Traduttore automatico - Read this site in another language

sabato 11 febbraio 2012

Mio fratello



Sulle punte più alte
Quando muove gli alberi
Al profilo disegnato della strada
Il vento è mio fratello

Nel vicolo che ingoia la via
Quando è solo la riga bianca
A illuminare la notte
Il buio è mio fratello

Le strie lucide delle lacrime
Il sangue fermo in mezzo al cuore
Senza cammino da scegliere
Il dolore è mio fratello

Apro l’ombrello sotto questa pioggia
Ma sono lapilli e lava
Un ombra nera proietta l’anima
Il cielo è mio fratello

Davanti casa mia da quarant’anni
Saluto lo stesso bambino che adesso
E’ l’uomo che posso chiamare di notte
Se crolla la casa o brucia la strada
Quell’amico è mio fratello.


Giuseppe Marchi

venerdì 10 febbraio 2012

Dal "Catalogo delle lingue conosciute e notizia della loro affinità e diversità... " un testo sul Giudice Barisone

Ecco un interessante testo, catalogato come "Linguaggio Sardo dell'anno 1182", tratto dal libro "Catalogo delle lingue conosciute e notizia della loro affinità, e diversità" scritto dall'Abate Don Lorenzo Hervas e pubblicato nel 1784.

E' un atto del Giudice d'Arborea Barisone...

Ego Judice Barasune podestando totu Logu d'Arbarae simul cum Mugere mia Donna Algaburga Regina de Logu, & Archiepiscopu Comita de Lacon, & d'essos Piscobos meos... & totus fideles meos, & Clerigos, & Laigos de Logu d'Arbarae cum Curiae consiliu, & cum mia boluntate fago guista carta a Sanctu Nigola... pro causa de regnu inne pargent sas domos, & isas domestigas, & ipsas binias, et issos saltos... pradus de Cavallos ca causa de regnu las castigent... cherant piscare... et d'essa piscadura d'essus a rius de Kirras, como au cat aver dane, como innanti... de Curadores, & de homines bonos sanctos, d'essa terras mea & c.

Il significato credo sia:

Io Giudice Barisone, regnando su tutte le terre d'Arborea assieme a mia moglie Donna Algaburga regina delle terre d'Arborea, e all'arcivescovo Comita di Lacon e dei miei vescovi e tutti i miei fedeli e clerici e laici della terra d'Arborea dietro consiglio della Curia e di mia volontà emetto questo documento a favore di San Nicola...

del restante testo non riesco a capire il senso generale, forse manca qualche parte o più semplicemente sono io che devo studiarlo meglio!

