domenica 31 luglio 2016

Uno spunto di riflessione su l’IS … un po’ diverso dal solito. Il rituale di sangue.

Intervistata, la madre di Adel, l’assassino del sacerdote di Rouen, una signora integrata anche se credente e praticante ma non particolarmente fervente, ha rilasciato alcune frasi che hanno spiegato l’atteggiamento del figlio diciannovenne prima degli attentati: ha detto che Adel da un po’ di tempo era un'altra persona, parlava con espressioni che non gli appartenevano e appariva come stregato
Una frase che ovviamente non dice nulla e tanto meno ci risolve il problema, e che ritroviamo sempre nei tratti del fanatismo anche politico, tuttavia mi è utile per affrontare un argomento che la nostra società contemporanea, che tende ad essere razionalista, non sa più cogliere. 
Per fare però un minimo di ragionamento sugli aspetti antropologici dell’IS e come questi siano perniciosi nella crisi dell’occidente, mi serve introdurre alcuni concetti di base: quello di “rituale” e quello di “comunione”. 
In tutte le religioni il rituale è un momento in cui il fedele attraverso delle formule recitate e la drammatizzazione di un evento si riconosce nella comunione dei fedeli. 
Le formule possono essere linguistiche come la preghiera o i canti, o di movimento come l’inginocchiarsi o le processioni, mentre la drammatizzazione di un evento può riguardare un evento storico o collettivo come ad esempio una santa che fa sgorgare l’acqua dalla pietra e salva i bambini dalla sete. 
Spesso è la figura principale della religione ad essere rappresentata in forma drammatica. Nel cristianesimo c’è la morte e risurrezione di Gesù, nella religione ebraica è l’intero popolo di Israele a vivere l’eterno dramma della diaspora e della persecuzione. Nel buddismo c’è la morte e l’ascesa del Buddha e così via. 
Nelle religioni antiche possiamo ricordare la morte e risurrezione di Osiride o di Mitra, per non parlare della religione greco-romana dalla quale s’è sviluppata tutta la drammaturgia occidentale. 
Il rito quindi ci fa vivere una drammatizzazione di qualcosa e ci porta a focalizzare l’attenzione verso la divinizzazione di quel qualcosa, nel senso proprio del termine (divinizzazione letteralmente significa attribuire a qualcuno o a qualcosa poteri divini perché è trasceso, è andato oltre la realtà). I fedeli di una religione si saldano tra di loro se vivono lo stesso rituale e la stessa drammatizzazione. Ciò significa che in parte (ovviamente) la differenza tra le varie religione può essere presa a partire dai riti e dalle drammatizzazioni che vi si praticano. Un cristiano cattolico sa che anche se va nelle filippine o a Chicago, trova (o potrebbe trovare) il rito in cui si identifica, e sa che lo può vivere con il filippino o l’americano che gli siede (o potrebbe sedersi) vicino in modo da essere in “comunione” cattolica con lui. 
I capi dell’IS conoscono molto bene queste cose, si vede da come usano i simboli, e stanno facendo l’operazione inversa. Cioè l’IS sta fondando una nuova “comunione” di fedeli facendo dei “riti” di massa chiamando a se nuovi fedeli, sfruttando anche sapientemente i media. Fedeli per certi aspetti inconsapevoli perché manipolati da una religione per certi aspetti nuova e inaspettata. Certo, la radice è islamica radicale e sfrutta i simboli e le parole preesistenti dell’islam, ma se si studia il sufismo, le antiche vicende sciite o sunnite ci si accorge che siamo di fronte a un fenomeno diverso, un islam che non parte da zero ma che è nuovo (benché per certi aspetti antico) rispetto a quello che c’era precedentemente. 
L’uso dello “sgozzamento rituale” per raggiungere una comunione di fedeli, nella cultura giudaico–cristiana è stato abbandonato in età pre-israelita. Nel libro della Genesi si fa riferimento a tutto quello che è antecedente alla nascita del popolo di Israele, considerando la nascita del popolo di Israele con l’arrivo in terra santa a seguito della fuga dalla schiavitù egizia. Nel Genesi si trova la storia di Isacco e Abramo (Genesi 15-35), per farla breve Isacco doveva sgozzare Abramo per rendere omaggio all’Altissimo, ma Jahve decide di risparmiare la vittima ad Abramo e di renderlo santo in vita. 
Tralasciamo adesso gli aspetti antropologici fondamentali della vicenda di Isacco, limitiamoci solo a dire che in antichità (circa 1000-500 anni a.c.) era normale sacrificare forme viventi cioè “sangue” verso le divinità, perché l’Uomo era schiavo della natura e impaurito da ciò che non riusciva a controllare e la sua drammatizzazione verso il sacro era totale, come totale era la vita nella natura. Nel rituale di sangue la drammatizzazione è appunto totale, non c’è finzione, non c’è una finta croce che ci ricorda la vera passione di Cristo, non ci sono le finte frecce che trapassano il disegno del corpo di San Sebastiano, c’è il dolore vero, il sangue vero, con tutto l’impatto emotivo che ne consegue. 
Deve essere chiaro, l’IS usa questi rituali nel modo più distorto possibile e con un fine che è sacrilego (inteso proprio come: colui che ruba le cose sacre) ma il rito così fatto ottiene gli stessi risultati. 
La madre di Adel dice che era “come stregato”. Si lo era, nel senso che egli era già stato chiamato alla comunione della guerra santa ad un livello “religioso” e archetipo per usare un termine junghiano, come il pifferaio magico chiama a se i topi. Non è – secondo me – un caso che nell’ultimo periodo gli attentatori sono persone emotivamente fragili e quindi facilmente suggestionabili. Si scopre anche che il contatto con l’organizzazione terroristica è fugace , ridotto al minimo essenziale o comunque ridotto nel tempo, ciò vuol dire che l’attentatore era già “emotivamente” pronto, già irretito, anche se lui non lo sapeva o non ne era cosciente fino in fiondo, e che chi lo ha contattato con poco è riuscito a “stregarlo” definitivamente e renderlo pronto per il martirio. 
La “comunione” con la guerra santa non si ottiene ovviamente solo con il rituale del sangue, occorrono siti per la propaganda, messaggi contro l’occidente decadente e immorale, occorre fare leva sulla frustrazione dei disadattati e degli emarginati (emarginati nel senso più ampio, che hanno problemi di relazioni sociali) e poi sicuramente con il contatto finale e la disponibilità di soldi, armi e catena logistica. E’ un insieme di tecniche se vogliamo, ma estremamente perniciose perché l’occidente pare non vedere il problema a 360° gradi e focalizza l’attenzione solo sugli aspetti militari e logistici, al limite capisce la propaganda e la contro propaganda, ma meno quelli mistici.
Alessandro Ghinassi

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