sabato 29 dicembre 2012

Natale a Firenze



Firenze, città ricca di storia e d'opere d'arte.
Neppure un anno basterebbe per farsi un'idea di quante magnifiche opere vi si trovino, in bella mostra nelle piazze, nelle chieste, nelle facciate dei palazzi signorili o all'interno di splendidi cortili, chiostri, saloni.
La storia della città si perde nel tempo, difficile distinguere verità da mito. Un bel testo che vi consiglio, di Arcangelo Piccoli pubblicato nel 1850, e che si trova su google books racconta di leggende che vedono Firenze fondata dai romani intorno al 70 a.C., ma anche dai Fenici o da Ercole Libico... per arrivare a Dante che dice che Firenze nasce da Fiesole.
Come ho già detto, la verità assoluta non si può conoscere. Fatto sta che Firenze è tutta li, da guardare, ammirare, pronta a stupire...
 
Sempre secondo il Piccoli, Firenze nacque intorno al Ponte Vecchio e di li si accrebbe col tempo. Non è difficile crederlo.
 
Sicuramente il fiume Arno doveva agevolare i commerci, anche se di tanto
in tanto causerà lutti e distruzioni, ancor oggi testimoniate dalle lapidi indicanti il livello raggiunto dall'acqua, disseminate per le vie della città a diversi metri d'altezza.
Dicevo che non è difficile credere che Firenze sia nata e cresciuta intorno al Ponte Vecchio. Oggi è ancora bellissimo, splendente di gioielli dei suoi artigiani orafi, poggiato sul fiume come un guardiano silente.
Da cosa poi derivi il nome, anche qui vi sono varie interpretazioni, c'era chi faceva derivare il nome Firenze dal nome di un antico capitano dei Romani, Florino o Florenzio, chi invece lo considera la corruzione del termine latino "Fluentia", chi ancora lo interpreta come Florenzia, ovvero floridezza, per la ricchezza e per la presenza di tantissimi fiori "e specialmente dei gigli, di che sempre sono state deliziose le nostre campagne, onde poi fu detta anche la città del Giglio, e prese questo fiore a stemma."
Ecco infatti che dovunque si vada il giglio simbolo di Firenze fa capolino.
Stemmi in pietra, affreschi, scudi in bronzo, bassorilievi, colorati o bianchi come il marmo, i gigli sono ovunque, anche perchè le famiglie più importanti e più antiche hanno all'interno del loro stemma araldico il simbolo del giglio.
 

Sembra che Marte fosse in antichità il protettore della città. Poi arrivò il cristianesimo e la città si trasformò.
Una delle chiese più antiche era quella di San Lorenzo, consacrata nel 393 d.C. da Sant'Ambrogio, allora vescovo di Milano. La chiesetta era stata voluta da una pia donna, Giuliana. La stessa, col tempo venne ingrandita soprattutto dai Medici che la adibirono a chiesa di famiglia e vi deposero le ossa di diversi loro familiari.
I medici chiamarono alla loro corte i migliori artisti del tempo, Brunelleschi, Donatello, Michelangelo, Verrocchio, Lippi, Ghirlandaio, per citarne solo alcuni.
 


 

Così prese vita l'attuale basilica di San Lorenzo, all'interno della quale è possibile ammirare i pulpiti realizzati da Donatello e dai suoi allievi. gli splendidi affreschi e la sagrestia vecchia, sepoltura di Giovanni di Bicci, Piero e Giovanni de' Medici.
Lo stesso Donatello ha la sepoltura nella chiesa di San Lorenzo nei pressi della tomba di Cosimo de'Medici.
E' impossibile ricordarsi tutto, ciò che rimane impresso è la sensazione di bellezza e di immensità che si prova osservando ogni singolo particolare della chiesa.
 