Un saluto e a presto,

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

giovedì 2 febbraio 2012

LA BABELE AFGHANA

Parlando con il collega e amico Rugolo della babele linguistica dell’Afghanistan, mi è stato rivolto l’invito a scrivere due righe senza pretesa, invito che raccolgo volentieri.
Jaish-e-Italia o Armii-e-Italio? 
Queste frasi apparentemente dissimili sono il nostro punto di partenza. Vogliono dire la stessa cosa, ossia Esercito Italiano, ma una è in arabo e l’altra in persiano. Il cittadino italiano generico medio fa fatica a capire che c’è una differenza tra i due popoli, differenza complicata dal fatto che viene usato lo stesso alfabeto per scrivere (e da destra a sinistra), ma questa differenza è cruciale: se si scrive sulla fiancata dei mezzi una frase in arabo, essa andrà bene in Iraq e in Libano, ma è estremamente scorretta in Afghanistan e, a parer mio, offensiva.
Ma quali e quante lingue si parlano in Afghanistan? 
Una risposta scientifica non potrà mai essere data, perché la varietà di lingue, dialetti e cadenze è pari solo al sub-continente indiano.  Tuttavia un modo per fare chiarezza c’è e si basa sull’antropologia e sulla storia.
Fughiamo subito il dubbio del nostro cittadino: la maggior parte degli afghani è indoeuropea e non araba. Si, proprio gli stessi indoeuropei che popolano la gran parte dell’Europa (il cittadino italiano più accorto si sarebbe dovuto accorgere della somiglianza di Armii con Armata, Armija, Army etc) .
In effetti, una tesi ardita di Felice Vinci (Omero nel Baltico) ipotizza un’antica migrazione dei Baltici fino al Mediterraneo (da cui la civiltà achea ed il mito di Troia), Sarmazia, Scizia e Battriana, citando popoli alti e biondi dagli occhi azzurri che compaiono improvvisamente in Asia centrale e i cui fonemi ancora resistono nelle culture indiane, ma questo affascinante campo di ricerca esula dai nostri scopi.
Dunque chi popola oggi l’Afghanistan? 
Le statistiche (ah, le scienze esatte!) ci dicono:
-          42%       Pashtun
-          27%       Tagiki
-          9%         Hazara
-          9%         Uzbeki
-          13%       altri gruppi.
I Pashtun erano antichi principi indù (si, proprio così!) di stirpe indoeuropea, alla conversione all’Islam diventano in parte nomadi e popolano a macchia di leopardo  la nazione. Parlano una lingua iranica, che si scrive in maniera simile al Dari, cioè con l’alfabeto arabo (e 4 consonanti in più), ma dalla quale si differenzia sostanzialmente nella pronuncia. E’ parlata principalmente nel sud del paese e nelle aree di confine del Pakistan. Ecco perché qualcuno parla di Pashtun-istan ad indicare le regioni etnicamente Pashtun. Il Pashtu è la madrelingua per il 35% della popolazione afghana.
I Tagiki sono gli eredi della tradizione persiana sassanide, che ha istituito le odierne basi e regole grammaticali del persiano e si identificano con quella cultura/retaggio storico (non con la politica o i dogmi religiosi, essendo i tagiki per la maggior parte sunniti a differenza degli iraniani sciiti). Il Farsi ed il Dari, volendo approssimare, sono nient’altro che la lingua persiana chiamata in maniera diversa per opportunità politiche o pratiche. Il Dari (o Afghan Persian, o Eastern Farsi) è la lingua commerciale dell’Aghanistan (amministrativa, dei contratti, delle scritture contabili etc), si scrive con l’alfabeto arabo e possiede 12 consonanti in più rispetto a quella lingua (ricchezze e sfarzi del passato di Herat, capitale dell’impero timuride!). Il 50% della popolazione parla Farsi/Dari.
Gli Hàzara, che vivono nel centro del Paese, scontano l’odio delle altre etnie per essersi fusi coi mongoli invasori.  Essi erano contadini buddisti (i Buddah di Bamyan) prima dell’invasione di C’inghiz-chan (Gengis Khan) del 12°secolo. L’Hazaragi è una lingua farsi, mutuata dalla pronuncia mongolide e ristrutturata sulla grammatica turca (indoeuropeo e polisillabiche ural-altaiche agglutinanti, per chi volesse dilettarsi…).  Sono sciiti tutelati dall’attuale governo iraniano.
Gli Uzbeki, che vivono nel nord, sono i discendenti dei conquistatori turchi. L’uzbeko, ceppo etnico altaico, ha modificato la propria lingua sulla base turca, ed è oggi affine ai popoli turcomanni (turco, azero, turcomanno, etc). Viene parlato dall’11% della popolazione afghana principalmente nel nord. Curiosamente, durante l’epoca sovietica, veniva scritto con l’alfabeto cirillico (eccezioni incredibili che solo in Asia succedono!).
Si vede bene che le percentuali etniche non coincidono con quelle delle lingue parlate. La spiegazione è che alcune frange  di popolazione, per esempio etnicamente pashtun, si esprime in un'altra lingua, per esempio Dari.
Mi fermo qui, come si vede la torre di Babele è una leggenda con un fondamento di realtà! 
Questi incroci di popolazioni e di lingue, queste fusioni di culture diverse e questi ibridi estremamente particolari mi evocano sempre scenari affascinanti e storie incredibili.
In fondo l’Asia è anche questo.
Khoda Hafiz (arrivederci).    

Livio CIANCARELLA

domenica 29 gennaio 2012

Testimonianze dal passato: i Giudici in Sardegna

Ci fu un periodo in cui i Giudici governavano la Sardegna.
Erano quattro e si spartivano l'Isola.
Ma quando e chi ci testimonia la loro presenza?
La notizia più antica che ci è giunta riguarda una lettera di Papa Gregorio VII che scrive ai Giudici intorno all'anno 1079 d.C. per presentare il nuovo arcivescovo di Torres, Costantino, da lui appena nominato. Ma vediamo cosa ci ha lasciato scritto Gaetano Moroni, primo aiutante di camera si sua santità, nel suo "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni", pubblicato a Venezia nel 1845.

