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giovedì 8 settembre 2016

Graffiti rupestri a Monte Baranta - Olmedo

Archeologia in Sardegna, niente di più appassionante.
Questo perché dovunque ti giri vieni sommerso da resti di antiche civiltà, quella nuragica è la più evidente ma non l'unica.





Questa mattina siamo stati a Monte Baranta e dopo essere rimasti sconvolti dallo stato di abbandono del posto, che preferisco non commentare, siamo rimasti colpiti dalle strutture metaforiche presenti sul posto, mi sembra che siano diverse da quanto visto fino ad oggi. Ma questo breve articolo mira solo a presentarvi una piccola scoperta. Il posto è pieno di lastrone sparsi sul terreno e uno di questi ha destato la mostra attenzione per i segni che vi erano incisi.
 Dalla foto non è proprio evidente come in presenza, ma nella foto qui sotto ho evidenziato quei segni che mi sembra siano inequivocabilmente di natura umana.
Devo dire, senza esagerare, di essere rimasto felicemente colpito dalla scoperta.
Fino ad ora, nonostante le innumerevoli escursioni non mi era mai capitato di trovare niente di simile.
Nella pietra si vedono anche altri segni ma è difficile distinguerli.
Naturalmente ora sta al mondo degli studiosi verificare la mia ipotesi. Buon lavoro a tutti.

Invito tutti coloro che amano la nostra Sardegna a fare qualcosa affinché posto come Monte Baranta possano essere trattati come meritano.

Alessandro Rugolo e Giusy Schirru

giovedì 25 agosto 2016

Colloqui con Mussolini, di Emil Ludwig

Mussolini!
Chi era quest'uomo?
Lo si conosce troppo poco, raramente si sente parlare di lui. Lo si considera come un pezzo di storia da dimenticare. Eppure, il compito della storia è proprio quello di ricordare, per insegnare, e si impara dagli errori come dai successi.
Mussolini commise errori ma non solo.
Il libro di Ludwig, risultato di una serie di interviste al dittatore fascista, tenute tra il 23 marzo e il 4 aprile, mette a nudo Mussolini, prima dei tragici errori che l'hanno condannato di fronte alla storia.
Il libro ha, a sua volta, una storia particolare. 
Mussolini prima ne approvò la pubblicazione, poi se ne pentì e lo emendò. La versione che ho appena terminato di leggere è quella integrale. Cosa lo spaventò? Forse leggere il suo pensiero messo a nudo dall'abile scrittore?
Ludwig con la sua intervista riesce a scoprire alcuni aspetti dell'uomo allora più potente d'Italia e forse d'Europa.
Conoscendo la storia, anche quella successiva all'intervista, ci si può chiedere come mai Mussolini, messo in guardia sugli errori compiuti da alcuni famosi suoi predecessori (Ludwig fa spesso riferimento a Cesare e Napoleone) sia comunque caduto negli stessi errori.
Ludwig porta il dittatore a pensare ai grandi temi del mondo.
La guerra: cosa pensa Ella della guerra? Potrebbe essere una delle domande di Ludwig (e lo fu, seppur formulata diversamente!).
La guerra è una scuola di vita, "oltre a tutto il resto, si impara la difesa e l'attacco", fu la risposta del Duce.
Napoleone, a cosa è dovuta la sua rovina?
"Con l'Impero ebbe inizio la decadenza! La corona lo costrinse sempre a nuove guerre [..] ogni impero ha il suo zenit. Poichè si tratta sempre di una creazione di uomini sia pure eccezionali, le cause del tramonto vi sono già insite."
E che cosa pensa Mussolini del socialismo e del nazionalismo, le due anime della sua vita? E dell'Europa? E cosa pensa degli italiani, della massa, del popolo e di come lo si deve guidare?
A cosa serve la rivoluzione? E cosa deve essere fatto dopo, per mantenere i risultati raggiunti?
La sala del Mappamondo di Palazzo Venezia, nel 1932, fece da contorno all'incontro tra il grande statista, Mussolini, e il grande scrittore, Ludwig. 
Forse in qualche modo anche il luogo ha avuto la sua influenza e leggendo il libro ci si può sentire testimoni di fronte alla storia.

Un libro da leggere tutto d'un fiato e che scopre al lettore alcuni aspetti poco noti di Mussolini, uomo e duce.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

domenica 21 agosto 2016

Notizie dal futuro (20 gennaio 2019)

Ancora una volta il presidente del consiglio di turno, un piemontese stavolta, pone il veto sul passaggio della legge elettorale.
Dopo il referendum di novembre 2016, dal quale il governo Renzi uscì sconfitto a larga maggioranza, il nuovo governo non aveva più avuto bisogno di usare il veto.
Evidentemente qualcosa sta cambiando e anche il movimento è diventato come i partiti che combatteva!