 

Poi, muovendosi tra le vie con la mappa in mano, ti trovi di colpo di fronte al Duomo, ovvero la cattedrale di Santa Maria del Fiore, con il Battistero di San Giovanni di fronte e il Campanile di Giotto a lato, slanciato ed elegante.   
L'8 settembre 1296 venne posta la prima pietra di quella che sarà la cattedrale dei fiorentini per i secoli successivi.
Vi voglio riportare ciò che dice Arcangelo Piccoli nella sua storia di Firenze:
"Magnanimi nelle loro imprese erano i nostri avi, siccome bene lo fanno vedere le grandiose fabbriche in quei tempi erette. Fra queste tiene il primo luogo la nostra Metropolitana, che sovra ad ogni altro edifizio sta ad attestare la potenza e la ricchezza dell'antico popolo fiorentino. - Eravi una chiesa intitolata a s. Reparata la quale, comunque maestosa fosse, non parve degna di Firenze. Onde essendo nel 1294 il tempo più florido che avesse avuto la repubblica, gli animi dei nostri Fiorentini si fecero coraggiosi, e i consoli delle arti diedero ordine ad Arnolfo di Lapo di fare il disegno di un tempio, che fosse degno della Gran Madre di Dio, il più bello, il più magnifico che mai si fosse fatto e che mai si potesse imaginare da mente umana, perchè il comune riputava in ciò riposto il suo più grande onore.
E difatto il dì 8 di settembre dell'anno 1296 si gettò la prima pietra con gran solennità dal Legato di papa Bonifazio VIII, presenti tutti i magistrati e molti vescovi, fra i voti e le lacrime di gaudio sparse dall'immenso popolo adunato.

Così cominciò quest'opera meravigliosa, la cui fabbricazione durò più di centocinquanta anni, interrotta a varie riprese per le vicende della nostra patria. Tutto il corpo della chiesa fu eretto col disegno di Arnolfo sopra l'antico tempio di s. Reparata. Morto Arnolfo, successero varj architetti, fra i quali Giotto che chiuse le volte delle navate, e inalzò quel miracolo del campanile, del quale meravigliato Carlo V ebbe a dire, che sarebbe stato bene tenerlo sempre coperto, e mostrarlo di rado, perchè allora le genti sarebbero concorse a vederlo da molte parti del mondo. Ma già erano gli anni 1417, e nessuno si era per anco azzardato a mettere un sasso per voltare la cupola, sebbene si fossero a quest'effetto radunati più volte molti architetti non solo di Firenze ma anche di altre lontane nazioni.  la gloria di questo monumento di architettura era serbata a Filippo Brunelleschi."
 Eccola, la cupola, s'intravvede lassù, affrescata da Giorgio Vasari e Federico Zuccari.
 
Eccola ancora una volta, sormontare la cattedrale, con i suoi 42 metri di diametro. Immensa realizzazione dell'ingegno del genio di Brunelleschi!
 
Riprendo ancora una volta il racconto di Arcangelo Piccoli:
"I consoli dell'arte della lana fecero un concorso, al quale invitarono varj architetti. Fra questi intervenne Brunelleschi, che s'impegnò ad inalzare senza alcuna armatura la cupola, evitando così le immense difficoltà e spese che si sarebbero incontrate nel portare e disporre il legname a tanta altezza. Mentre questa nuova maniera di costruire le volte presentava il Brunelleschi, i consoli lo ammirarono; e preferitolo a tutti gli altri architetti, gli allogarono questa difficile impresa."
 
Così il Brunelleschi iniziò e portò a termine una impresa che da tutti era considerata impossibile.
Ci sarebbe da riempire libri con la storia di ogni artista e di ogni opera d'arte creata per rendere grazie alla madre di Cristo, ma il tempo passa e decidiamo di procedere oltre, verso l'Arno.
 