"Rivolgendo i suoi sguardi alla Sardegna Gregorio VII consacrò in Capua arcivescovo di Torres Costantino e lo munì d una lettera pei così detti giudici o sovrani dell'isola per far rivivere in quel popolo l'antica affezione alla santa Sede e ristabilire tra la chiesa di Roma e gl'isolani quella concordia ch'erasi con grave detrimento del culto guastata promettendo loro di spedirgli quanto prima un legato per istruirli delle sue ulteriori determinazioni. Costantino ricevette pure l'incarico di predisporre gli animi del popolo a risguardar la Sardegna quale immediato antico dominio della santa Sede e di guadagnarsi i nobili e i più autorevoli giudici. Ma costoro imponendo silenzio a Costantino vollero che un di loro per nome Orzocco giudice di Cagliari trattasse direttamente col Papa il quale volle che tutti i giudici fossero chiamati a deliberare e che gli si comunicassero le risoluzioni dell adunanza che se nel termine d'un anno non gli davano soddisfacente risposta egli farebbe valere i diritti della Chiesa. E in fatti al principio del 1080 il vescovo di Populonia fu mandato legato apostolico a trattare con Orzocco il quale lo accolse con onore e si sottomise quietamente ai voleri del Papa. Questi allora dichiarò agl'isolani che già da gran tempo i normanni, i toscani, i lombardi e perfino parecchie tribù montanare andavano implorando alla santa Sede la permissione di conquistar la Sardegna, promettendo fede e tributi da vassalli in compenso della bramata licenza, ch'egli non aveva voluto cedere alle istanze di alcuno prima di essere dai suoi legati istruito qual fosse l'animo dei sardi verso la Chiesa, che adesso essendosi ricoverati sotto la protezione di s. Pietro e fatti pupilli del romano Pontefice si tenessero sicuri da ogni offesa per degli stranieri. All'arcivescovo poi di Cagliari, Giacobbe, ed al suo clero impose di radersi la barba per uniformarsi al costume della chiesa occidentale."

Ecco dunque le prime tracce di questi Giudici dell Sardegna.
Proverò a seguirle per vedere dove portano, anche se per ora sembra chiaro...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

venerdì 27 gennaio 2012

Antichi nomi greco-romano-illirici nel mondo

(e il loro significato in albanese)

Questo il titolo del libro che ho ricevuto dall'amico Skender Hushi, questo il libro che oggi voglio presentarvi in un modo un po particolare.
Come? 
E' presto detto, con l'introduzione al libro... scritta da me tempo fa!

E allora buona lettura, e i migliori successi a Skender!


"A volte capita, per caso, di conoscere qualcuno che ha i tuoi stessi interessi, a volte la vita passa senza che ciò accada...
Qualche tempo fa, su facebook, ho postato una foto rappresentante una tipica maschera della Sardegna, di Mamoiada per la precisione, una maschera conosciuta col nome di "Mamuthone". Skender ha commentato quella foto, facendomi notare che anche da loro vi erano delle maschere molto simili. 
Così, per caso, è nata una amicizia e una collaborazione basata sulla comune passione per l'antico e sulla ricerca di un nuovo modo di leggere la storia antica.
Quanto ha influito la lingua Albanese sulle lingue oggigiorno in uso in Europa?
Quante parole, toponimi e nomi di persona riprendono vita e significato se interpretate con l'uso della antica lingua Albanese e dei suoi ancor più particolari dialetti?
Domande cui solo in parte si è data risposta.
Domande spesso ignorate dagli studiosi delle lingue europee ma che nel libro di Skender Hushi, "Antichi Nomi greco-romano-illirici nel mondo (e loro significato in Albanese)", trovano risposte e aprono nuovi interrogativi!