A.R.

sabato 20 agosto 2016

Narni, antica città Umbra

Oggi decidiamo di visitare l'antica città di Narni, in Umbria.

Un tempo il suo nome era Narnia, città romana, prima ancora Nequinum, insediamento Osco-Umbro. I Romani la presero nel 299 a.C. e le cambiarono nome.
Nel 30 d.C. vi nasce l'Imperatore Romano Nerva e la città, nonostante il tempo, ha un'aria aristocratica.

Girando per le strade si intuisce che la città è stata importante. 

Gli stemmi nobiliari sovrastano le porte di molti antichi edifici.
Le chiese ricordano le famiglie dei papi e dei signori locali.
Un tempo antico, sembra che a Narni vi fosse un porto. Alcuni stemmi infatti ci fanno pensare ad imprese marinare.
Le chiese sono ricche di tesori dell'arte italiana, di tutti i tempi.

Sculture e pitture inestimabili stanno al loro posto, da secoli.

Purtroppo alcune volte il tempo dimostra la sua forza ma senza portarne via completamente la bellezza.
 
Oggi, girando per le strade, di tanto in tanto si sente qualcuno che suona, entrando nelle chiese non è difficile trovare qualche ragazzo che suona il violino, in compagnia del suo insegnante. 

L'ambiente è infatti adattissimo a sviluppare la giusta confidenza che il musicista deve avere con il suo strumento.
Più tardi, nel XIV secolo, viene costruita la Rocca di Albornoz, nobile e difensore del territorio papale.

La Rocca è ancor'oggi bene conservata e sovrasta la città, come a volerla proteggere.

Anche per oggi la gita è finita, andiamo via con nel cuore le immagini di una piccola splendida città.
Per cui vi saluto, amici, alla prossima!
 

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

giovedì 18 agosto 2016

D’Annunzio e Gramsci profeti a Fiume

Disertori in avanti, così definì Filippo Tommaso Marinetti gli autori dell’impresa fiumana capeggiati dal poeta Gabriele D’Annunzio. Poco meno di tremila legionari fuoriusciti dal regolare Regio Esercito occuparono, nel settembre del 1919, la città di Fiume e la dichiararono italiana. Pietro Badoglio, che in quel periodo era stato nominato dal Governo Nitti Commissario Straordinario per la Venezia-Giulia li dichiarò disertori e ne voleva la testa. Si sfiorò una guerra civile in un territorio, quello fiumano, che veniva annesso al Regno d’Italia senza che il Re e il Governo lo volessero, tra l’altro D’Annunzio diede a Fiume una costituzione repubblicana scritta dal leader del Sindacalismo Rivoluzionario Alceste de Ambris. Fiume, dopo la Prima Guerra Mondiale, essendo a maggioranza italiana, divenne territorio di contesa sull’onda dell’irredentismo italiano che aveva contribuito alle ragioni stesse dello scoppio della guerra. Alla fine del conflitto, la Conferenza di Parigi stabilì che Fiume non poteva essere Italiana, e a molti nazionalisti italiani questa decisione non piacque, perché contraddiceva uno dei principi della Conferenza stessa, quello della “Autodeterminazione dei Popoli”. D’Annunzio si fece portavoce di questa contraddizione e con i suoi legionari occupò Fiume.
Perchè questa vicenda ci porta ad Antonio Gramsci, dato che D’Annunzio e Gramsci militavano su fronti molto diversi?
D’Annunzio, borghese, di destra, nazionalista e successivamente vate del fascismo poco sembrerebbe avere in comune con Gramsci, operaista, di sinistra, internazionalista e fondatore successivamente del Partito Comunista d’Italia. Per capirlo dobbiamo partire da alcune considerazioni e dalla figura di Alceste de Ambris, colui che scrisse la Costituzione della Fiume italiana.
Gramsci non ha mai disprezzato ne la borghesia nel suo profondo ne l’Unità d’Italia, certo lui da sinistra pensava ad una società diversa da quella borghese e monarchica uscita dal processo dell’Unità d’Italia. Gramsci voleva più protagonismo per le classi subalterne soprattutto per i braccianti del sud che, a suo dire, erano stati traditi dal Risorgimento. Tuttavia Gramsci vedeva nella Borghesia una classe emancipata ed evoluta rispetto alla classe parassitaria dei nobili e vedeva nell’Unità d’Italia comunque un progetto di emancipazione e una opportunità anche per la classe operaia. Nell’impresa di Fiume Gramsci vede esplodere tutte le contraddizioni della monarchia, della borghesia dominante e del processo unitario. La quasi guerra civile che sembrava esserci tra d’Annunzio e il governo Italiano testimoniavano l’incompiutezza del processo risorgimentale, e la fragilità della classe dominante. D’Annunzio, dal canto suo, affidò la costituzione della Reggenza Italiana del Carnaro – così si chiamò la repubblica italiana di Fiume - ad un Repubblicano e fondatore del sindacalismo rivoluzionario, il socialista Alceste de Ambris. La Costituzione di de Ambris (nota come Carta del Carnaro) superava di molto lo statuto Albertino in termini rivoluzionari, termini cari anche ad Antonio Gramsci. Riporto qui due degli articoli più significativi, della carta del Carnaro, perché a ben vedere assomigliano molto alla nostra attuale Costituzione Repubblicana:
« Art. 2 - La Repubblica del Carnaro è una democrazia diretta, che ha per base il lavoro produttivo e come criterio organico le più larghe autonomie funzionali e locali. Essa conferma perciò la sovranità collettiva di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione; ma riconosce maggiori diritti ai produttori e decentra, per quanto è possibile, i poteri dello Stato, onde assicurare l'armonica convivenza degli elementi che la compongono. »
 