A pochi metri da Ponte Vecchio si trova Piazza della Signoria e Palazzo Vecchio, col la sua torre, un tempo usata come carcere. E la loggia...
Palazzo Vecchio, anche in questo caso farò ricorso all'opera di Arcangelo Piccoli, per farvi conoscere questa splendida opera.
"Pure essendomi proposto soltanto di fare un cenno di quelle fabbriche e di quegli edifizi, che richiamano alla mente un qualche strepitoso avvenimento, o danno l'idea della nobiltà e della grandezza dell'animo degli avi nostri, è forza che io non tralasci uno dei più famosi palazzi, celebre per orribili delitti e per magnanime imprese, il Palazzo della Signoria, detto il Palazzo Vecchio."   
 
Decidiamo di visitare il palazzo, le splendide sale ricche di opere d'arte, il salone dei cinquecento primo tra tutti.
Lungo le pareti splendidi affreschi rappresentano la potenza di Firenze.
Allo stesso modo le statue rappresentano le vittorie di Firenze sui nemici...
Saliamo poi sulla torre da cui si gode una fantastica vista della città, oltre quattrocento scalini in pietra ci portano fino all'ultimo ballatoio, oltre c'è solo la campana, ma non è accessibile.
Lungo le scale incontriamo visitatori che osservano stupiti, fotografano, sorridono... quasi tutti stranieri!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Che fine hanno fatto gli italiani, coloro i cui avi costruirono questa splendida città?
Dalla torre è possibile ammirare scorci della città e stupendi panorami.
Approfittiamo del momento per scattare qualche foto...
Palazzo Vecchio, nasce nel 1298 e "Colla sua architettura severa ben ci ricorda l'indole, la potenza e le imprese di quei tempi gloriosi, e al pari delle eloquenti pagine di Tucidide e di Livio, ne accende l'anima di patrio amore." 
Palazzo vecchio sorge dove un tempo si trovavano le case dei ribelli,gli Uberti e altri, di fazione ghibellina. Questo fatto determinò la forma particolare del Palazzo che non poteva avere come fondamenta quelle che erano state maledette col sale. Dove oggi sorge il Palazzo Vecchio allora sorgevano altri palazzi e alcune torri delle famiglie dei Foraboschi e dei Vacca , su quest'ultima venne innalzata la nuova torre, fino all'altezza di 94 metri da terra. 
 
 
E in lontananza altre torri e altre chiese, splendide opere offerte dall'uomo a dio, per glorificare dio e l'Uomo. Tra queste la chiesa di Santa Croce...
 
 
Ma per ora mi fermo, troppo grande è l'impresa di descrivere tutta d'un fiato la splendida città di Firenze.
 
 
 
Troppe sono ancora le opere, gli artisti, i condottieri, i poeti che resero onore a questa città, per raccontarne la storia in un solo post.
Arrivederci dunque, alla prossima, con l'aiuto della memoria, di alcune foto e della storia raccontata da Arcangelo Piccoli.
 
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

venerdì 28 dicembre 2012

Revue des deux mondes - Ricordi dell'isola di Sardegna (Parte prima)

Per caso, come tante altre volte, mi è capitato per le mani un volume della Revue des deux mondes, del primo febbraio 1863 e sfogliando le pagine rovinate dal tempo, mi sono imbattuto in un articolo che ha attirato la mia curiosità, "Souvenirs de la Sardaigne" del Conte di Minerva.
Naturalmente ho acquistato la rivista e mi sono tuffato immediatamente nella lettura.
Non ho tardato tanto ad accorgermi che questo pezzo rappresentava un prezioso ricordo delle tradizioni della Sardegna così, ho deciso di tradurlo e renderlo fruibile a chi è interessato alla storia dell'isola, ai suoi costumi e alle tradizioni.
Non so se quanto vi è raccontato sia tutto vero o quanta parte sia invece romanzo, ma credo che in ogni caso ognuno di voi lettori potrà trovarvi qualcosa d'interessante.

Ricordi dell'isola di Sardegna
del Conte di Minerva
(Parte prima)
 

Un ricco armatore genovese divenuto proprietario in Sardegna m'invitò, pochi anni orsono, a passare qualche settimana nelle sue terre del Campidano di Oristano, uno dei distretti dell'isola tra i più selvaggi. Io colsi al volo l'occasione che mi fu offerta di osservare la vita patriarcale in uno dei rari paesi d'Europa in cui ancora vi trova rifugio.
Questi paesi, a dir la verità, sono la disperazione dei viaggiatori, e se un caso fortuito non ha loro consentito di entrare nel focolare, di penetrare nella loro intimità, essi (viaggiatori) se ne allontanano lasciandosi alle spalle diverse incongruenze, diversi contrasti inspiegabili.
Non fu così per me, il rapido soggiorno che passai in seno alla famiglia del signor Feralli (questo era il nome dell'armatore genovese) m'insegnò più sui costumi sardi di quanto non avrei potuto imparare per mezzo di lunghe giornate di viaggio per l'isola.
Fu all'inizio di aprile del 1857 che mi imbarcai sul battello che fa la spola tra Genova e Porto Torres, il porto settentrionale dell'isola. Il signor Feralli, il mio ospite, abitava normalmente a Villanova Monteleone, piccola cittadina che dista da Porto Torres otto o dieci ore di marcia. Informato del mio arrivo si sarebbe dovuto recare a Porto Torres.
La notte era prossima quando arrivammo in vista della costa sarda, debolmente ondulata, che scompariva sempre più nelle ombre crescenti (della notte). Un brusio confuso giungeva ancora da terra: era il mormorio della vita che si risvegliava dopo le ore calde d'un giorno di primavera; ma il brusio cessò non appena entrati in porto. La notte era calata e dovemmo rimandare lo sbarco all'indomani.
Il sole si era appena levato quando sbarcammo in mezzo ai numerosi gruppi di perditempo già fermi sulla banchina .
La mia attenzione venne Immediatamente attirata dalla fisionomia e dal costume d'un cavaliere che, in piedi vicino al suo cavallo, sembrava cercare qualcuno tra i passeggeri. Si trattava di un giovane uomo di circa venticinque anni, dal colorito abbronzato, gli occhi neri, la barba lunga e setosa. Aveva il capo coperto da una sorta di cuffia frigia di colore scuro. I suoi capelli erano suddivisi in due enormi trecce che si riunivano sulla fronte. La tunica in pelle di cervo senza maniche che dalle spalle scendeva fino alle ginocchia era stretta ai fianchi con una cintura in cuoio alla quale era appeso un pugnale ricurvo: appresi più avanti che questo vestito si chiamava "collete", oggi se ne vedono solo raramente nel nord dell'isola. Del giustacuore, o corytu, ricoperto dalla collete, non si vedevano che le maniche violette con le cuciture scarlatte e ornate, dal polsino al gomito, da una guarnizione di bottoni in metallo cesellato. La collete lasciava apparire anche i bordi d'una giubba di drappo nero, o rhagas, qualcosa di mezzo tra la fustsnella albanese e le brache francesi del XVII° secolo, poi un pantalone gonfio in tela fine bloccato al disotto del ginocchio da ghette di drappo nero (borzeghinos) guarnite da bottoni di metallo e ornati di nastri blu che li serravano alle caviglie. Delle placche d'argento cesellato, incrostate di corallo, scintillavano sul collete come sulla cintura. L'insieme di questo costume offriva, come è facile capire, un mix singolare di ricchezza e di semplicità...
 
 
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

venerdì 7 dicembre 2012

Pendolari: l'avventura del giorno sette dicembre 2012

Questa mattina alle 06,40 a Santa Palomba (stazione di Pomezia) la temperatura si aggirava sugli zero gradi.
Raggiungo il binario e aspetto il treno delle 06,40 che era annunciato con 15 minuti di ritardo... il monitor indicava che non era l'unico treno in ritardo, come spesso accade sulla tratta per Roma.
Aspetto con pazienza l'arrivo del treno, raccogliendo in silente ascolto le impressioni degli altri viaggiatori (che non riporto solo perchè non mi piacciono le parolacce!).
Intorno alle 07.00 arriva un treno notte, si ferma, è quasi vuoto e tutti noi pensiamo che l'attesa sia finita!
Ma purtroppo la delusione è grande quando ci accorgiamo che le porte non vengono aperte. Un treno quasi vuoto, diretto a Roma, fermo sul binario due... così vicino eppure così lontano!
 
Dopo alcuni interminabili minuti di critiche (e di #!!?@#) all'indirizzo di chi gestisce il servizio ferroviario il treno se ne va per la sua strada, seguito dagli sguardi sconsolati della maggior parte dei pendolari in attesa.
 
Un altro treno in arrivo, quello delle 06,52... naturalmente è già pieno. Eppure qualcuno riesce a salire, spingendo e sgomitando... io attendo ancora, il treno delle 06,40 è stato annunciato in arrivo con 25 minuti di ritardo!
 
Si fanno le 07,30 e i pendolari come me, ormai congelati, riescono finalmente a prendere il treno... purtroppo!
Purtroppo perchè proprio così inizia la seconda Odissea.
Il treno parte e si ferma decine di volte... senza sapere cosa accade chiaramente!
Arriviamo infine circa 45  minuti dopo a Termini, salutati dalla voce suadente dell'altoparlante che annuncia l'arrivo e si scusa per il ritardo!
Scuse... cosa ce ne facciamo noi pendolari delle scuse?
Possono forse essere utilizzate per recuperare il tempo perduto?
 
Un fastidio profondo mi attanaglia il ventre al pensiero che solo alcuni giorni prima, in tv, l'Amministratore Delegato di Trenitalia reclamizzava i nuovi treni ad alta velocità, fiore all'occhiello dell'azienda. Treni che verranno utilizzati probabilmente dall'1% dei viaggiatori italiani e forniranno un servizio di tutto rilievo... a fronte del restante 99% che continua ad usare il servizio "sardine in scatola" nell'indifferenza di tutti i nostri politici e amministratori!
 


Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

domenica 2 dicembre 2012

Sull'importanza di leggere i testi antichi

Oggi voglio affrontare un argomento che mi sta particolarmente a cuore, lo studio dei testi antichi.
Premetto che io ho studiato in un istituto per geometri per cui non ho avuto una preparazione classica che invece può dare un liceo scientifico o classico anche se poi con la laurea e soprattutto con gli studi personali ho cercato di rimediare.
La mia passione è lo studio, di tutto, con particolare interesse per la storia antica e le scienze. Così nel tempo mi sono reso conto che lo studio di testi scientifici o di storia non può essere affrontato seriamente se non andando a leggere i testi degli autori cui di volta in volta si fa riferimento in un testo. Spesso seguire le tracce all'indietro è veramente complicato per tanti differenti motivi, spesso è infatti impossibile rintracciare un testo di riferimento in quanto non esiste più oppure perchè non ne esiste una traduzione in una lingua a me conosciuta o perchè non esiste ancora modo di accedere al testo in quanto presente solo in qualche sperduta biblioteca.
Un po alla volta, soprattutto con l'uso di google books, sono riuscito a trovare e leggere molti libri importanti e così mi sono ancor di più convinto della necessità di studiare i testi antichi e non le sintesi moderne degli stessi.
Voglio perciò rivolgere un invito ai ragazzi, leggete le sintesi che vi danno a scuola, ma poi approfondite, cercate gli autori di riferimento e i loro testi su wikipedia, su google books e sulle immense biblioteche o line americane e inglesi e leggete i testi originali. Studiate le lingue e leggete i testi nella lingua originaria dell'autore.
Approfondite fino a che potete e fatevi voi una idea, sempre, diventate così liberi pensatori e decidete voi in cosa credrere e in cosa non credere.
Fatelo, e vi sentirete molto più forti nelle vostre opinioni, ma soprattutto vi renderete conto ch le cose talvolta sono diverse da come ve le hanno sempre raccontate!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

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