venerdì 5 maggio 2017

Non è uno scherzo: l’Arabia Saudita eletta alla Women's Rights Commission

Qualche giorno fa sono apparsi, anche sui giornali italiani, diversi articoli riportanti la notizia “bomba” dell’elezione dell’Arabia Saudita tra gli Stati Membri della Commissione dell’ONU sui Diritti delle donne per gli anni 2018-2022. 
La notizia ha destato scalpore in quanto l’Arabia Saudita nella graduatoria 2016, stilata dalla stessa Commissione, si trova al 141° posto su un campione di 144° Stati del mondo per il rispetto dei diritti delle donne. 
Peggio hanno fatto solo Siria, Pakistan e Yemen. 
Chi per primo ha portato il fatto all’attenzione delle cronache è il gruppo per i diritti umani chiamato UN Watch, ONG con base a Ginevra. 
Il Direttore esecutivo, Hillel Neuer, noto avvocato, diplomatico e attivista, ha commentato così il fatto: “Electing Saudi Arabia to protect women’s rights is like making an arsonist into the town fire chief”, ovvero, “Eleggere l’Arabia Saudita a protezione dei diritti delle donne è come mettere un piromane a capo dei pompieri”, ed ancora: “Today the UN sent a message that women’s rights can be sold out for petro-dollars and politics”, ovvero: “Oggi le Nazioni Unite hanno inviato il messaggio che i diritti delle donne possono essere svenduti in cambio di petrodollari e politica”. 
Naturalmente la frase ha fatto immediatamente il giro del mondo, in alcuni casi creando anche un certo imbarazzo in alcuni ambienti, come nel caso del Belgio dove è cresciuta la polemica quando si è saputo che il governo ha appoggiato la candidatura dell’Arabia Saudita. 
In effetti l’Arabia Saudita, nonostante le recenti modifiche normative che hanno garantito anche alle donne alcuni diritti fondamentali, tra cui il decreto reale del 2011 che da loro la possibilità di votare e di candidarsi alle elezioni, non si può certo annoverare tra gli Stati più virtuosi in materia.
L’elezione dell’Arabia Saudita è avvenuta a scrutinio segreto; tra i 54 membri dell’ECOSOC (Economic and Social Council) vengono eletti 45 membri (non tutti contemporaneamente). Quest’anno, lo scorso mese di aprile, sono stati eletti 13 nuovi membri che saranno in carica per gli anni 2018-2022: Algeria, Comore, Congo, Ghana, Kenya, Iraq, Giappone, Repubblica di Corea, Arabia Saudita, Turkmenistan, Ecuador, Haiti e Nicaragua. Per approfondire è utile dare uno sguardo al Global Gender Gap report del 2016 da cui sono stati presi i dati relativi alla posizione dell’Arabia Saudita. Si tratta di un documento complesso introdotto per la prima volta nel 2006 nell’ambito del World Economic Forum per evidenziare le disparità di genere e tracciare i progressi nel tempo. E’ così possibile vedere come sono stati valutati gli Stati negli anni scorsi e come l’indice è variato nel tempo. 
L’indice misura le differenze esistenti in campo economico, educativo, della salute e politico. Al primo posto nel 2016 si è posizionata l’Islanda, seguita dalla Finlandia, Norvegia, Svezia e Ruanda. In effetti trovare il Ruanda al 5 posto mi ha lasciato un po stupito! Vorrei ricordare che il Ministero della Salute del Ruanda nel 2012 ha dichiarato che il 56% delle donne tra i 15 e i 49 anni ha subito violenze fisiche o sessuali dal proprio partner. Sono passati 5 anni da allora e tutto è cambiato? Forse qualche dubbio sul come viene calcolata la posizione nella graduatoria e sul come la stessa tenga conto degli anni precedenti è legittimo. 
Ancora: che dire della Cina e della pratica di aborto selettivo? Nonostante ciò sia oggi illegale è un dato di fatto che vi sia uno sbilanciamento delle nascite a favore dei maschi. Eppure, come si tiene conto di ciò nel calcolo della uguaglianza dei diritti? Semplicemente con un numero che non sembra riflettersi nella graduatoria finale dove la Cina appare al 99° posto, a poca distanza dalla Grecia! 
Oppure del Burundi e della Namibia, anche questi tra i primi venti Stati, molto avanti rispetto alla stessa Italia, che si trova solo al 50° posto, poco dopo la Serbia (48°)! 
Eppure, a ben vedere, se si volesse valutare il livello di disuguaglianza di trattamento tra uomini e donne, occorrerebbe fare riferimento al “Gender Inequality Index”, un indice che riflette per l’appunto la disuguaglianza di genere, utilizzato, ancora una volta, dalle stesse Nazioni Unite nell’ambito dello United Nations Development Programme (Human Development Report). 
Se si va a leggere il “Gender Inequality Index” si scoprirà che le cose stanno diversamente, il Ruanda, a titolo d’esempio, è 159° su 188 (dati del 2015), l’Arabia Saudita è al 38° posto, l’Italia è al 26° posto e la Norvegia è al 1°. Naturalmente al primo posto si trova lo Stato con valore di disuguaglianza più basso. 
Se usassimo questa scala per valutare chi può far parte e chi no del gruppo, scopriremo che la classifica sarebbe la seguente: Algeria (83°), Comore (160°), Congo (176°), Ghana (139°), Kenya (146°), Iraq (121°), Giappone (17°), Repubblica di Corea (18°), Arabia Saudita (38°), Turkmenistan (111°), Ecuador (89°), Haiti (163°) e Nicaragua (124°). Eppure non mi sembra di aver sentito niente a proposito dell’elezione del Congo tra gli Stati Membri della Commissione dell’ONU sui Diritti delle donne per gli anni 2018-2022! 
Sembra che tutti siano concentrati solo ed esclusivamente sull’Arabia Saudita. Forse il motivo di tanto interessamento è da ricercare tra quelli economici e, dunque, di potere? 
Si dice che a pensar male si compie peccato, ma spesso ci s’azzecca... 
Non per voler difendere l’Arabia Saudita, eppure, se si considera che il consiglio per i diritti delle donne è un comitato eletto nell’ambito dell’ECOSOC e che quindi si occupa dello sviluppo della parità delle donne nell’ottica di un maggior sviluppo economico mondiale - in quanto si presume (senza però dimostrarlo!) che in un mondo in cui vi sia eguaglianza tra uomo e donna vi sia maggior sviluppo economico - è ancora tanto strano che uno Stato come l’Arabia Saudita ne faccia parte? 
Al signor Neuer invece va forse ricordato che l’ONU altro non è che un mezzo atto al governo mondiale. Cosa c’è da stupirsi se poi le logiche di potere, e tra queste il denaro la fa da padrone, riempiono ogni spazio utile?

Comunque sia, se volessimo fare come in Belgio dovremmo chiederci: “Qual’è stata la posizione ufficiale dell’Italia in questa vicenda?” 

Alessandro Rugolo 

Fonti:
https://www.unwatch.org/no-joke-u-n-elects-saudi-arabia-womens-rights-commission;
https://www.sciencedaily.com/releases/2011/03/110314132244.htm;
https://unstats.un.org/unsd/gender/downloads/WorldsWomen2015_report.pdf;
http://hdr.undp.org/en/composite/GI.

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