« Art. 5 - La Costituzione garantisce inoltre a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, l'istruzione primaria, il lavoro compensato con un minimo di salario sufficiente alla vita, l'assistenza in caso di malattia o d'involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia, l'uso dei beni legittimamente acquistati, l'inviolabilità del domicilio, l'habeas corpus, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere. »
Sembra la nostra costituzione, anzi essa si porta avanti, prevede addirittura il salario minimo garantito. Queste posizioni che evidentemente venivano dal repubblicano e socialista de Ambris colpirono l’attenzione di Gramsci. Gramsci sembra scorgerci le soluzioni ai problemi del processo unitario così come li aveva intravisti anche lui. Gramsci cercò di incontrare d’Annunzio, ma non fece in tempo (in realtà non lo sappiamo per certo), l’esperienza fiumana finì presto. D’Annunzio ritornò su posizioni di destra che lo portarono a sostenere Mussolini, Gramsci uscì dal Partito Socialista per andare verso posizioni più radicali e fondare il PCd’I . Sullo sfondo resta la figura poco nota di Alceste de Ambris. De Ambris fu antifascista, ma restò nel Partito Socialista Italiano, si trasferì a Parigi per scampare al fascismo, anche se Mussolini, che da giovane condivideva le stesse idee di de Ambris, cercò di portarlo nel partito fascista. In Francia de Ambris si adoperò per fondare la LIDU (Lega Italiana per i Diritti dell'Uomo) ma morì a soli 60 anni. Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1964, alcuni Socialisti e Repubblicani con una sottoscrizione fecero tornare la salma in Italia – oggi sepolta a Parma – e sulla lapide hanno fatto scrivere: "Alceste de Ambris - scrittore-tribuno-combattente per la libertà e la giustizia. Licciana 1874 - Brive 1934".

Alessandro GHINASSI

mercoledì 17 agosto 2016

San Gemini

Poche parole e molte foto per questa visita a San Gemini, nei pressi di Terni, il borgo dell'acqua.
 Chiesa di San Giovanni, costruita su un antico tempio a base ottagonale
 Caratteristica osteria al torchio
 Il Duomo di San Gemine

 Piazza San Francesco
 Chiesa di San Francesco

 Palazzo del comune
Chiesa di Santa Maria de Incertis

Alessandro Rugolo

martedì 16 agosto 2016

Papa Francesco tra crisi dell’occidente, guerra e Misericordia.

Papa Francesco forse verrà ricordato come l’uomo della misericordia, che è anche il tema del suo giubileo anomalo. Il giubileo di Bergoglio è diffuso in tutto il mondo, non è Roma-centrico, ed è anche un giubileo protratto nel tempo, perché è previsto per un anno ma che probabilmente vedrà le porte giubilari aperte per molto più tempo, forse  per sempre o chiuse solo dopo la morte del Papa.
E’ un giubileo senza enfasi, sommesso, e quindi  ricondotto alla sua origine di pellegrinaggio (inteso come l’uomo che cerca) e il primo pellegrino è stato proprio Bergoglio che è andato personalmente ad aprire molte delle porte giubilari, anche in terre dove si estende al minaccia islamista come nel cuore dell’Africa. Ma l’atto di misericordia più duro il Papa l’ha dovuto fare recentemente, invitando i mussulmani a pregare nelle chiese cattoliche e a ricordare che l’islam non è solo violenza. Le critiche per questa posizione al Papa non sono mancate, da una parte c’è chi sostiene che la lingua “affilata”(per non dire biforcuta) del gesuita Bergoglio è un abile strumento per insidiare la barbarie dell’Islam, dall'altra c’è chi sostiene che questo “buonismo” rischia di essere  funzionale al disegno islamista, considerato altrettanto subdolo. Per fare un discorso più attento, in realtà, occorre ricondurre il problema alla individuazione della crisi di civiltà a cui noi assistiamo in questo inizio di millennio. Non è semplice, perché le questioni aperte sul tavolo sono molte.
 
