domenica 20 febbraio 2011

Giovambattista Ramusio e il Periplo di ANNONE

Giovambattista Ramusio
Il Periplo di Annone é uno dei racconti che mi hanno sempre incuriosito.
Durante le mie letture mi é capitato di incontrarlo varie volte e mi sono sempre ripromesso di cercare il testo per leggerlo. Nonostante le mie ricerche nelle varie biblioteche e librerie che frequento solitamente non ho mai trovato niente. Così ieri, dopo aver incontrato ancora una volta il riferimento ad Annone in un altro testo, mi son messo di buona lena ed ho cercato il testo su google books. Ecco dunque che salta fuori un testo di Giovambattista Ramusio, veneziano. Nato nel 1485 a Trevigi (credo l'attuale Treviso) già nel 1533 era segretario del Consiglio de' Dieci. Viaggiò molto e svolse incarichi di fiducia per Venezia. Studiò greco, latino, francese, Portoghese e spagnolo. Morì a Padova nel 1557. Sono convinto che Ramusio meriti più di queste poche righe ma ognuno di voi lettori ha ora l'opportunità, se vuole, di approfondire da sé! 
Ciò che a me interessa riguarda Annone e il suo periplo per cui lasciamo ogni indugio e vediamo cosa ci resta di questo testo vecchio di 2500 anni.
I Cartaginesi decisero che Annone dovesse navigare fuori dalle Colonne d'Ercole ed edificare delle città libifenicie: egli navigò con sessanta navi penticontori, cioè con cinquanta remi, conducendo con se una gran moltitudine di uomini e donne, 30.000, con vettovaglie e ogni altra cosa potesse essere utile. Dopo questa introduzione inizia il racconto vero e proprio, attribuito ad Annone:  
"Giunti alle Colonne, le passammo; e avendo navigato di fuori per due giornate, edificammo la prima città, nominandola Timiaterio: intorno della quale era una grandissima pianura. Dipoi, volgendoci verso ponente, giugnemmo ad un promontorio dell'Affrica, detto Soloente, tutto pieno di boschi: e avendo quivi edificato un tempio a Nettunno, di nuovo navigammo mezza giornata verso levante, finché arrivammo ad una palude che giace non molto lontano dal mare, ripiena di lunghe e grosse canne; eranvi dentro elefanti e molta copia d'altri animali che andavano pascendo. Poiché avemmo trapassata la detta palude quanto saria il navigar d'una giornata, edificammo alcune città nella marina, per proprio nome chiamandole Muro, Carico, Gitta, Acra, Melitta e Arambe. E essendoci partiti di là, venimmo al gran fiume Lisso, che discende dall'Affrica: appresso il quale stavano a pascere i loro animali alcuni uomini pastori, detti Lissiti, co'quali dimorammo insinoattantochè si dimesticarono connesso noi. Nella parte a loro di sopra abitavano i Negri che non vogliono commercio con alcuno: e il lor paese è molto salvatico, e pieno di fiere; ed è circondato da monti altissimi, dai quali dicono discendere il fiume Lisso, e intorno a'monti abitarvi uomini di varie forme, che ànno i loro alberghi nelle grotte e nel correre sono più veloci dei cavalli, secondochè dicevano i Lissiti: dai quali avendo noi tolto alcuni interpreti, navigammo presso di una costa deserta, verso mezzogiorno per due giornate. e di là poi di nuovo volgemmo una giornata verso levante, dove nell'intima parte del golfo trovammo una ìsola piccola che di circuito era cinque stadj, la qual facemmo abitare, nominandola Cerne: e per lo spazio della navigazione fatta giudicavamo che l'isola fosse a diritto di Cartagine; perciocchè ne pareva simile la navigazione da Cartagine insino alle Colonne, e dalle Colonne insino a Cerne. Dalla quale partendoci, e navigando per un gran fiume chiamato Crete, arrivammo ad una palude che aveva tre ìsole, maggiori di Cerne. dalle quali avendo navigato per ispazio d'un giorno, arrivammo nell'ultima parte della palude, di sopra la quale si vedevano montagne altissime che le soprastavano: dove erano uomini salvatichi, vestiti di pelli di fiere, i quali tirando delle pietre ci discacciavano, vietandoci di smontare in terra. Dipoi navigando via di là, venimmo in un altro fiume grande e largo, pieno di coccodrilli e di cavallimarini: di qui volgendoci poi di là per dodici giornate verso mezzogiorno, non ci allontanando troppo dalla costa: la qual tutta era abitata dai Negri, che, senza punto aspettarci, da noi si fuggivano; e parlavano di maniera che nè anche i Lissiti che erano conesso noi, gl'intendevano. L'ultimo giorno arrivammo ad alcuni monti pieni di grandissimi arbori, i legni dei quali erano odoriferi e di varj colori. Avendo noi adunque navigato per due giorni presso di questi monti, ci trovammo in una profondissima voragine di mare: da un lato del quale, verso terra, vi era una pianura dove la notte vedemmo fuochi accesi d'ogn'intorno, distante l'uno dall'altro alcuni più, alcuni meno. Quivi avendo fatto acqua navigammo presso di terra più avanti cinque giornata; tantochè giugnemmo in un gran golfo, il quale gl'interpreti ci dissero che si chiamava il Corno di Espero. In questo vi era una grande isola, e nell'isola una palude che pareva un mare, e in questa vi era un'altra isola: nella quale essendo noi dismontati, non vedevamo di giorno altro che boschi; ma di notte, molti fuochi accessi; e udivamo voci di pifferi, e strepiti, e suoni di cembali e di timpani, e oltreaddiciò infiniti gridi: di che noi avemmo grandissimo spavento; e i nostri indovini ci comandarono che dovessimo abbandonar l'isola. Onde velocissimamente navigando, passammo presso di una costa di odori, dalla quale alcuni rivi infocati sboccavano in mare; e nella terra, per l'ardente caldezza non si poteva camminare. Perlaqualcosa, spaventati, subitamente facemmo vela: e in alto mare trascorsi lunge per ispazio di quattro giornate, vedevamo, di notte, la terra piena di fiamme; e nel mezzo, un fuoco altissimo, maggiore di tutti gli altri, il qual pareva che toccasse le stelle: ma questo poi di giorno si vedeva che era un monte altissimo, chiamato Teonochema, cioé Carro degli Dei. Ma avendo poi per tre giornate navigato presso dei rivi infocati, giugnemmo in un golfo che si chiamava Notucema, cioè Corno di Ostro: nella intima parte del quale vi era una isola simile alla prima, che aveva una palude; e in essa vi era un'altra isola piena di uomini salvatichi, e le femmine erano assai più: le quali avevano i corpi tutti pilosi, e dagl'interpreti nostri erano chiamate Gorgoni. Noi avendo perseguitato degli uomini, non ne potemmo prender niuno; perciocchè tutti fuggiron via in alcuni precipizj e con le pietre facevano difesa: ma delle femmine ne pigliammo tre, le quali mordendo e graffiando quei che le menavano, non gli volevano seguitare: onde essi avendole ammazzate, le scorticammo, e le pelli portammo a Cartagine; perciocchè, essendoci mancate le vettovaglie non navigammo più innanzi.

Sarebbe interessante ricostruire su una carta geografica questo fantastico viaggio... chissà, magari un giorno lo farò, per ora questo è tutto!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO 

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