Leggendo le prime pagine mi sono imbattuto in curiosità che meritano di essere approfondite e studiate. Per fare un esempio per tutti, la parola "Egiziano", E-giz-ian, e-gjis-jane, secondo Skender assume il significato di: “sono parte della nostra famiglia“. 
Se si pensa a quali siano stati i rapporti tra gli Egizi antichi e tutti i popoli del mediterraneo, che si recavano in Egitto per studiare e apprendere i misteri delle antichità, ciò assume un particolare significato.
Così, pagina dopo pagina, mi sono reso conto di quale enorme patrimonio linguistico sia ancora esistente a pochi chilometri da noi italiani, dall'altra parte dell'Adriatico... in Albania.
Nomi di persona trovano finalmente un senso a riprova della antichità della lingua Albanese che, secondo Skender, è ciò che resta di una lingua molto antica, la lingua di un popolo scomparso da tempo ma  presente nelle leggende e nei dialoghi più interessanti e misteriosi di Platone, il Timeo e il Crizia: la lingua del popolo di Atlantide.
Che dire ancora?
In bocca al lupo Skender, a te e al tuo popolo e alla tua lingua, così particolare e così antica... e chissà se, un giorno, anche io riuscirò a capirla e apprezzarla."



Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO


mercoledì 25 gennaio 2012

Incongruenze...

Quando sei piccolo ti spiegano le cose in modo semplice,
affinché tu acquisisca certezze...

Quando cresci ti rendi conto che la realtà è molto più complessa di ciò che ti era stato detto,
così acquisisci la capacità di dubitare!


Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

venerdì 20 gennaio 2012

Storia d'Italia 1831 - 1861

Chi, come me, è nato negli anni '70 ha certamente sentito parlare di Indro Montanelli, grande giornalista e autore di tantissimi libri tra cui "L'Italia del Risorgimento", di questo libro e del periodo cui si riferisce cercherò brevemente di parlarvi.
Naturalmente lo farò a modo mio, il mio scopo è infatti quello di incuriosire e spingere chi mi legge ad approfondire i testi di cui parlo.
E' curioso leggere di come, in quegli anni, sia nata l'Italia... e dalla nascita burrascosa si può capire tanto di come poi si sia evoluta!
Erano anni in cui vi erano grandi personaggi ma anche, come in ogni tempo, tanti piccoli uomini!
Era quello il tempo di Ferdinando di Borbone, che Montanelli racconta essere stato ben diverso dal padre e dal nonno, poltroni e perditempo. Lo descrive come non troppo istruito ma energico ed entusiasta anche se abbastanza rustico, lui ereditò il regno delle due Sicilie in questo periodo travagliato.
Vi erano le società segrete, quella della carboneria, guidata da Buonarrotti e la giovine Italia, guidata da Mazzini.
Era l'epoca di Garibaldi e delle sue peripezie in giro per il mondo, dopo la fuga dall'Italia a seguito del fallimento dell'insurrezione di Genova.
Il Piemonte aveva salutato Carlo Felice ed era ora guidato da Carlo Alberto, che più tardi sarà costretto ad abdicare a favore del figlio Vittorio Emanuele.
Faceva la sua comparsa il Benso, Conte di Cavour, che tanta parte avrà nella nascita dell'Italia Unita.
Poi c'erano gli intellettuali, Silvio Pellico, autore di "Le mie prigioni", che avrà tanto successo che il Metternich ne temeva la diffusione. Eppure, l'autore non parla mai di politica... non apertamente almeno, ma col suo scrivere riuscì a diffondere gli ideali di libertà e democrazia più che con l'azione!
E qui faccio una breve digressione, proprio su pellico e sulle sue prigioni, che scaricato da Google Books, sto leggendo proprio in questi giorni... non so se vi farò la recensione come per il libro di Montanelli ma voglio lasciarvi due frasi che mi hanno molto colpito:

"Molti ne abusarono, molti vollero farne un codice d'ingiustizia, una sanzione alle loro passioni scellerate. Ciò è vero: ma siamo sempre lì: di tutto puossi abusare; e quando mai l'abuso di cosa ottima dovrà far dire ch'ella è in se stessa malvagia?"

"Qual sarebbe il più iniquo dei due, uno che ama e dice: non sono cristiano, ovvero uno che dice: sono cristiano, e non ama?"

Con queste due frasi e con l'invito a leggere Montanelli e Pellico vi lascio, amici, sperando di aver presto modo di riprendere questi testi per raccontarvi di come il trentennio 1831 - 1861 portò alla fine all'unità d'Italia.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO