mercoledì 22 febbraio 2017

Sofia, l'antica Sardica

Sofia, la capitale della Bulgaria, è una grande città che un tempo si chiamava Sardica (in alcuni casi anche Serdica).
Il nome lascia pensare alla Sardegna e alla sua popolazione, i Sardi.
In antichità esisteva anche un'altra città, chiamata Sardi, ma questa si trovava nell'odierna Turchia. Intorno al VII secolo a.C. Sardi era la capitale della Lidia.
Anch'essa, dal nome potrebbe avere qualche riferimento con la Sardegna.

Nei testi antichi greci si parla di colonizzazione della Sardegna e creazione di colonie.

In alcuni testi si fa riferimento al fatto che i Sassaresi discendono dai Tatari.

Cosa c'è di vero in tutto ciò?

Forse non lo sapremo mai... sta di fatto che gli stessi Tirreni, gli antichi abitanti dell'Italia, in alcuni testi sono chiamati Turreni, ovvero costruttori di torri.
E se si guarda in giro in Sardegna, di torri ve ne sono fin troppe! Le torri nuragiche...
Ora date uno sguardo allo stemma di Sofia, l'antica Sardica qui sotto:



 Sarà un caso la presenza delle torri e soprattutto della testa coronata da torri?
Ricorda molto quella a tutti nota come serie Siracusana, in cui c'era l'immagine dell'Italia Turrita:


Ebbene, forse occorre approfondire le relazioni tra la Sardegna e i popoli che costruirono Sardica.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

sabato 11 febbraio 2017

Roma - Museo Napoleonico

Oggi è una bella giornata, adatta ad una passeggiata lungo il Tevere e, magari la visita di un museo.
Decidiamo così di vedere il Museo Napoleonico, che si trova di fronte alla Corte di Cassazione.
Lungo la strada ammiriamo la chiesa del Sacro cuore di Gesù in Prati 



e il palazzo della Cassazione.


Ma eccoci arrivati al museo. 
L'ingresso è gratuito. 
Quando entriamo ci troviamo circondati da quadri e mobili che ricordano la magnificenza di una delle famiglie più potenti dell'Europa dell'800: i Bonaparte.

Osservando i quadri, vien da pensare alla grandezza della Francia ma anche a come, dovunque Napoleone andasse, l'arte veniva saccheggiata! 
Napoleone arricchì le collezioni del Louvre senza farsi alcuno scrupolo. Non solo l'Egitto fu suo territorio di caccia, ma anche Roma.
Questa incisione del 1797 di Jean-Jérome Beaujean immortala la partenza delle opere d'arte di Roma per il museo Nazionale di Parigi.


Passeggiando per le stanze ci si rende conto di quanto sia facile dimenticare.
Duecento anni sono niente nella storia dell'uomo, eppure è facile dimenticare cosa accadeva duecento anni fa in Europa. Come è altrettanto facile dimenticare che allora l'Italia era una entità geografica ma non politica.
Napoli era un regno e il suo Re fu, per alcuni anni, un certo Murat, generale francese, cognato di Napoleone.


Napoleone imperatore, diviene anche Re di Roma, dopo lo scontro con il papa Pio VII, da lui imprigionato.
Bartolomeo Pinelli rappresenta, con questo disegno, il Tevere personificato che consegna all'aquila imperiale le armi per il Re di Roma, Napoleone.

 
Ma la fortuna dell'imperatore giunge al termine e viene esiliato prima sull'isola d'Elba e poi, nel 1815, definitivamente sull'Isola di Sant'Elena, nell'Oceano Atlantico, dove dal 1815 al 1821 Napoleone vivrà in esilio.
La sua fine è rappresentata in questo quadro:


Il Museo è un piccolo gioiello, se paragonato ai Musei romani, ma merita sicuramente una visita, anche perchè in questi giorni è possibile ammirare una mostra di micromosaici veramente stupendi, tra cui questo paesaggio dei templi di Paestum.


Napoleone, arcigno, forse deluso per i tradimenti che subì, vi saluta!



Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

Sul significato di "vello d'oro", da Strabone

La lettura della Geografia di Strabone riserva ogni giorno nuove sorprese.
Nel libro XI, che parla dell'Asia, vi è una piccola par
te in cui accenna al significato del "vello d'oro".
Si parla nel capitolo II della Colchide.
Strabone accenna al fatto che Giasone e prima di lui Frixos, conquistarono quei territori (o per lo meno li raggiunsero).
La Colchide da sul mare (il Mar Nero) e una delle sue città si chiamava Dioskourias. Tra le popolazioni di Dioskourias ve n'era una chiamata dei "Mangiapidocchi, così chiamati per la loro squallida sporcizia".
Ma la popolazione regnante è quella dei Soanes, non da meno dei Mangiapidocchi in quanto a sporcizia, ma più potenti.
I Soanes regnano sul territorio anche grazie alle ricchezze della regione. Strabone dice infatti che i fiumi della zona erano ricchi d'oro che veniva raccolto "per mezzo di mangiatoie bucate e pelli villose. Da questo fatto deriverebbe il mito del vello d'oro".

Strabone aggiunge che forse a causa dell'oro questi popoli sono conosciuti anche come Iberi e il territorio come Iberia, similmente all'Iberia occidentale (Spagna) che allo stesso modo possiede miniere d'oro.

Ringrazio Strabone per le informazioni che se non altro soddisfano la mia curiosità di tanti anni di letture!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO  

venerdì 10 febbraio 2017

La stirpe guerriera delle Amazzoni, da Strabone

Chi erano le Amazzoni, la mitica stirpe di donne guerriere?
Lo chiediamo a Strabone, il "Geografo". 
Strabone, nato ad Amasea nel Ponto (l'attuale Amasya, in Turchia), visse tra il 64 a.C. e il 24 d.C., geografo e storico, è conosciuto per la sua opera principale, la "Geografia", in 17 libri. 
Il libro XI tratta dell'Asia ed è qui che nel V capitolo troviamo l'oggetto della nostra curiosità: le Amazzoni.

"Sui monti sopra l'Albania dicono che abbiano dimora anche le Amazzoni..." 

Quando Strabone parla dell'Albania, non parla dello stato che noi conosciamo. Per Albania intende infatti una antica nazione posta tra l'Armenia e il Mar Caspio.

Le Amazzoni, una stirpe di sole donne, si occupavano, dice Strabone, di tutte le attività necessarie alla vita, dall'agricoltura alla pastorizia (tra cui principalmente all'allevamento dei cavalli), dalla caccia alla guerra.

"... le più gagliarde farebbero grandi cacce e si eserciterebbero nelle arti guerresche..."

Questo, almeno, a detta di quegli storici più antichi che le hanno conosciute.

Le Amazzoni, sin da piccole provvedevano a cauterizzare il seno destro per evitare di avere impedimenti nell'uso delle armi, in particolare nel lancio del giavellotto. Ma usavano anche l'arco, la "sagaris" (ascia bipenne scitica) e la "pelta" (uno scudo leggero). Usavano inoltre le pelli degli animali per produrre ciò che poteva occorrere.
La sopravvivenza della specie era garantita dalla vicinanza con la popolazione di soli uomini chiamata Gargareis, che abitava li vicino. 
Nei mesi di primavera, le Amazzoni lascerebbero la loro terra per salire sui monti di Tuono, nel Caucaso, dove, nello stesso periodo, si recavano i Gargareis, secondo una usanza antica: "... e insieme alle donne fanno sacrifici e si accoppiano allo scopo di prolificare. In segreto, e al buio, ognuno prende quella che capita, e quando le hanno messe incinte, le mandano via. Se partoriscono una femmina, le donne la tengono con loro, mentre portano i maschi agli uomini perchè li allevino, e ciascuno, ignorando come siano andate le cose, adotta il singolo bimbo, ritenendolo come suo figlio."

Strabone ci dice inoltre che le Amazzoni e i Gargareis provenivano da Themiskyra. 
Tra Amazzoni e Gargareis scoppiò una guerra. 
Al termine della guerra le due tribù si accordarono per vivere separatamente e stabilirono le regole suddette, limitando i loro rapporti alla procreazione.

Strabone racconta nel suo libro quanto ha letto o sentito sulle Amazzoni, esprimendo il suo parere su queste storie antiche e fantastiche: 

"... chi crederebbe che un esercito, una città o una nazione di donne, possa sopravvivere senza uomini?"

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

     

domenica 5 febbraio 2017

Gesico: chiesa di Santa Giusta

La chiesa di Santa Giusta, chiesa parrocchiale del comune di Gesico, è una bella chiesa costruita intorno al 1500.
 
Ecco alcune foto scattate pochi giorni fa.


Facciata e campanile



Pala d'altare in legno



Veduta d'insieme

l'altare

Pulpito



San Sebastiano

Sant'Amatore

Crocifisso in legno

L'altare
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

Curiosità sull'esercito romano, da Plinio il Vecchio

Storie Naturali, di Plinio il Vecchio è, secondo quanto affermato dal nipote Plinio il Giovane, una "opera vasta, erudita, non inferiore alla stessa natura, per varietà di argomenti". 
Suddivisa in 37 libri e pubblicata nel 77 d.C., era dedicata all'Imperatore Tito.

Plinio il Vecchio, raccoglie nella sua opera, tutto il sapere del tempo.
Nel X libro parla degli animali, reali e fantastici, e raccoglie anche notizie storiche che con questi hanno a che fare.
E' così che accenna al fatto che le legioni romane, a partire dal s
econdo consolato di Gaio Mario (intorno al 103 a.C.), adottarono l'Aquila come simbolo caratteristico.
Plinio afferma che già in passato l'Aquila era uno dei simboli utilizzati dalle legioni, assieme al lupo, al minotauro, al cavallo e al cinghiale.
Per questo motivo, afferma, il quartiere invernale di una legione veniva situato dove era presente una coppia di aquile.

Antica moneta dell'imperatore Vespasiano con sul retro l'aquila della legione e simbolo del potere imperiale
La storia dell'aquila utilizzata come simbolo della legione romana è certamente nota  a tanti. 
Forse però è meno nota quella delle oche e delle attività legate alla raccolta delle piume.

Plinio ci racconta che le migliori piume d'oca provenivano dalla Germania, dove le oche erano più piccole di quelle romane e venivano chiamate "gante". 
Il prezzo di quelle piume, in quei tempi, era di cinque denari per libbra e a causa di ciò, aggiunge, accadeva spesso che i capi delle truppe ausiliarie venissero messi sotto processo con l'accusa di aver spedito le coorti a catturare le oche, sguarnendo i posti di guardia.

Plinio aggiunge, sconcertato: "siamo giunti a tale mollezza nei nostri costumi che neppure le nuche degli uomini possono fare a meno delle piume!", immagino che si riferisse al fatto che con le piume, già allora, si producessero i cuscini.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

Ciao Speranza

Ciao Speranza,

Oggi ti salutiamo per l'ultima volta.

Sei stata presente per tanti anni nella nostra vita.
Compagna fedele di Terenzio, mamma affettuosa di Renato, Maurizio, Giuseppina, Ernesto e Annamaria, nonna amorevole di Alessandro, Francesco, Filippo e Aurora.

Sempre disponibile, sempre pronta ad aiutare tutti, a consolare tutti con la tua profonda fede.

Sei sempre riuscita a tenere unita la tua famiglia, che ti ama e oggi è qui, unita, per renderti omaggio.


Il ricordo di te ci terrà uniti.
Grazie per tutto ciò che ci hai dato è grazie per tutto ciò che ancora, da lassù, potrai fare per noi.


Alessandro, Giusy e Francesco

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