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sabato 1 luglio 2017

Sa cantone 'e presone, di Barore Testoni

Barore Testoni, ovvero Salvatore Testoni di Bonorva (1865-1945), è uno dei più grandi poeti della canzone sarda. 
Oggi solo pochi cultori della poesia sarda si ricordano di lui eppure, in un tempo non troppo lontano, lo si poteva incontrare ed ascoltare nelle feste paesane. 
Le gare poetiche fino a qualche decennio fa erano molto di moda nei paesi. Allora, ragazzo, non apprezzavo. Oggi mi rendo conto che queste erano parte integrante del mondo della cultura della Sardegna e mi piacerebbe che i poeti in limba tornassero a fiorire e ad intrattenere i paesani con le loro rime su argomenti spesso improvvisati.
Nel mentre faccio ciò che posso, diffondendo come si può le cose che ho letto o sentito.
In questo caso devo ringraziare Gianna Piredda per avermi prestato il libretto "Sa cantone 'e presone" da cui ciò che segue è tratto. Un pezzo di poesia che, per come è scritto, sembra essere autobiografico (però le date non tornano!).
Il libretto è stato pubblicato diversi anni fa da un vecchietto, almeno io l'ho sempre conosciuto vecchio, che girava per le sagre e feste paesane con una cassettina a tracolla al cui interno custodiva la sua merce più pregiata: le poesie dei più grandi poeti sardi. Questo amante della lingua sarda si chiamava Antonio Cuccu e a lui dobbiamo forse la salvezza di tante poesie. Un pensiero anche a lui, assieme a Barore Testoni.
La traduzione, in colore blu, è mia e di mia moglie Giusy; speriamo di aver tradotto fedelmente (non letteralmente) e di aver conservato almeno parte della musicalità dell'originale in lingua sarda. Ma ora basta preamboli, buona lettura!

Partenzia a s'Asinara

S'annu barantatrese so istadu
Dae Tattari trasferidu e s'Asinara
Su vinti e martu m'hana imbarcadu
Ai cuss'isola indigna e avara
Ue appo tres'annos iscuntadu
Sa terribile pena pius amara
Logu indignu bruttu e malaittu
M'han giuttu a iscontare su delittu.

Partenza per l'Asinara

Nel '43 sono stato
Da Sassari trasferito all'Asinara
Il 20 marzo m'hanno imbarcato
Per quell'isola indegna e avara
Dove tre anni ho scontato
La terribile pena più amara
In un luogo indegno brutto e maledetto
M'han mandato a scontare il delitto.

Iscontende sa dura disciplina
Tres'annos so istadu patidore
Malidu e senza meighina
Poi pagu valente su dutore
E peus fi sa razza segundina
Senza de coro non tenen amore
Nudu, isculzu e mortu e frittu
Vivende in cussu logu malaittu.

Pagando per la dura disciplina
Tre anni ho passato sofferente
Malato e senza medicina
Ed inoltre poco capace il dottore
Peggio ancora la razza dei secondini
Senza cuore, non avevano amore
Nudo, scalzo e morto di freddo
Vivendo in quel luogo maledetto.

In cue più dura ap'incontradu
Sa pena chi mancu lu creia
So che unu cadavere torradu
Dae su famine in pè non mi rezzia
E atteros chin d'app'osservadu
Sas carres fini peus de sa mia
Tottu dae su famine congiuntoso
Chi parian sepultados defuntoso.

Dove più dura ho trovato
La pena, cosa che possibile non credevo
Come un cadavere son tornato
Dalla fame in piedi non mi reggevo
E altri di cui ho osservato
I corpi erano anche peggio del mio
Tutti, dalla fame, uniti
Sembravano defunti seppelliti.

Gai tristos ses meses so istadu
Fatende sa vida e s'aradore
Trascinare non podia s'aradu
Fia debile e forza e de vigore
E poi mestiere cambiadu
E postu m'hana a faghe su pastore
Gai sa vida in porpozione
Fi mezzus magari a razione.

Così tristi sei mesi sono stati
facendo la vita da contadino
a trascinar l'aratro non riuscivo
Ero debole di forza e vigore
E poi mi hanno cambiato mestiere
E mess' m'hanno a far il pastore
Così la vita in proporzione
Era meglio, anche se a mezza razione. 

S'aria ca fi troppu apititosa
Aria marittima isolana
A mandigare non b'aia cosa
Solu che custu ranciu non li dana
Sa minestra fu pagu saporosa
Su brou fi che abba e funtana
Su ranciu ispariad'a sa lestra
Ca fini trinta grammos de minestra.

L'aria faceva venire fin troppo appetito
Aria marittima, isolana
Da mangiare non c'era niente
Solo questo rancio ci davano
La minestra era poco saporita
Il brodo era come acqua di fontana
Il rancio spariva in fretta
Perchè erano trenta grammi di minestra.

E puru a tribagliare fi forzosu
Cun custu ranciu si es cosa bella
In custu logu tremendu e paurosu
Si non trabaglia lu ponen in cella
Su carceradu è sempre affannosu
Brivo de aria de lughe e istella
Los'obbligan malaidoso e sanos
Chi paren chi non sian cristianos.

Anche lavorare era pesante
Con questo rancio sempre penoso
In questo luogo tremendo e pauroso
Se non lavori finisci in cella
Il carcerato è sempre stanco
Privo d'aria, di luce e di stelle
Sono costretti, malati e sani
come se non fossero cristiani.

Cun tristos trinta grammos de minestra
Los'obbliga a forza e tribagliare
E airados nalzende a sa lestra
Cherene cun lestresa a fadigare
Chie osservata a manca chie a destra
Chirchende elvas pro si accibare
Sia connotta o no sia connotta
Dae su famine isparia totta.

