma capiva tutto o fingeva. Mi guardava intenso come per scrutarmi dentro. Ecco, mi sembrava un prete. Ma non come quei preti di parrocchia , salesiani, impegnati tra radio e missioni, col maglione a collo alto, con le maniche sempre rimboccate, capaci di tirare anche qualche calcio al pallone in oratorio. No, uno di quei preti da film, mesto ma soave, cogli occhi chiari, colto che dice alla signora ricca e grassa, dimagrisca che la porta del regno dei cieli è stretta! “ Su, non stai male mica ..” mi sussurrava. La stessa cosa mi succedeva dal barbiere. Io odiavo andarci da bambino, preferivo che mio padre mi tagliasse i capelli. Anche se non lo faceva benissimo, o all’ultimo grido. Ma non sopportavo quell’ambiente monosessuale che c’è nelle barberie da uomo. Adesso lo cerco magari, per sfuggire a questo mondo inflazionato dalla figura femminile e da parrucchieri per tutti. Allora ero più intransigente. Chi non è uomo non può capirlo. Gli acconciatori per signora sono finte checche che urlacciano o ci provano falsamente colle clienti, mentre la shampista e la manicure spettegolano di gossip. Queste cose le so perché delle volte accompagnavo mia madre a farsi la permanente, ma questo lo racconterò un’altra volta. I barbieri, no! Sussurrano l’ultima notizia al tuo orecchio, cose da uomini, credono, e ti chiedono, rischiando l’incipiente accusa di omosessualità, se ci vuoi la lacca o il gel. Ho sempre odiato la lacca, e mal sopporto la brillantina. La barba poi non la fanno quasi più, allora perché si fanno ancora chiamare barbieri. Qualche secolo fa il barbiere cavava pure i denti ed era una specie di chirurgo, il medico filosofeggiava al limite della magia. Poi siamo diventati nelle nostre università medico-chirurghi e il barbiere è rimasto lì nella sua bottega annunciata dalla spirale multicolore fuori la porta.
“Qui c’è la bistecchina.” Mi palpava l’addome il dottore e intanto giocava con me. Ed io non avevo paura. “uhm, qui un bel po’ di pastasciutta!”. Era meraviglioso. Ora che mi ricordo mi rammenta, come spesso accade, un altro ricordo. Come una catena.
Il mio primo tirocinio. Con il professore di endocrinologia, mi sembra. Un tipo che non sapevi collocarlo per età, coi sui baffetti e l’aria furba, magro forse bello.Per la sua posizione doveva avere almeno quarantacinque anni, ma ne dimostrava dieci di meno. Gli piaceva giocare con noi studenti, mischiarsi al nostro cicaleggio. Ed io invece stavo lì serio, quasi impietrito. Il mio primo ambulatorio. Con pazienti veri. Ero una specie di statua, dietro la scrivania, in piedi. Lui stava a suo agio nella poltroncina in similpelle. Io nel mio primo sgualcito camice, troppo grande, lui perfetto nel suo camice inamidato, colle penne al taschino e un fonendoscopio che sporgeva dalla tasca. Lui parlava coi pazienti, li ascoltava, li visitava, scriveva sul suo ricettario. Ed io vedevo passare tante storie diverse in transito nel mio cervello per pochi minuti. Cartelle cliniche ingiallite e facce senza nome, malanni d’ogni sorta che mi riconducevano ad una pagina di libro letta qualche mese prima ed ora erano in un vortice sulla pelle di quelle persone. Non più uno schema a colori disegnato dal Netter. Uomini e donne che stavano male, davvero. Sudavo senza darlo a vedere, ero stanco come se avessi zappato la terra. Un cerchio mi cingeva la testa fino a far scoppiare la stanza e farsi nebbia. Praticamente stavo lì ma non capivo che un quarto di ciò che tutti dicevano. Sapevo meno degli stessi pazienti! Mi stavo deprimendo. E lui scherzava colla ragazza barbuta in mutande, per sdrammatizzare. Spiegava sorridendo ad un vecchio che ad una certa età il “pinguino” non fungeva più e un po’ era colpa del diabete. Era quasi divertito ma poi si faceva serio e compilava diligente le sue carte. Tornava sornione a sorridere tendendo la mano e la prescrizione al paziente che contento infilava la porta. Avanti un altro. Era per me perfetto, certa gente sembra nata per fare il dottore. Ed io, secchione, pieno di nozioni nella testa, un fumo nero di cellule, muscoli e tumori che opprimeva la mia intelligenza, mi sembravo inadeguato. In realtà uno impara a fare finta di essere dottore, col tempo.
Non riuscivo a capire come facesse il pediatra a sapere con esattezza il mio menù e fare il giochettino dei cibi nella pancia. Ma ci riusciva, ci prendeva sempre e il suo fascino cresceva. Sospetto che mia madre fosse complice, anche involontaria. Ma non li ho mai scoperti. Le sue mani erano giganti, ma non lasciavano impronte.
Da qualche anno non veniva più a trovarmi perché ero cresciuto. Poi mi dissero che era morto. Un
malanno di cuore. E non era fumatore, aggiunse mia madre guardando di sbieco mio padre.
Io non ci ho mai creduto veramente.
Sono tornato in vacanza sull’appennino d’Abruzzo, ho rivisto il fiume scorrere nel bosco, il lago incantato che sommerge le case e gli alberi. Ma non è stata più la stessa cosa di prima. Ovviamente, non era più lo stesso incanto di cose nuove e antiche assieme. I calabroni continuano insistentemente a ronzare e mi fanno comunque schifo. Li caccio con un bastone, non sono più impaurito complice di quell’arcano. Ero un piccolo idiota che giocava col mondo. Un mondo reale trasformato come dietro un vetro smerigliato. Ora sono un idiota più grande e per giunta non gioco neanche più volentieri. E’ questa la differenza. Il nostro problema è la serietà. Migliaia di libri letti, i cadaveri aperti all’obitorio, il morto che grida il dolore del suo corpo trafitto ancora vivo, migliaia di giorni passati ad ascoltare, a palpare, a scrutare radiografie. I ricordi trillano come la suoneria del telefono. Sto zitto e aspetto di capire. Poi delle volte rispondo e c’è qualcuno dall’altra parte.
“Lei si chiama?” La sclerosi multipla. A placche. Il male del secolo. Risonanze magnetiche e qualità della vita. Immagino. Una sedia a rotelle tecnologica. Un bimbo cerebroleso. Un piccolo cadavere in una grande tomba. Il mondo di sua madre. Migliaia di tomi per scoprire che non si sa perché viene. “Che strano, non trovo la sua scheda precedente, ma è sicuro di essere già venuto…” Ventuno secoli dopo Cristo e gli stessi dubbi. Le stesse domande. La gente in fila e la mia barba di sapiente. Squilla il telefono sulla mia scrivania. Che non è neanche la mia.
Cantavo “el pueblo unido jemas serà vencido”. Fine anni settanta. Il ‘Che’ era già morto. Era già mito. Tanta gente per la strada, per la pace, per la guerra. Poi le brigate rosse ci hanno tolto il gusto di essere incazzati sinceramente. Per paura di pensare male. Di essere collaterali. La gente però è sempre tanta e sta male. La stempiatura bianca mi rammenta mio padre, mentre lo osservo. Lui non può saperlo. Il brutto di quest’anima che abbiamo è che tu senti di continuo, pensi e ricordi, ma non sai mai se gli altri riusciranno a capirti. A sentire. A raggiungerti dove stai viaggiando. Una solitudine immensa mi circonda, ed ho una tremenda fila di fuori, mi dice l’infermiera.
La stessa paura dopo ogni vittoria. Mi ricordo gli esami, dopo tanti anni, ad uno ad uno ma sembrano tutti uguali. Una grande fatica a mettere tutto dentro la testa e a fuoco il giorno del verdetto. Poi un trenta oltre l’ostacolo. Sempre il primo della classe, sempre con lode. Ma per chi?
Lo fai per la tua gloria, il tuo curriculum, financo per i tuoi cari, sono soddisfazioni, direbbe mio padre. Mai per i pazienti. Paganti e non paganti. Gli occhi sono chiari e profondi, come se uno avesse pianto. Come ad una cerimonia. Gli tocco il collo e scorgo la cicatrice chirurgica. Come un rutto mi sale il ricordo. Ricomincio a pensare e a lavorare. Sotto le mani la pelle ruvida, la sua paura del tumore, mi sembra di sentire ancora addosso a me la paura del giorno prima dell’esame.
Avverto il contatto umido colle mucose e ritiro la mano dal labbro, come dall’ultimo foglio dell’ultimo libro. Il timore di sbagliare risposta o di errare diagnosi. Poi la vittoria. Inutile e disperdente. Quando tutti ti danno pacche sulle spalle, dicono lo sapevo, studia come un mulo. Quando nessuno può capire interamente , tanto che delle volte speri di perdere, di essere spazzato via, di non ricordarti l’ultima pagina dell’ultimo libro letto. Così quante facce soddisfatte, la stretta di mano, l’avevo detto che era così. Quante volte ti sei detto, ma allora sei bravo. E continui.
Una inutile lunga lista di vittorie. Festeggiate colla bottiglia di vino, con l’olio buono, financo col pollo del contadino. La gente è riconoscente, a modo suo. Io resto perplesso perché continuo a non vincere niente. A non sapere quasi niente.
C’erano solo sette posti alla specializzazione, due per assistente all’ospedale civile, uno solo da borsista all’università, quasi venti da tenente medico. Un ammasso di cadaveri di carriere nella spazzatura. Si fanno le scarpe per niente. Solo per la faccia. Sono nati tutti coll’osso in bocca ma io l’ho dovuto mollare. Non mi dispiace nemmeno, adesso. Nessuno ha sofferto, alla fine.
Che strano paese il nostro, dove ti ammazzi di studio, tuo padre ci butta il sangue per finanziarti fino alla fine, tutti ti ammirano perché ti sei laureato e specializzato. Poi rimani lì in un angolo perché il posto è del figlio di quello ch’è già professore. Tuo padre è impiegato, contessa.
Ho staccato il telefono perché voglio lavorare in pace. Ma i pensieri non hanno bisogno del filo per correre e Marconi e Bell e tutti gli altri in fondo non hanno inventato niente che non ci fosse già. Vorrei saper giudicare tutto questo ma ho poco immaginazione. Al posto delle stelle ho visto buchi neri nel cielo dei carabi dello screensaver, al posto dello sfigmomanometro un grazioso apparecchio che digita i valori pressori, al posto dei telefoni la rete ma si paga ugualmente, invece che aerei sfrecceranno shuttle, faranno gallerie in plexiglass al posto delle autostrade.
Con un tubo di fibre ottiche scruto la gola del paziente. Non so se siamo davvero credibili come eroi o siamo solo imbecilli sognatori. Con o senza campi di battaglia dove raccogliere soldati. Mi ha sempre sorpreso vincere, preferisco stare a parlare o discutere, perché dura di più vivere.
Ho letto davvero migliaia di libri ma non sono cambiato. Certe volte mi metto la maglietta bianca e guardo il profilo delle montagne. Mi indigno ancora, nonostante tutto quando la fornace inghiotte gli operai e li fonde insieme in un’unica morte.
E adesso mi ricordo anche il nome di questo poveraccio, che tanto mi ricorda mio padre, che gli hanno tolto una corda vocale col laser e si sono sbagliati.

Giuseppe MARCHI

domenica 23 novembre 2008

La fondazione di Leptis e il significato di Sirti

Sallustio nel suo "La guerra Giugurtina" ci narra che la città di Leptis, o Lepcis, "fu fondata da Sidonii che pervennero in quei luoghi per via mare, avendo abbandonato la patria per discordie civili".
Leptis si trovava tra le due sirti, insenature che si trovano nel nord Africa, lungo le coste della Tunisia (Piccola Sirte) e della Libia (Grande Sirte). Con il dominio dei Romani iniziò ad essere chiamataLeptis Magna e di questa città oggi esistono ancora le rovine.
Ma chi erano i Sidonii?
E cosa vuol dire Sirte?
Sidone era una antica città fenicia, fondata forse già alcuni millenni prima di Cristo, secondo Sallustio a causa di lotte interne una parte della popolazione si allontanò dalla città e si fermò tra le Due Sirti dove fondò una città.
Quando questo avvenne non si sa, fatto sta che Leptis esisteva già prima dell'inizio delle guerre puniche.
Il termine Sirti, per quanto ci dice Sallustio, "derivò da una caratteristica fisica [..] infatti quando il mare prende ad ingrossarsi e a infuriare la sferza del vento, le onde trascinano fango, sabbia, sassi enormi; così l'aspetto di quei luoghi varia col variar dei venti. Da questo "trarre"furon dette Sirti", ecco dunque spiegato che il termine Sirti fu attribuito in virtù del fatto che la caratteristica di questa parte del mare è quella di "trascinare" ogni cosa!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

venerdì 21 novembre 2008

Sallustio, la guerra Giugurtina e le antiche popolazioni dell'Africa

Caio Sallustio Crispo (86-34 a.C.), storico latino nonché Senatore della Repubblica, dopo una vita in politica, intensa ma chiacchierata, alla morte di Cesare nel 44 a.C. si ritirò dalla vita pubblica.
Come politico c'é chi dice che non ebbe un grande successo, fatto stà che accumulò un enorme patrimonio e quando non poté più esercitare, causa un certo numero di scandali, abbandonò tutte le attività politiche per dedicarsi all'ozio dello storico e del letterato...
E' autore della "Congiura di Catilina", "La guerra giugurtina" e le Storie, di cui restano numerosi frammenti... e grazie alle sue opere che diventò uno degli storici più famosi della latinità.
Dopo aver letto la congiura di Catilina (63 a.C.) sono passato alla guerra di Giugurta e in quest'opera ho trovato quegli spunti di riflessione che vado generalmente cercando nei testi antichi... notizie particolari, nomi di popoli e nazioni, loro origini, invasioni...
Ma andiamo per ordine...
Chi era Giugurta?
In che periodo visse?
Quali grandi imprese compì?
Per rispondere a queste domande occorre tornare indietro nel tempo, fino al 230 avanti Cristo, quando i Romani combattevano contro Cartagine per la conquista del Mediterraneo! In quel periodo le alleanze si creavano e si disfacevano così come accade oggi. Uno degli alleati Romani era il Re di Numidia, regno che occupava parte dell'Africa del Nord.
Uno dei Re di Numidia che appoggiò Roma nella sua guerra contro Cartagine si chiamava Massinissa che, alla sua morte, lasciò il regno all'unico figlio sopravvissuto, Micipsa.
Micipsa a sua volta generò due figli, Aderbale e Iempsale e adottò il nipote Giugurta, figlio di un suo fratello morto di malattia. Alla morte di Micipsa, Giugurta, valoroso in guerra e benvoluto dai suoi uomini pensa bene di prendersi il regno con la forza e non esita a eliminare i fratellastri comprandosi l'appoggio dei Senatori romani affinché nessuno si preoccupasse di lui e di ciò che accadeva nella lontana provincia di Numidia. Siamo nel 111 a.C. e sta iniziando la guerra di Roma contro Giugurta...
Come mai Sallustio si occupò di questa guerra? Potrete chiedervi...
Semplice, Sallustio dopo la guerra civile del 49 a.C., che vede Cesare vittorioso salire al potere, come ricompensa per i suoi servigi fu nominato governatore della provincia dell'Africa nova e qui ebbe probabilmente tutto il tempo di raccogliere libri e tradizioni orali.
Sono proprio queste notizie, comunque Sallustio le abbia ottenute, che mi interessano!
Ma facciamo parlare Sallustio:
"benché non condivida l'opinione divulgata dai più, tuttavia riferirò nel modo più breve possibile , secondo quanto ci è stato tradotto dei libri punici, che vengono attribuiti al re Iempsale, e secondo le opinioni degli abitanti di quella terra"...
Ecco dunque da dove vengono le notizie...
Così Sallustio ci racconta che i primi popoli che abitarono l'Africa erano detti Getuli e Libii ed erano rozzi e barbari, non avevano leggi ne capo, ed erano vagabondi...
Poi arrivò Ercole alla testa del suo esercito composto da Medi, Persiani e Armeni, un esercito stranamente assortito... ed infatti, morto il grande condottiero, cosa che secondo gli Africani accadde in Spagna, l'esercito si sciolse e così accadde del suo regno, se mai ne ebbe uno!
I Persiani si stanziarono nei pressi dell'Oceano, nel territorio dei Getuli, e usarono le chiglie delle loro navi come capanne in quanto pare non vi fosse legna nelle vicinanze. Il tempo passava e Persiani e Getuli divennero un unico popolo che era uso spostarsi frequentemente, da ciò gli derivò il nome di "Nomadi", forse dal greco "nomades", cioè "vaganti". Il nome col tempo divenne "Numidi" e il loro territorio "Numidia". Ancora ai tempi di Sallustio le loro capanne erano costruite a forma di chiglia di nave rovesciata, il nome di queste abitazioni era "mapalia".
I medi e gli Armeni invece si mescolarono con i Libi e cominciarono a sviluppare rapporti commerciali con la Spagna. I Libi, nella loro lingua, chiamavano Mauri i nuovi arrivati che pian piano presero appunto a chiamarsi "Mauri" e dimenticarono quello di Medi.
In seguito, dice Sallustio, arrivarono i Fenici che fondarono alcune città lungo la costa, tra queste Ippona, Adrumento e Leptis, tra le due Sirti, e poi Cartagine...
A sud della Numidia vi erano ancora dei Getuli e ancora più a sud gli Etiopi, ai confini con le cosiddette "terre bruciate", il deserto! Infatti Etiope significa "dal volto bruciato".
E così abbiamo parlato brevemente delle antiche popolazioni del nord Africa, così come Sallustio affermava aver appreso dalle traduzioni dei libri punici...
Chissà quante altre informazioni potremmo trovare sui libri punici se esistessero ancora...
Ma esistono ancora?
Chi mi sa aiutare?
Chissà che non sia lo stesso Sallustio, magari nelle sue Storie, a darci delle altre interessanti informazioni...
Chi vivrà vedrà!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

domenica 16 novembre 2008

Sui libri sibillini

I libri sibillini sono dei testi antichi che raccoglievano gli oracoli di Apollo e venivano usati per leggere nel futuro.
La prima volta che ne sentii parlare non ci feci molto caso, mi appuntai su un foglio una breve nota per un successivo approfondimento che poi, come tante altre cose, finì nel dimenticatoio!
Ci tornai poi nuovamente per caso, e questa seconda volta approfondii un pochino...
Così lessi, da qualche parte, che un giorno una vecchia si presentò da un Re di Roma e gli propose di acquistare dei libri antichi ad un prezzo enorme. Il Re di Roma si rifiutò, la vecchia prese tre libri e li bruciò e offrì al Re gli altri libri per lo stesso prezzo.
Il Re rifiutò ancora. La vecchia bruciò ancora tre libri e offrì gli ultimi tre al Re senza cambiar prezzo...
il Re, incuriosito li comprò. La vecchia andò via e non se ne seppe più nulla! Si dice che la vecchia fosse la Sibilla Cumana.
I libri da allora vennero custoditi a Roma, nel Tempio Capitolino. Venivano consultati da un collegio di sacerdoti solo in caso di gravi pericoli incombenti su Roma.
Sallustio li cita nel suo testo "La congiura di Catilina".
"... Lentulo, che stava sulla negativa, oltre che con la lettera, coi discorsi che era solito tenere: che secondo i libri sibillini, la signoria di Roma doveva pervenire a tre uomini della famiglia Cornelia; che Cinna e Silla già l'avevano tenuta ed egli era il terzo cui il destino riservava di impadronirsi della città..."
Siamo nel 63 a.C. e Catilina cerca di conquistare Roma con un colpo di Stato!
In quel tempo, i libri originali che la sibilla vendette ad un Re di Roma (alcuni dicono che il Re fosse Tarquinio Prisco - 5° Re di Roma, morto nel 579 a.C. - altri pensano che si trattasse di Tarquinio il Superbo -ultimo Re di Roma, tra il 534 e il 510 a.C.) già non c'erano più. Pare che andarono distrutti durante l'incendio che il 6 luglio dell'83 a.C. distrusse il Campidoglio. Furono sostituiti, forse da una copia...
Che fine anno fatto?
Esiste ancora traccia di questi libri?

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

sabato 8 novembre 2008

Visita a Lecco

E' sabato, una bella giornata per essere a novembre. La mattina il sole fa capolino sopra i tetti di Legnano...
Decidiamo di uscire per visitare una cittadina della Lombardia...
Vada per Cernobbio, poco dopo Como, sull'omonimo lago...
Arriviamo poco prima di pranzo, il paese è carino ma piccolo, una bella villa ci accoglie, una bella passeggiata lungo il lago,una bandiera italiana sventola in mezzo agli alberi, tra i colori dell'autunno, ricorda a tutti chi siamo, o chi eravamo... una sosta in un piccolo parco per mangiare un panino, qualche foto e poi si riparte... Bergamo? Monza?
No, Lecco!
Ci dirigiamo ad est per 30 chilometri, lungo la strada visitiamo Cantù
(campanile della Basilica di S. Paolo, costruito nell'anno 1000
quando era una torre del Castello dei Pietrasanta)

e poi si riparte per Lecco.
Arriviamo alla bella cittadina sul lago senza difficoltà, non c'è traffico.
Il lago e fantastico, circondato da montagne colorate di rosa...Sembra quasi di essere affianco a lui... sul lago, a sudare...
L'aria è frizzante e passeggiare é piacevole...
E così siamo arrivati alla fine della giornata...E con questi splendidi colori vi lascio...
Alla prossima!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

venerdì 7 novembre 2008

DA PADRE A FIGLIO

Ti insegnerò la pioggia quando viene

A Novembre lugubre sui muri grigi

Ti insegnerò il ricordo che sussurra

All’animo triste e gli reca conforto


Il sole dietro i palazzi farsi basso e gigante

Il correre veloce delle ombre dietro i giorni

E gli attimi terni dell’amore nostro


Ti insegnerò le ore dell’orologio appeso

Al muro della cucina e il suo datario perpetuo

Ti insegnerò quel vetro infranto dall’abbandono

Una luce accesa per sempre


La via percorsa per chilometri con lo stesso passo

Le belle bandiere e il poco vento a farle vela

E lo spavento in fondo alla strada finita


Ti insegnerò le parole di una canzone

Quando viene il sole a farci ballare

Ti insegnerò che non basta vivere

Dobbiamo amare e cercare


Il sapore salmastro del mare chiuso dentro

La mano di sabbia e domani qualcuno sarà lì

Ad aspettarti per riprendere il viaggio

Giuseppa MARCHI

sabato 1 novembre 2008

Gli errori della storia...


Legnano, un sabato di fine Ottobre, libreria Giunti...
Così si potrebbe dire che inizia una storia nuova e fantastica... o almeno, inizia la sua revisione, correzione, rivisitazione... ad opera di Hans-Joachim Zillmer!
Come spesso accade, entro in libreria per guardare le novità ed esco con un libro nuovo...
Questa é la volta del favoloso volume di Hans-Joachim Zillmer, un ingegnere edile appassionato di archeologia ma non solo, autore di diverse opere divulgative tra cui "L'errore di Darwin"... che ancora non ho letto ma fa già parte della lista!
Come faccio sempre prima di comprare un libro, lo prendo dallo scaffale, lo rigiro tra le mani, leggo le brevi note sull'autore e poi apro una pagina a caso e la leggo... e poi un'altra ed un'altra ancora...
Mentre il resto della famiglia visita la libreria io sto fermo la, inchiodato di fronte allo stesso scaffale col libro aperto...
Nelle poche pagine viste ritrovo molte delle mie idee, la passione per l'archeologia, lo studio dei testi classici antichi, la voglia di non fermarsi davanti all'apparenza solo perché ufficialmente riconosciuta ma di andare a fondo nello studio dei fenomeni... è un attimo e il libro, con il beneplacito della mia famiglia, entra a far parte della biblioteca di famiglia!
La prima cosa che mi colpisce durante la lettura é la quantità di reperti quasi sconosciuti descritti. Tra questi vi sono varie testimonianze della convivenza di uomini e dinosauri!
Folle, direte... forse... o forse no! Chi può dire con certezza che tale eventualità non si sia mai verificata? Io no, e preferisco da tempo stare alla larga dalle certezze per lasciare spazio al dubbio...
Le certezze ammazzano la scienza... i dubbi la spingono in avanti!
L'autore ci conduce lungo un percorso difficile e quasi sconosciuto, spesso ignorato dal pubblico e appositamente evitato dalla scienza ufficiale.

E se fosse vero quello che tutte le antiche civiltà hanno sempre affermato sul diluvio universale?
E se fosse vero che i draghi un tempo sono esistiti, affianco agli uomini?
E se fosse vero che...

E se fosse falso che i dinosauri scomparvero 65 milioni di anni fa?
E se fosse falsa la teoria dell'evoluzione di Charles Darwin?
E se fosse falsa la teoria della tettonica a zolle?
E se fosse falso che...

Miti... leggende... o storia vera, nell'unica forma possibile... nell'unica forma che poteva in qualche modo sopravvivere allo scorrere del tempo... tradizione orale!?!

Karl Brugger, autore del libro Cronaca di Akakor: mito e saga di un antico popolo dell'Amazzonia prende parte e ci racconta che gli indiani che popolavano l'Amazzonia sono depositari della storia delle catastrofi che colpirono la Terra... la prima nel 10481 a.C., la seconda avvenne circa 6.000 anni dopo, questa è la descrizione... "E gli dei iniziarono a distruggere gli uomini. Mandarono dunque una stella formidabile, la cui scia rossa ricoprì tutto il cielo. E mandarono un fuoco più splendente di mille soli... Piovve per tredici lune. Tredici lune di pioggia ininterrotta. Le acque dei mari salirono. I fiumi scorsero al contrario. Il grande corso si tramutò in un enorme lago. E gli uomini vennero sterminati. Affogarono in quei flutti spaventosi".
Che dire... tutto plausibile... perché no? Perché la scienza ritiene che tutto ciò non sia mai accaduto? Non sia potuto accadere?

Una mappa del sistema solare del 2500 a.C. ci mostra un sistema solare particolare...
Si tratta di un sigillo cilindrico Accadico che rappresenta tutto il sistema solare, compreso il pianeta Urano (scoperto solo nel 1781 da Sir Friedrich Wilhelm Herschel), il pianeta Nettuno (scoperto nel 1846) e Plutone (scoperto nel 1930).
Ma gli antichi astronomi rappresentarono anche un altro pianeta che chiamavano Tiamat, lo stesso pianeta che i greci conoscevano col nome di Phaethon, a noi noto col nome Fetonte... e tutti sappiamo cosa combinò questo figlio del Sole...

Ma cosa accadde realmente?
Forse non sapremo mai la verità, ma perché non credere a ciò che ci è stato tramandato? Forse pensiamo che gli antichi sacerdoti che conoscevano l'arte della scrittura la usassero per prendere in giro il prossimo? Forse che i sacerdoti scrivessero romanzi di fantascienza?
E se pure tutto ciò fosse possibile, perché non cercare di approfondire?

E se il pianeta conosciuto col nome di Nibiru dai Sumeri, Marduk per i Babilonesi, non fosse una fantasia ma fosse realmente esistito?
Loro affermavano che questo pianeta era il 12° del sistema solare e che si muoveva lungo un'orbita opposta agli altri pianeti. Durante il suo percorso all'interno del sistema solare un satellite di Nibiru/Marduk si scontrò con Tiamat/Phaethon che si spaccò!
Nacque così la Terra...
Siete curiosi? Io si, questa storia è descritta nel saggio di Zacharia Sitchin sull'epopea di Gilgamesh... altro libro che non vedo l'ora di leggere nonostante abbia già letto diverse volte l'epopea!

Un'altra domanda... come facevano questi antichi popoli a conoscere il sistema solare così bene?
E perché si persero le conoscenze? Cosa accadde?
Anche gli Egizi conoscevano il sistema solare meglio di quanto comunemente si creda o si racconti nei testi ufficiali. Nel 1857 Heinrich Karl Brugsch trovò su di un sarcofago una mappa celeste con tutti i pianeti, Plutone compreso! Ma tali scoperte non sono mai citate... per molti é meglio nascondere ciò che non si é in grado di spiegare.

L'autore, Zillmer, non si fa scrupoli e porta alla luce tutto ciò che di strano esiste e che é solitamente ignorato dalla scienza ufficiale...
Il libro è ricco di notizie interessanti ma soprattutto fornisce nuove ipotesi che potranno essere ritenute valide o meno, ma che sono senza ombra di dubbio suggestive e aiutano a capire meglio il passato della nostra Terra.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

venerdì 31 ottobre 2008

Che cos'é l'età della Pietra?

Nel 1865 il Barone Sir John Lubbock (30 aprile 1834 - 28 maggio 1913), banchiere, politico, biologo e archeologo inglese pubblicò un saggio passato alla storia col titolo "Pre-historic Times, as Illustrated by Ancient Remains, and the Manners and Customs of Modern Savages", cioè "Tempi preistorici, illustrati per mezzo delle resti antichi e modi e abitudini dei moderni selvaggi".
Fu lui l'inventore dei termini ancora oggi utilizzati per distinguere i periodi della preistoria, Paleolitico e Neolitico.
Il termine Paleolitico deriva da due parole greche: "παλαιός" che si legge "palaios" e significa vecchio, antico, e "λίθος" che si legge "litos"cioè "pietra", dunque "età della pietra antica". In questo periodo la pietra veniva lavorata rozzamente e i manufatti erano di solito di grosse dimensioni e spesso solo abbozzati.
Il termine Neolitico invece deriva dal greco "νέος" che si legge "neos" e significa "nuovo" e "λίθος" che come già detto significa "pietra". In questo periodo che va dal 4.000 a.C. all'invenzione della scrittura, venivano realizzati nuovi strumenti in pietra che dovevano servire agli agricoltori.
Secondo la teoria in maggiormente in voga l'età della pietra è oggi suddivisa in tre periodi, è stato infatti introdotto il "Mesolitico", cioè "l'età della pietra di mezzo" che va dall'8.000 a.C. al 4.000 a.C. circa (diversi autori lo spostano avanti e indietro anche a seconda del luogo di cui si parla). Durante tale periodo si cominciò a realizzare strumenti in pietra più piccoli e meglio lavorati.
In linea di massima durante tutta l'età della pietra si sarebbero utilizzati strumenti realizzati in pietra, osso, legno e conchiglie, lavorati per ottenere strumenti di lavoro e da caccia.
I sempre nuovi ritrovamenti di manufatti in pietra sembra che permettano di far risalire l'inizio dell'età della pietra addirittura ad alcuni milioni di anni fa.
Occorre però ricordare, per onestà intellettuale, che si tratta di "teorie", che esistono reperti archeologici che sono in contrasto con questa visione lineare dello sviluppo umano e che le tecniche di datazione impiegate per i diversi tipi di reperti danno spesso risultati molto differenti tra loro.
A mio parere, la suddivisione delle età del mondo non rappresenta che un modello semplicistico e poco utile e che talvolta rischia di diventare addirittura un limite alla ricerca.
In ogni caso, ciò che è importante capire è che al di la di qualunque modello esiste la verità che deve essere ricercata senza paura di andare contro il modello più in voga...


Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

mercoledì 22 ottobre 2008

La fine dell'economia liberale

Egregi amici tuttologi, le turbolenze estreme alle quali i mercati finanziari sono stati sottoposti negli ultimi periodi, hanno probabilmente segnato l'inizio di un nuovo capitolo della nostra storia più recente, dal titolo "la fine dell'economia liberale".
Gli Stati Uniti e determinati stati europei hanno iniziato ad immettere nel sistema finanziario cifre iperboliche. Si pensi che il primo pacchetto promesso dall'amministrazione americana é pari a circa il doppio della spesa militare USA (la più elevata al mondo) e che l'Unione Europea prevede, nella peggiore delle ipotesi, di stanziare una somma pari al 15% del PIL di tutti gli stati membri. Importi da capogiro.
Ma quali le conseguenze per l'economia reale e per noi consumatori ?
Forse un tracollo totale del sistema verrà evitato, ma gli stati imporranno determinate regole, come un tetto massimo agli stipendi manageriali, il pagamento di interessi, uomini di collegamento all'interno dei consigli di amministrazione, la riduzione dei bonus e nuove norme che avranno lo scopo di regolare e controllare il sistema finanziario nazionale. Gli stati dovranno ora ridurre altre uscite, forse aumentare le proprie entrate, far fronte ad un periodo di inevitabile recessione, ridurre il costo del danaro e chi più ne ha più ne metta.
In poche parole "la mano invisibile del mercato" ha fallito, così come fallimentare é stata la politica della "deregulation" e di tutti coloro che volevano meno Stato nell'economia. Ma i primi a fallire sono stati i "manager" pagati e strapagati e ora salvati da danaro pubblico.
Ci aspettano periodi duri. E allora rimbocchiamoci le maniche!
Un caro saluto a voi tutti.

Galimberti Patrick

sabato 18 ottobre 2008

Storia della Cina, la misteriosa dinastia Shang e la lavorazione del bronzo

La storia antica è ancora un mistero... sia perché i testi scritti sono pochi e spesso rovinati o illeggibili, sia perché spesso gli studiosi sono esperti di un solo argomento o periodo o popolo!
Capire la storia antica significa essere in grado di spiegare le trasformazioni della società, lo sviluppo tecnologico, il susseguirsi delle dinastie, l'economia e le interdipendenze tra i popoli antichi.
Spesso si tende a pensare che la storia abbia avuto uno sviluppo lineare, cioè che a partire da un momento in cui l'uomo era ignorante e pensava solo a sopravvivere si sia arrivati sino ad oggi, con le complesse società ricche di interdipendenze portateci dalla globalizzazione, ma non è così!
La storia è ricca di esempi che ci dicono il contrario, la storia non è un fenomeno lineare... i popoli e le civiltà nascono, crescono e talvolta muoiono o si trasformano! Lo stesso sviluppo tecnologico non è lineare... i reperti trovati durante gli scavi non ci parlano di uno sviluppo lineare delle tecnologie, ma di uno sviluppo a salti avanti e indietro, in dipendenza anche di altri fenomeni.
Ma non voglio annoiare nessuno con le mie considerazioni e così credo sia arrivato il momento di parlarvi dell'ultimo libro che sto leggendo, un sunto di storia della Cina scritto da Cornelia Spencer. In poche pagine racconta in modo semplice ed interessante quattro millenni di storia, a partire dalla dinastia Hsia (2205-1765 a.C.) solo accennata e da tanti inserita nella preistoria della Cina, alla misteriosa dinastia Shang (1765-1122 a.C.), quindi la dinastia Chou (1027-256 a. C.) quella dei filosofi e del cosiddetto feudalesimo cinese, poi la dinastia Ch'in (221-206 a. C.) con il primo imperatore Ch'in Shih Huang Ti, grande riorganizzatore. La dinastia seguente è detta Han (206 a.C. -209 d.C.) e fu interrotta per un breve periodo da Wang Mang (9-23 d.C.). Tutto il resto è recente e al momento mi interessa poco, chi vuole potrà trovare sicuramente il libro in biblioteca, in lingua italiana.
Ciò che mi ha colpito, in particolare, è un riferimento al periodo più antico, quello della cosiddetta "misteriosa dinastia Shang"...
Solo il termine "misteriosa" è già sufficiente di per se a farmi rizzare le orecchie, poi, come se non bastasse, si parla di un regno che si estende per circa 1500 chilometri nella valle del fiume Giallo, e se ancora non bastasse, una frase, buttata li a pag. 17:
"La maestosa bellezza dei bronzi Shang non è mai più stata eguagliata in tutta la storia cinese; ma nessuno sa con certezza come fecero i cinesi a imparare quell'arte. I metalli erano molto difficili da trovare. Coloro che ritengono che sia i metalli che l'arte di lavorarli possano essere stati importati dai popoli nomadi della Siberia e di regioni anche più a occidente sono costretti però ad ammettere che le decorazioni ricordano piuttosto quelle tipiche delle regioni meridionali."

E' chiaro che il bronzo rappresenta un mistero... stesso mistero che abbiamo nel mondo mediterraneo nello stesso periodo (II millennio a.C.). Una qualche popolazione potrebbe aver avuto delle conoscenze approfondite dell'arte di lavorare il bronzo e i minerali in genere e si è forse diffusa in tutto il mondo?
Se è così, chi erano questi lavoratori dei metalli?
Scoprire chi erano e da dove venivano questi popoli lavoratori dei metalli potrebbe essere utile non solo alla conoscenza della storia della Cina ma a quella di tutto il mondo!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

giovedì 16 ottobre 2008

Gesico: sagra di Sant'Amatore

Cari amici e lettori,
questo fine settimana non avete niente da fare?
Se siete in Sardegna potete recarvi a Gesico, SS 128, tra Suelli e Mandas.
Perché dovreste farlo?
Beh, di motivi potrebbero essercene diversi...
In primo luogo vi è una delle sagre più popolari, la sagra di Sant'Amatore...
La tradizione vuole che il venerdì il Santo venga portato in processione dalla parrocchia di santa Giusta alla chiesa di Sant'Amatore.
Un tempo era l'occasione per acquistare tutta l'attrezzatura occorrente ai pastori. Ancora oggi si possono acquistare campanacci,esti 'e peddi (tipico vestito dei pastori), bettua (bisaccia), coltelli sardi...
Per gli amanti del mangiare è possibile trovare carne e pesci arrosto, il miglior torrone e il sabato potrete partecipare alla sagra delle lumache.
Volete un consiglio?
Se vi trovate a passare a Gesico fateci un salto... tempo permettendo potrete passare una giornata diversa dal solito!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

lunedì 13 ottobre 2008

Un fine settimana nel sulcis iglesiente...

Venerdì e sabato tempo pessimo, pioggia e forte maestrale...
(Pan di Zucchero)

Campo base Iglesias, bella cittadina, con un bel centro storico, un museo minerario e un bel duomo!
Incuranti delle cattive condizioni atmosferiche abbiamo visitato i posti più interessanti della costa e qualche tratto dell'entroterra... un'alternanza di spiagge bellissime,
(Cala domestica)

un mare dai colori indescrivibili (domenica era una bellissima giornata) con altissime falesie a strapiombo.
Siamo nel cuore dell'ex bacino minerario del Sulcis... si possono vedere i resti di tante strutture minerarie in disuso...
(Rovine della laveria di Nebida)

altre, riadattate, si possono visitare.
Una di queste, è la galleria Henry (dal nome del direttore francese che la diresse negli anni del suo splendore), a Buggerru.(Galleria Henry)
Si visita con un simpatico trenino elettrico che si inoltra per circa 900 metri nelle viscere della montagna.
(Un esempio di minatore moderno!)

Si possono ammirare attrezzi, usati per la perforazione e l'estrazione dei minerali.
Si estraeva piombo, zinco e argento...
Il trenino finisce la sua corsa in un patio a cielo aperto.
Si ritorna indietro a piedi... costeggiando un belvedere a strapiombo sul mare, panorama mozzafiato... bellissimo!!!!!!!!
Un breve salto nell'entroterra, nella valle di Antas, per visitare l'omonimo tempio punico romano, dedicato al dio "Sardus Pater babai", guerriero e saggio progenitore della stirpe sarda...
Nella zona si trovano resti di villaggi nuragici e cave romane...
A pochi chilometri di distanza si trova la grotta di "Su Mannau", originata da due piccoli torrenti che nei millenni hanno creato imponenti gallerie ornate di calciti e aragoniti, facendo di questa cavità una fra le più belle grotte della Sardegna.
Lasciandoci alle spalle le grotte ci avviamo a visitare una spiaggia indicataci da turisti stranieri (pensa te), 13 km di strada tortuosa, senza incontrare anima viva ne insediamenti di qualsiasi tipo... arrivati a destinazione ci troviamo davanti ad uno scenario incantevole... una spiaggia immensa (3 km), un mare dai colori stupendi, dune di sabbia altissime ricoperte di macchia mediterranea... il nome della spiaggia è "Scivu".
Vi è stato girato lo spot della Wind, quello con Aldo Giovanni e Giacomo...
Lasciata alle spalle Scivu, ci accingiamo a visitare un'altra spiaggia "Piscinas" e le sue dune... Strada più tortuosa che mai, attraversiamo "Ingurtosu", vecchio centro minerario dismesso, paesaggio da vecchio Far West e per finire sei km di sterrato... finalmente la meta... un'altra perla, spiaggia immensa, dune altissime, colori stupendi...
Conclusioni...
Posti bellissimi da visitare, per chi ama il mare, natura incontaminata, paesaggi stupendi, faticoso arrivarci ma alla fine ti senti abbondantemente ripagato!

Gavino e Paola FADDA

domenica 12 ottobre 2008

Tra le braccia del padre (Bricherasio 28/10/2000)

Se noi sapessimo spendere

Quel grande silenzio

Le chiome spumeggianti del mare

Iride profondo del viaggio

Aldiquà della vita


Se noi sapessimo parlare

La voce urlante del bisogno

Il segreto onirico dei sentimenti

Timpano solleticato che si fa

Grancassa e un sonno leggero

Tra le braccia del padre


Se noi sapessimo vivere

Giuseppe MARCHI

sabato 11 ottobre 2008

Como: villa Olmo


Durante l'ultima visita a Como abbiamo visitato il giardino di Villa Olmo...


La villa deve il nome ad un grande olmo che un tempo si trovava in riva al lago.

Il giardino è bellissimo,

ricco di statue

veramente fantastiche.
Così belle che quasi parlano



e se ascolti attentamente potrai sentire anche lui, il cane, guaire al padrone...


Di fronte alla villa una grande fontana

ricca di giochi di colori


La villa, nata dal progetto di Innocenzo Regazzoni, poi sostituito da Simone Cantoni,


fu realizzata per la famiglia Odescalchi...
E vi garantisco che val la pena visitare i giardini... chissà l'interno!

Altre gite su Istanti di Viaggio...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

Ricordi di Sorso: Bona notte e fine d'anno...

Ogni pezzetto di storia della Sardegna, come le sue tradizioni popolari, i racconti e le filastrocche, rischiano ogni giorno di scomparire, travolte dalle nuove lingue e dalla quasi totale mancanza di interesse da parte delle scuole nei confronti di una lingua antica come il Sardo...
Così, per me, ogni occasione è buona per rievocare quei pochi ricordi che ancora restano di una società antica e quasi sconosciuta.
Anche una giornata al mare può trasformarsi in una caccia al tesoro, dove il tesoro è una vecchia filastrocca recitata, o meglio cantata, dai ragazzi nella notte di fine anno per cercare di raccogliere qualche dolce...
Ma, se siete arrivati fino a qui, lasciatemi raccontare tutto dall'inizio...
Tra un bagno e l'altro nello splendido mare di Porto Torres, io e Gavino chiacchieriamo del più e del meno. Si parla di politica e di come le cose vadano male, della mancanza di serietà generalizzata, della scarsa fiducia nel futuro e del fatto che i giovani non conoscono più la lingua sarda e le tradizioni popolari.
Gavino, é lui il conoscitore delle tradizioni di Sorso, mi chiede se avessi mai sentito la filastrocca "Cantemu la cariga, bona notte e fine d'anno", una filastrocca del suo paese.
"Mai sentita", gli dico... e così, nel suo dialetto che per me è quasi incomprensibile, Gavino inizia a recitare la filastrocca, con qualche incertezza visto quanto tempo è passato da quando ragazzino la sentiva e magari la recitava lui stesso!
"Laudemo li padroni
seddu semmu pizzinne minori
già vavemus bettula..."
Come?!?
Non ti capisco... dico io, tanto il dialetto è diverso...
Te la traduco dopo... ma non ricordo tutto... dice Gavino. E va avanti.
Forse non è proprio così... ma il senso è questo...
"Non fa niente, racconta ciò che ti ricordi... vedrai che ti verrà in mente mentre parli" dico io...
"Semu giunti a la su gianna
pa pudezzi cumprendini
chi la notti di Santu Silvestru
se illiarada mamma..."
Ma cosa significa? Domando io...
Fammi finire...
"i a fattu una pizzinna manna manna manna
in cantiddai
si la cariga zi dazzi
noi bire ringraziemo..."
Poi Gavino si ferma...
pensa, ripete, riflette, cerca di trovare nella memoria le parole sentite tante volte, ma troppo tempo addietro...
Allora mi dice, "aspetta un attimo... " vediamo se gli altri la conoscono...
Così inizia la caccia al tesoro, prima tra gli amici dello scoglio, poi, dopo aver chiesto il giro senza troppo successo, decide di chiamare al telefono la cugina forse lei sa qualcosa di più...
Dopo qualche telefonata Gavino mi dice che esiste un libro con le tradizioni di Sorso, la sera cercherà di trovarlo in paese... Speriamo!
Il giorno dopo Gavino mi aggiorna sulla caccia al libro e mi ripete la filastrocca... ora più lunga perchè frutto di discussioni con gli amici e conoscenti del paese di Sorso... purtroppo del libro ancora nessuna traccia... ma la filastrocca comincia a prender forma.
Qualche giorno dopo finalmente, ecco di nuovo Gavino, ha trovato il tesoro, la filastrocca per intero, raccolta e pubblicata da Andrea Pilo nel libro "Ammenti di la vidda di tandu" (Ricordi della vita di un tempo) Ed. Democratica Sarda. Grazie...
Ecco la filastrocca, per intero, mi dice Gavino... e mentre comincia a recitarla me la traduce...
Il titolo era "Fini d'annu"
"Bona notti e fini d'annu laudemmu li padroni,
(Buona notte e fine d'anno ringraziamo i padroni)
semmu pizzinni minori e pusthemmu besthura manna
(siamo ragazzi piccoli ma abbiamo bisaccia grande)
semmu giunti a la so giann pà pudezzi cumprindì
(siamo venuti alla sua porta per poterci capire)
e semmu giunti pa dilli lu fattu chi z'è suzzessu
(siamo venuti per dirgli il fatto che è successo)
la notti di Santu Silvesthru s'è illiarada mamma
(la notte di San Silvestro si è sgravata mamma)
e ha fattu una pizzinna manna, manna manna in cantiddai
(ed ha partorito una bambina grande davvero grande)
si vò a dinniri assai zi priparia li frisciori
(se vuole saperne di più ci prepari le frittelle)
e noi zi n'andemmu sori, sori sori in santa pazi
(e noi ce ne andiamo soli soli in santa pace)
si la cariga zi dazi noi la ringraziemmu
(se ci dà i fichi secchi noi la ringraziamo)
cumenti abemmu fattu tandu bona notti e fini d'annu
(come abbiamo fatto allora buona notte e fine d'anno)
si la canzoni è finidda n'aggiugnimmu asthri e tre muti
(se la canzone é finita aggiungiamo altri tre versi)
andiani bé li frutti e li passoni di casa
(vada bene il raccolto e le persone di casa)
e li baggianeddi iposi e li cuiuaddhi diciosi.
(e le fanciulle spose e gli sposati felici).

Ed è uno spettacolo sentirlo parlare un dialetto antico, diverso dal mio ma talvolta uguale...
Ed è uno spettacolo aver recuperato dalla memoria, questa volta con l'aiuto di un libro, un pezzo delle tradizioni di Sorso!

Gavino USAI e Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

giovedì 9 ottobre 2008

Giornata del Paesaggio: Colores de monte

Cari amici, come forse sapete, io sono sardo e in quanto tale non posso certo esimermi dal reclamizzare le attività culturali che si svolgono nella mia regione. Tra le associazioni più attive nei paesi della sardegna vi sono le Pro Loco, talvolta piccole , spesso senza fondi, ma dotate della forza dei loro componenti che portano avanti programmi e progetti di alto valore culturale.
Oggi ho l'occasione di parlarvi dell'iniziativa della Pro Loco di Tonara, un paese del nuorese di 2400 abitanti a 910 m.s.l.m. conosciuto da tutti soprattutto per l'ottimo torrone. La Pro Loco di Tonara ha aderito al progetto "S.O.S. PATRIMONIO CULTURALE IMMATERIALE" dell'UNPLI (Unione nazionale delle Pro Loco) con "Colores de Monte", alla seconda edizione della "Giornata del Paesaggio" organizzata da "Mondi Locali", che promuove tali giornate in tutto il territorio nazionale. La manifestazione si svolgerà a Tonara il il prossimo 12 ottobre 2008 prevede varie attività, tra le quali:
  • Una camminata non competitiva nei monti di Tonara aperta a tutte le fasce di età, che consente di ammirare i paesaggi e le viste che offrono i monti e le vallate di Tonara, lungo un itinerario che si snoda in 12 Km.
  • Una estemporanea di pittura, dedicata ai colori, alle viste e ai paesaggi dei monti di tonara;
  • Un concorso fotografico (in formato digitale)
E allora un in bocca al lupo a Gabriele Casula, Presidente della Pro Loco TONARA e, per maggiori informazioni eccovi alcuni link utili:

www.mondilocali.eu;

www.giornatadelpaesaggio.eu


Un saluto a tutti e spero che qualche lettore che parteciperà alla giornata vorrà mandarmi qualche foto da pubblicare sul blog.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO