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mercoledì 19 settembre 2007

La filosofia del buongustaio...

E’ difficile immaginare con che gusto mi accingo a cucinare, con quale trepidazione mi avvicino ai fornelli della vecchia cucina a gas di mia nonna…
In mente ho il sapore intenso dei condimenti della carne, delle spezie, dei sughi preparati magistralmente e con tanto amore.
Ora tocca a me cimentarmi con pentole, mestoli, spezie e cibi, capaci se ben preparati, di rendere piacevole la più povera delle mense.
Con che piacere accendo il fornello sfregando lo zolfanello tra due mattonelle della parete della cucina, come ho visto fare tante volte da mia nonna. L’odore dello zolfo è preludio di sontuosi banchetti, è l’anticamera di speziate portate, è l’inizio di un’avventura sempre diversa nelle sue saporite vicende…
Mi danzano davanti agli occhi, stimolando l’appetito, gustosi antipasti di pesce composti da rossi gamberetti insaporiti con maionese, chiara e profumata, sormontata da tre foglie di prezzemolo fresco, artisticamente sistemate...
Mi accorgo di essere pronto a gustare queste delizie, poi mi fermo...
sento che manca qualcosa... Uno spruzzo di limone, come per incanto, riempie l’aria di profumo…
Guarnisco il piatto con sottili fette di cetriolo dalle rotondità perfette! Completamento visivo per il piacere dei sensi…
L’antipasto è pronto, ripongo il piatto sul ripiano in legno della cucina e torno ai fornelli.
Mucchietti ben distinti di verdure attendono, sul tagliere, di essere impiegati!
La pancetta affumicata, condita con pepe nero, attende anch’essa d'esser saltata in padella, felice di nuotare nell’olio bollente... appetitoso olio d’oliva.
Mi richiama alla realtà l’odore dell’olio caldo, vi immergo le verdure cotte a vapore, ancora ricche d’acqua, spinaci dalla foglia larga, fronzuta cicoria selvatica, colorate e saporite carote.
Sbatto due uova in un piatto, due pizzichi di sale e una spruzzata di peperoncino … movimenti ormai naturali per un buongustaio, visti fare tante volte e poi provati e riprovati nel tempo. Le verdure sono quasi pronte, l’acqua è evaporata, la pancetta è ben rosolata. Aggiungo le uova sbattute, il profumo si spande nell’aria, ricordi mi affiorano alla mente. Devo fare attenzione, è ora di spegnere il fornello, il calore della padella, dell’olio e delle verdure faranno il resto. Ora, a fuoco spento, aggiungo le scaglie di parmigiano.
Non ho ancora finito, ma già il profumo intenso e stuzzicante riempie l’aria circostante. Stendo su un piatto da portata delle foglie di lattuga e vi adagio sopra la torta di verdure, guarnisco i bordi con dei ravanelli tagliati a forma di bocciolo di rosa…
E’ giunto il momento di preparare il primo piatto. Immagino già il profumo invitante "dessa fregua cun cocciua" alla mia maniera. Verso in un tegame dell’olio d’oliva, vi taglio dentro il prezzemolo fresco, in abbondanza, e l’aglio quindi aggiungo i frutti di mare, cozze, vongole ed arselle sgusciate.
Attendo per qualche minuto che il profumo si diffonda nell’aria, che si confonda con gli odori forti della pancetta e dell’aglio, quindi aggiungo un pomodoro fresco finemente tagliato.
Ancora qualche minuto… Mescolo di tanto in tanto con un vecchio mestolo in legno trovato sul fondo del cassetto. Quante pietanze potrebbe raccontare, quanti sublimi sapori potrebbe ricordare se solo potesse parlare…
E’ giunto il momento di aggiungere sa fregua, mescolo velocemente e faccio in modo che rosoli leggermente, poi aggiungo il brodo, come quando si prepara il risotto. Assaggio … occorre ancora un pizzico di sale. Pochi minuti di cottura e il primo piatto sarà pronto!
Verso sa fregua cun cocciua in una terrina bassa, guarnita con due foglie di radicchio rosso e poi sopra il tutto poggio due cime di basilico fresco.
Dei crostini di pani arridau conditi con olio, sale e mattuzzu raccolto la mattina, attendono sulla tavola imbandita l’arrivo del buongustaio…

Alessandro Giovanni Paolo Rugolo
______________
Sa fregua è un tipo di pasta/minestra di grano duro tipica della Sardegna.
Sa fregua cun cocciua è la minestra con i frutti di mare.
Su mattuzzu è un tipo di insalata selvatica amara.
Su pani arridau è il pane abbrustolito.

martedì 18 settembre 2007

SRIMAD BHAGAVATAM - Quattro miliardi trecentoventi milioni di anni...

[Canto 1, cap. 6, verso 31]
Dopo quattro miliardi trecentoventi milioni di anni solari Brahma si svegliò di nuovo per creare secondo la volontà del Signore, e tutti i rsi, tra cui Marici, Angira e Atri, rinacquero dal corpo trascendentale del Signore, e con loro apparvi anche io.
Quattro miliardi trecentoventi milioni di anni solari... è strano pensare che questa cifra sia presente in un testo antico...
E' ancora più strano il fatto che l'Universo, scientificamente parlando, sia vecchio... molto vecchio... approssimativamente quattro miliardi e mezzo di anni solari...
Che coincidenza!
Se poi parlassimo del fatto che i testi sacri dicono che l'Universo si forma e muore ogni, pensate un po, quattro miliardi trecentoventi milioni di anni solari...
Beh, tutte strane coincidenze!
Ne sono convinto anche io... tutte strane coincidenze!
Alessandro Giovanni Paolo Rugolo

lunedì 17 settembre 2007

Beppe Grillo entra in politica...

Certo che siamo messi male in Italia!
Non certo perchè Beppe Grillo entra in politica, non è quello il problema...
Certo, qualcuno potrebbe dire "ma cosa ne capisce un comico di politica... occorrono professionisti!" e, forse, in uno stato serio, avrebbe ragione. Ma in Italia?
E' forse possibile fare peggio dei nostri politici?
Io non sono un politico, ma credo che sia difficile far peggio! per cui, Beppe Grillo, benvenuto... e se riesci a cambiare qualcosa, ironia o meno, meglio così!
Dicevo che c'è da preoccuparsi in Italia, in quanto il Presidente del Consiglio, invece di pensare ai problemi della nostra società si preoccupa di rispondere alle provocazioni di un comico...
E' come dire che la politica ha paura delle ombre...
Ma forse è proprio così... hanno paura...
Cosa accadrebbe se il popolo prendesse coscienza di ciò che accade in Italia... forse i politici rischiano di perdere lo scranno?
E si... forse è proprio ciò che temono!
E allora, dopo aver votato per tutte le correntie i partiti nella speranza che un cambiamento potesse veramente esserci... perchè non provare anche per Lui, il Beppe Nazionale?
Io ci penserò... e chissà... tanto, peggio di così!?!
Alessandro Giovanni Paolo Rugolo
P.S. Beppe, se hai bisogno di una mano a scrivere il tuo programma...
conta pure su di me... tanto, peggio delle cose che già scrivono... è difficile fare, pure impegnandosi!

domenica 16 settembre 2007

Quante cose vorresti fare nell'arco di una vita?

Hai mai provato a elencare le cose che ti piacerebbe fare?

Domanda facile, risposte banali... penso...
Eppure, pensandoci bene...
quante cose si possono fare nell'arco di una vita?

Se dovessi rivolgere a me stesso la domanda, mi troverei in imbarazzo!
Tanto per cominciare, direi le cose che mi piacerebbe fare...
Vorrei fare lo scrittore... da grande!
Chissà...

E poi?

Beh, le cose che mi piace fare, bene o male, le faccio già!
Vorrei viaggiare, ecco, si...
vorrei vedere il mondo con i miei occhi...

Ne ho trovate già due...
O solamente due, questione di punti di vista...
bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, insomma!

Due... pensavo di più!

Viaggiare e scrivere...
si, credo che mi piacerebbe...

Ma ancora devo crescere...
e così vado avanti a fare ciò che posso per cambiare il mondo...

Cambiare il mondo... e così siamo a tre!
Nient'altro?
Nessun'altra idea per il futuro?

Si potrebbe obiettare che "cambiare il mondo" potrebbe richiedere più di una vita...
Si, sono d'accordo, ma forse cambiare il mondo è più semplice di quanto si pensi...
Uno nasce e cambia il mondo dei suoi genitori,
dei nonni, dei fratelli...
Vive e istante dopo istante cambia il mondo di chi gli stà affianco...
poi magari, nell'era di internet, uno si mette a scrivere le sue riflessioni su di un blog e cambia il mondo di chi lo legge, magari a tremila chilometri di distanza...
E così, con un colpo solo ho realizzato tutti i miei desideri...
Ho scritto, ho viaggiato... e ho cambiato il mondo!

Ed ora che faccio?!?
Un bel viaggio nel passato... magari, con un bel libro di storia tra le mani!
Alessandro Giovanni Paolo Rugolo

Roma, città eterna...


Roma Capitale...
Affascinante nelle sue mille sfaccettature.


Ricca eppure povera...
Antica nella sua modernità...
Muoversi per le strade, lungo i suoi marciapiedi,
osservando attentamente il tuo prossimo.


Salire in metrò,
percorrere chilometri di buie, soffocanti, gallerie
per riemergere di fronte al Colosseo...
manifestazione maestosa dell’abilità umana!


Ma altre realtà ti assalgono,
colpiscono l’occhio e forse il cuore.


Uomini ricchi e poveri,
sani e malati... morenti,
realtà differenti... l’una affianco all’altra,

per questo ancora più evidenti.


Puoi trovare tutto a Roma...
città antica...
città eterna...

Alessandro Giovanni Paolo Rugolo

venerdì 14 settembre 2007

Waset

Così gli egizi chiamavano Tebe

La celebre capitale dei faraoni del Medio e del Nuovo Regno, nota in tutto il mondo con il nome greco “Tebe”, era una vera e propria metropoli, fervente di vita e attività.
Per ripercorrere i passi dei faraoni della XVIII e XIX dinastia, oggi, dobbiamo recarci a Luxor, dove sorge l’Opet meridionale del dio Amon.
Di Waset rimangono solo poche rovine, anche se in parte i resti dei templi di Karnak e di Luxor esprimono al meglio la grandezza dell’antica capitale egizia.
Waset si stendeva su un territorio molto vasto diviso in tre zone principali.
La prima rappresentava la città vera e propria in cui vivevano i faraoni e la popolazione e a cui era connessa un’area sacra situata in un sobborgo settentrionale, dedicata esclusivamente agli dei.
Durante la XII dinastia sorse un tempio dedicato al dio Amon, il primo nucleo del Tempio di Karnak.
L’Opet- meridionale del dio, l’Opet-resut, in cui Amon si recava a far visita alla sua sposa, (l’odierno Tempio di Karnak), sorse solamente nella XVIII Dinastia e rappresentava l’Harem del Sud.
Nella terza parte di Waset sulla riva sinistra del Nilo, oggi identificata con il termine di Tebe Ovest, sorgevano i templi funerari e le necropoli reali e private.
I cittadini di Waset conducevano la loro esistenza a stretto contatto con i morti, protetti dagli dei che avrebbero garantito la stessa quotidianità anche dopo la vita terrena.
Waset era stata scelta dagli dei per avere un destino glorioso.
Strategicamente sorta in uno dei punti nevralgici dell’Impero, era favorita nei rapporti commerciali con i paesi del Mediterraneo e dell’Africa, particolarmente con la Nubia, e poteva contare sulla vicinanza con le piste per le miniere dei deserti e verso le oasi.
Waset era lussureggiante, rigogliosa, sorgeva su una delle più ampie e fertili piane d’Egitto,
Il Nilo garantiva la fertilità del terreno, i raccolti erano abbondanti.
La montagna tebana che la cingeva e le valli desertiche costituivano la vita nell’aldilà grazie alla costruzione di necropoli reali e private.
Waset significava “scettro” e si scriveva con un geroglifico a forma del simbolo reale.
Chiamata dagli egizi “Città di Amon” fu ribattezzata dai greci “Diaspolis Magna” (“La grande città di Zeus” dio con cui Amon fu identificato).
Non è chiaro perché in epoca successiva fu chiamata Tebe.
Secondo un’ipotesi potrebbe derivare dal nome Apet o Opet con cui si indicava il dominio di Amon, a cui fu aggiunto l’articolo femminile “T” e per i copti fu “T-Apet” e per i Greci “Tebe”.
Un’altra ipotesi farebbe risalire la provenienza del nome dal sito di Medinet Habu (Tebe Ovest), Iat-tjamet, che abbreviato in Djeme per i greci sarebbe divenuto Tebe (Thebai).
La splendida Waset in cui vissero i più grandi faraoni dell’intera storia dell’Antico Egitto, inizialmente era un piccolo villaggio di pescatori.
Infatti, la prima capitale della terra del Nilo fu la città fondata da Menes: Menfi “La ben fatta e bella”.
Ma era nel destino di Waset diventare un giorno il centro del potere.
Capitale del quarto nomo dell’Alto Egitto, durante l’XI dinastia con il crollo di Menfi e il caos anarchico che ne seguì, al termine del Primo Periodo Intermedio alcuni principi tebani, tra i quali Antef e Mentuhotep, ripristinarono la monarchia, governando proprio da Tebe.
Quando gli Hyksos occuparono l’Egitto si insediarono in una nuova città situata nel Delta, eleggendola a capitale “Avaris” (oggi Tell el Daba).
Ta’o, Kamose e Ahmose, con altri eroici principi tebani, al termine del Secondo Periodo Intermedio liberarono l’Egitto dall’invasore e grazie a questa vittoria, Waset (città di provenienza dei principi) divenne la capitale dell’Egitto Imperiale.
Durante la XVIII dinastia la città visse un incredibile periodo di sfarzo e potenza.
Fu abbellita da meravigliosi monumenti, templi e palazzi reali di stupefacente bellezza, e celebrata con continue feste sontuose il cui eco risuonava per tutto l’Egitto.
Salito al trono, Akhenaton volle abbandonare la città a favore di una nuova capitale, Akhetaton costruita appositamente per adorarvi il dio Aton.
Con il sorgere della XIX dinastia il centro politico si spostò da Tebe verso nord, senza che ciò intaccasse la sacralità della città che rimase la capitale religiosa dell’impero.
Ramses II edificò una nuova capitale, Pi-Ramses che sorse nel Delta, sul sito di Avaris, tuttavia sia i faraoni della XIX dinastia sia quelli della XX continuarono a farsi seppellire nella necropoli tebana.
Tra la XXI e la XXII dinastia, durante l’epoca tanita, a Tebe fu riconosciuta la sua grandezza, grazie al tempio di Amon e all’influenza del clero che fu, con il sommo sacerdote, la controparte del potere faraonico nell’Alto Egitto.
Con l’avvento dei faraoni neri, durante la XXV dinastia, che dall’antica Kush avanzarono verso il nord, Tebe tornò ad essere la città gloriosa di un tempo, ma solo per il periodo del dominio nubiano.
Lo splendore dello “scettro d’Egitto” si offuscò completamente di fronte alle armate assire nel 663 a.C.
Waset, la patria di Amon era perduta per sempre.
Omero nell’Iliade ne ricorda la potenza:
”Tebe egizia, ove sono nelle case ricchezze infinite, Tebe che ha cento porte, e per ognuna duecento armati passano, con i carri e i cavalli”.

Sabrina Bologni

giovedì 13 settembre 2007

Palle di neve (Inverno)

Chiazze bianche sui tetti rossi
di tegole vecchie
ma ancora buone.

Chiazze di neve,
candida,
caduta già da qualche giorno
e non ancora sciolta
dai raggi di un sole pallido,
lontano,
quasi stanco della Vita,
che a lui deve tutto.

Bimbi contenti per strada
giocano a rincorrersi sulla neve soffice dei giardini,
gridano...
ridono...
si tirano palle di neve.

Chiazze di neve
sui loro giubbini puliti
neve soffice,
bianca, lucente.

E poi più niente.
Solo la notte un gatto miagola,
alla Luna.

Per la strada impronte profonde,
di stivali alti,
grandi,
piccole...
e intorno neve, bianca, candida...


Alessandro Giovanni Paolo Rugolo