Con tristi trenta grammi di minestra
li si obbliga con la forza a lavorare
Irati vogliono che ci si alzi in fretta
Ci comandano velocemente a lavorare 
Chi osserva a sinistra, chi a destra
Cercando erba da mangiare
Fosse nota o sconosciuta
Dalla fame spariva tutta!


In cue sa vida l'han distrutta
E cantos poverittos carcerados
Mandigaiana sas'elvas'adeputta
Chi pariana caddos afamadoso
E poi chi'istaiana un'iscuta
Morian dae s'elva avvelenadoso
Moriana in sattu e dolore
Senza mancu arrivu e su dottore.

In quel luogo la vita l'han distrutta
E quanti poveri carcerati
Mangiavano l'erba come facendo a gara
come fossero cavalli affamati
E dopo un po'
Morivano dall'erba avvelenati
Morivano in campagna con dolore
senza che arrivasse neppure il dottore


Sa vida ca fi troppu patidora
In cuss'isola indigna fu ruina
Mandigaian s'orighes coloras
Figu morisca fina cun s'ispina
Senza ispiegare atter'ancora
Finamenta brutes de istentina
Ca narzende su giustu a parre meu
Pare chi peche fina contr'a Deu.

La vita che era troppo penosa
In quell'isola indegna fu rovina
Mangiavano topi e bisce
Fichi d'india con tutte le spine
Senza star a spiegare cos'altro
Con tutte le interiora sporche
Che a dire il giusto a parer mio
Sembra peccare anche contro Dio. 

De fronte finas a s'umanidade
pare chi fetta unu grave peccadu
E no est falzu che sa veridade
Ca cussu totu cantu es capitadu
Da esser brivu de sa libertade
E non è falzu su chi appo notadu
Prite su famin'ha fattu progressu
Tottu custu in s'isola è suzzessu.

Di fronte anche all'umanità
pare sia un grave peccato
E non è falso che la verità
Che tutto quanto è accaduto
Di esser privo della libertà
E' non è falso ciò che ho annotato
Poichè la fame era sempre presente
Tutto ciò sull'isola è accaduto. 

Eo chi l'isco e l'appo proadu
It'è su famine nde do rejone
E cantas boltas mai consoladu
Debile de fisicu e persone
Ma a cussas cosas non mi sò ettadu
Sempre po una brutta impressione
E cando mandighende lo bidia
A corpus boido reggetaia.

Io che lo so e l'ho provato
cos'è la fame gliene dò ragione
E quante volte sconsolato
Debole di fisico e di corporatura.
Ma su quelle cose non mi son buttato
Sempre per una brutta impressione
E quando mangiandone li vedevo
Anche se a digiuno, vomitavo.

Chimb'annos so istadu pattidore
E poi sa pena mi es finida
Poto ringraziare su Segnore
Chi m'ha torradu a sa libera vida
Ogni condonu m'es dadu in favore
In chimb'annos pro me s'è concluida
E chimb'annos prezzisu so istadu
Cun sette chi min d'hana condonadu.

Cinque anni sono stato a patire
E poi la pene è terminata
Posso ringraziare il Signore
Che mi ha restituito alla libera vita
Ogni condono mi è stato favorevole
In cinque anni per me si è conclusa
Cinque anni precisi sono ci sono stato
Con i sette che mi hanno condonato.


Sett'annos appo tentu 'e condonu
Potto ringraziare d'ogni santu
Chi m'hana salvadu in tottugantu
Dae sa tumba ancora biu e bonu
Però chimb'annos so istadu intantu
Trabagliende pro issos sempre in donu
E co pro me sa pena concluida
In su barantasese s'è finida.

Sette anni ho avuto condonati
Posso ringraziare tutti i santi
Che mi hanno salvato tutti assieme
Dalla tomba ancora vivo e sano
Però cinque anni sono stati intanto
lavorando per loro sempre in dono
E cosi per me la pena si è conclusa
nel '46 è terminata. 

Lettores faghide attenzione
Chie est'avvertidu è mesu campadu
Innozente comente un'anzone
Niunu enza che deo carceradu
A tristos doig'annos de presone
Senza faghe reattu cundannadu
Sa disfortuna m'es dada in pienu
Ca non manca destinu in su terrenu.

Lettori, fate attenzione
Chi è avvisato è per metà salvato
Innocente come un agnello
Nessuno sia come me carcerato
A tristi dodici anni di prigione
Senza commetter reato condannato
La sfortuna mi ha preso in pieno
Che non manca il destino sulla terra.


Cari amici lettori, ancora due parole per ingraziare tutti coloro che ci hanno aiutato nella traduzione e nella correzione di alcune parole: Giovanna Piredda, Salvatore Scanu e Domitilla Mannu. Adesso la traduzione ha sicuramente maggior senso. Alcune imprecisioni nel testo originale sono dovute forse alla scarsa conoscenza della scrittura o ad errori in fase di stampa. Domitilla Mannu mi ha mandato un testo corretto che per ora non pubblico perchè occorre troppo tempo per integrarlo nel presente lavoro con delle note. Cosa che farò più avanti con calma.
Ancora grazie a tutti e vi sarò grato se diffonderete questo pezzo di storia della poesia sarda.
Così facendo si rende merito ad un grande della poesia: Barore Testoni di Bonorva.

Deus si du paghidi!

Alessandro Rugolo

2 commenti:

  1. Scusate, ma, mi spiegate come fa un uomo che è deceduto nel 45 a scrivere di vicissitudini del 46? qualcosa non torna.

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  2. beh, in effetti non ti si può dar torto. Da approfondire!

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