 
La crisi economica.
A differenza di quello che si percepisce in realtà siamo di fronte ad una crisi petrolifera, nel senso che il petrolio non vale più nulla, nonostante il conflitto con il Califfato e le contrazioni della produzione, il prezzo del greggio non sale. Per la prima volta nella sua storia contemporanea l’Arabia Saudita, ad esempio, ha dovuto contrarre la spesa pubblica, e questo comporta sicuramente un problema per i paesi produttori con la conseguente scelta di campo e probabili simpatie per il Califfato.  Sulla crisi monetaria si è parlato molto, sia delle cause che dei rimedi, Draghi ha fatto più di un miracolo, ma di fatto non riusciamo a far circolare moneta in occidente e in particolare in Europa, con la conseguente depressione della produzione industriale.  Anche la scelta della Gran Bretagna di uscire dall’euro è sicuramente legata alla necessità per quel paese di fare circolare più moneta, paradossalmente la stessa necessità che ha la Grecia.
 
La crisi dei valori dell’occidente.
Pretesto o meno, il disprezzo verso i nostri valori e lo stile di vita dell’occidente è sicuramente la leva più usata per il reclutamento del Califfato. Un disprezzo che serpeggia anche tra chi islamico non è. Noi occidentali stessi abbiamo difficoltà a riconoscere i nostri valori costitutivi e ad accettare la complessità della vita moderna. L’impoverimento diffuso, soprattutto della classe media e la crisi del lavoro portano alla crisi delle istituzioni democratiche e di rappresentanza con la conseguente crisi degli organi intermedi, quali i sindacati, i partiti, le associazioni di categoria e quelle culturali, con l’unica eccezione del volontariato religioso ma anche laico. Tra i valori democratici dell’occidente c’è il rispetto dell’individuo, sancito con la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ma che oggi è minacciato dalla questione dei migranti e di tutti i problemi che la questione della migrazione porta nella convivenza quotidiana. Il caso più eclatante della crisi dell’occidente è sicuramente la Turchia. Un paese, la Turchia, che in breve tempo, da esempio positivo di occidentalizzazione si è trasformato in un regime al limite del dispotismo, che mette in crisi il senso e il ruolo della NATO stessa. Trump ha definito la NATO un inutile orpello. Anche se si considera il tentato golpe turco un fatto inaccettabile, occorre capire come è stato possibile che in questo ultimo decennio la Turchia si sia avviata verso un situazione pre-dittatoriale.
 
 
Questo è lo scenario di crisi che anche Bergoglio si trova ad affrontare, uno scenario quasi da “collasso” di una civiltà, ed egli vuole, al di là delle considerazioni strategiche che si possono fare, conciliare i valori cristiani di cui la misericordia è un cardine fondamentale, con i valori della modernità e della laicità, senza essere modernista e laicista. Questa è la grande visione di Papa Francesco, in una situazione di involuzione egli non vuole uno scontro di civiltà tra cattolici e laici, e non vuole neanche uno scontro di civiltà generico con l’islam, anche in questo senso va capita la missione della misericordia. Egli infatti circoscrive le questioni non in base alle questioni banalmente religiose o banalmente politiche e se è necessario bacchetta pure la chiesa al suo interno, ma al contrario smussa i conflitti fuori e dentro la chiesa, cerca di conciliare e non di dividere, sembra ricordarci in ogni momento il detto evangelico: “pace in terra agli uomini di buona volontà”. Questo forse è lo scontro di civiltà che Papa Francesco ritiene utile combattere, tra chi è uomo di buona volontà e chi non lo è, indipendentemente se sei cristiano, laico, ebreo o mussulmano. Ovviamente la Difesa non fa teologia ed ha le sue prerogative stringenti e inderogabili – fa un altro mestiere –, ma dovrebbe apprezzare comunque la lezione di Bergoglio. Perché noi vinceremo questa guerra anche se capiremo di essere dalla parte giusta, e la parte giusta non è quella dei cattolici contro i laici, dell’Occidente contro l’Oriente, ma è quella della misericordia e della tolleranza contro l’intolleranza e il disprezzo per l’Uomo e l’Umana Famiglia.

Alessandro Ghinassi