Traduttore automatico - Read this site in another language

Visualizzazione post con etichetta Ovidio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ovidio. Mostra tutti i post

domenica 27 marzo 2016

Visita a Sulmona

Ancora una splendida giornata di marzo, in quest'anno senza inverno, ci spinge a ridosso del parco nazionale della Majella, fino a Sulmona, piccola cittadina abruzzese in provincia dell'Aquila. 
Due cose colpiscono immediatamente: il profumo dello zucchero e delle mandorle dei suoi confetti, che aleggia per ogni dove,


e il ricordo del suo più noto concittadino, Publio Ovidio Nasone.

 

E' giorno di mercato, la piazza è gremita di persone che comprano frutta e verdura, dolci, pane, bocconotti e fiadoni... questi ultimi assaggiati anche da noi!


La cittadina è animata di turisti, diverse lingue si mescolano ai profumi per dare un non so che di esotico.
Lungo le strade tantissimi negozi di confetti, ce n'è per tutti i gusti. Confezionati, singoli, in buste di varia dimensione o in forme di fiore, ape, coccinella... senza dimenticare le esigenze dei numerosi tifosi di calcio.

Lo stemma della città riporta una sigla: SMPE, il cui significato deriva dalle iniziali di una frase di Ovidio: "Sulmo mihi patria est, gelidis uberrimus undis,
milia qui novies distat ab Urbe decem", ovvero: "Sulmona è la mia patria, ricca di gelide acque, dista da Roma novanta miglia". 


La città, secondo Ovidio e Silio Italico, è di origine troiana. Il nome deriva da quello del suo fondatore Sòlimo, compagno di Enea, fondatore di Roma. La città fu chiamata Solimon, poi col tempo divenuta Sulmo, oggi Sulmona.


Le chiese, numerose e stupende, ricordano a tutti il suo passato. Al papa, seppure per poco, Celestino V, ha dato i natali la città. Il Duomo ce lo ricorda.




Il sole ci accompagna piacevolmente risplendendo sulle nevi delle vette circostanti, per le strade della città. 

L'olfatto ci guida invece nella scelta del ristorante. Un tagliere di affettati e formaggi misti con bruschette calde all'olio extra vergine d'oliva ci intrattiene. Trofie e ceppi dai sapori tipici abruzzesi, quindi arrosticini di pecora, annaffiati da vino rosso locale chiudono il pranzo, Ottimo!E' ora di rientrare a Roma. Ci mettiamo in viaggio consapevoli che ciò che abbiamo visto, ed assaggiato, non sia che un centesimo di ciò che c'è, sperando di avere nuove occasioni per tornare, voltiamo le spalle alla città e partiamo...


Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

sabato 7 marzo 2009

Licaone, l'uomo e il lupo!

Licaone... empio sovrano d'Arcadia!

Ovidio, Metamorfosi, I,198,221; II,526; I,165; II,496.
"... si narra che i Giganti aspirarono ad impadronirsi del regno celeste e che ammucchiarono i monti innalzandoli fino alle stelle...".

Così Ovidio ci introduce alla stirpe umana nata dalla terra, bagnata dal sangue dei giganti ,schiacciati sotto la terra che loro stessi avevano sollevato. Ma la nuova stirpe umana "divenne sprezzante degli dei e avidissima di strage spietata e violenta".

Così Giove "quando vide tale scelleratezze dall'alto dei cieli se ne dolse e, ripensando ai ributtanti banchetti della reggia di Licaone, imbanditi di recente e per questo non ancora divulgati concepisce nell'animo un'ira tremenda e degna di lui e convoca un concilio..."

"Pensate forse, o dei superni, che essi [Semidei, Ninfe, Fauni, Satiri...] non corrano pericoli?, dal momento che Licaone, noto per la sua ferocia, ha teso insidie a me, che pure sono armato del fulmine e tengo voi sotto il mio potere?". Così Giove apostrofa gli dei...

Per gli uomini sarà l'inizio della fine, Giove e gli dei puniranno la stirpe umana, che oramai non ha più alcun rispetto per loro, con il Diluvio...

Ma é arrivato il momento di capire di cosa é accusato Licaone per aver provocato l'ira degli Dei... ascoltiamo Giove come testimone:

"L'ignominia del tempo era giunta alle nostre orecchie, augurandomi che essa non fosse vera, scendo dal sommo Olimpo e, pur dio, esploro le terre sotto sembianza umana. Sarebbe lungo descrivere quanta malvagità abbia trovato in ogni luogo: la cattiva fama era inferiore al vero".

Giove attraversò la terra di Arcadia, su cui regnava Licaone. Mandò un segno del suo arrivo e il popolo cominciò a pregare... ma non Licaone che deride chi prega! Non contento decide di mettere alla prova Giove...

"proverò di sapere, con un esperimento palese, se sia un dio o un uomo; la verità della prova potrà essere messa in discussione".

Questo pensa Licaone, e si prepara ad uccidere il Padre degli dei nel sonno. Ma la sua crudeltà non ha limiti e così decide di servire al suo ospite cibo umano quindi, sgozzato con la spada un ostaggio mandato dai Molossi...

"butta nell'acqua bollente parte delle membra ancora palpitanti, e parte le abbrustolisce sul fuoco".

Giove, quando gli venne servito il banchetto, riconobbe Licaone colpevole e fece crollare la sua casa. Licaone scappò e raggiunta la campagna...

"comincia ad ululare e invano tenta di parlare; la bocca raccoglie da lui stesso la rabbia e sfoga la brama della strage, per lui abituale, sugli armenti, e ancora oggi gode del sangue. La veste si muta in un vello, le braccia in zampe; diventa lupo e mantiene le tracce dell'antico aspetto; identico il colore grigiastro, identica la ferocia del volto; guizzano minacciosi gli stessi occhi, immutata l'aria di crudeltà".

Questa la punizione per Licaone, ma é solo l'inizio...
Giove e il consiglio degli dei si apprestano infatti a distruggere la stirpe umana con i fulmini ma poi, per paura che "a causa di tanti fuochi il sacro etere si infiammasse e bruciasse il lungo asse terrestre" e con esso, oltre la terra e il mare anche la reggia celeste, decide di "distruggere la stirpe dei mortali con un'inondazione e mandare un diluvio da ogni parte del cielo".

Ma sentiamo ora Apollodoro, anche lui ci ha tramandato con la sua opera, la Biblioteca, la storia di Licaone e della sua empietà.
Secondo Apollodoro Licaone era figlio di Pelasgo e di Melibea (o, secondo altre fonti, della ninfa Cillene). Durante il suo regno in Arcadia ebbe cinquanta figli da diverse donne, fra tutti gli uomini essi erano i più arroganti ed empi.
"Zeus allora volle mettere alla prova la loro empietà e si presentò a loro dopo avere assunto l'aspetto di un povero. Essi lo accolsero come ospite e, dopo aver ucciso un bambino della regione, mescolarono le sue viscere a quelle di una vittima sacrificale e gliele offrirono: li aveva esortati a ciò il fratello maggiore, Menalo. Allora Zeus disgustato rovesciò la mensa, nel luogo che ora é chiamato Trapezunte, e fulminò Licaone insieme ai suoi figli, ad eccezione del più giovane, Nittimo [..] Fu durante il regno di Nittimo che si verificò il diluvio di Deucalione e alcuni dicono che esso avvenne proprio a causa dell'empietà dei figli di Licaone".

In questa versione non é Licaone l'empio, ma i figli, essi furono l'origine della rovina... ma in Apollodoro non si parla di trasformazione in lupo!
Questa stessa versione é tramandata da Nicola Damasceno e grazie alle note ad Apollodoro, opera di J. G. Frazer, sappiamo che Licaone mantenne le abitudini rette del padre Pelasgo. Egli usava raccontare ai suoi sudditi che Zeus veniva a visitarlo sotto l'aspetto di uno straniero allo scopo di verificare la giustizia e l'iniquità. Una volta, mentre aspettava l'arrivo di Zeus, compì un sacrificio al quale presenziarono anche alcuni dei suoi figli. Furono questi che, allo scopo di sapere se colui che sarebbe arrivato era veramente un dio, immolarono un fanciullo e mescolarono le sue carni a quelle della vittima convinti che la loro azione sarebbe stata svelata solo da un dio. Ma il dio causò una tempesta e gli autori del delitto perirono. Anche in questo caso nessun riferimento alla trasformazione di Licaone da uomo in lupo.

Anche Igino, Pausania e altri autori antichi trattano l'argomento introducendo diverse piccole varianti sul tema, ma mi sembra interessante riportare anche le considerazioni di Frazer che prendono forse spunto dalla versione di Pausania.
Per Pausania Licaone offrì un neonato umano all'altare di Zeus Licio e fu immediatamente trasformato in lupo.

Per Frazer "queste tradizioni erano raccontate per spiegare i riti selvaggi e crudeli che pare siano stati celebrati in onore di Zeus Licio, sul monte Liceo, fino al II secolo d.C. o anche più tardi. Sembra che una vittima umana fosse sacrificata e che le sue viscere, mescolate con quelle di vittime animali, fossero divise in una sorta di banchetto cannibalico tra i fedeli, e chi di loro aveva in sorte di assaggiare carne umana si diceva si trasformasse in lupo e vivesse in questa forma per otto anni, per recuperare aspetto umano al nono, a condizione che nel frattempo si fosse astenuto dal mangiare carne di uomo".
Secondo Frazer il ricorso al ciclo di otto anni fa pensare che il sacrificio fosse offerto a queste scadenze temporali.
La cosa é plausibile se si considera che il ciclo di otto anni, questa volta chiedendo aiuto a Newton, fu introdotto in Grecia ed a Creta ad opera dei Fenici in epoche antiche. Sempre secondo Newton questo ciclo di otto anni era il "Grande anno" di Cadmo e Minosse e aveva grande importanza nelle celebrazioni religiose.

Licaone... uomo, lupo, o entrambi?
Forse solo ricordi di una antica crudele religione Fenicia?
E i sacrifici umani Egizi? Idem?
E i sacrifici umani Atzechi e Maya?


Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

domenica 10 agosto 2008

Ovidio: le metamorfosi e il Diluvio...

Nel precedente articolo sulle Metamorfosi ho concluso parlando dell'età del ferro, l'era delle guerre.
Giove, stancatosi di vedere e sentire gli uomini riunì il concilio degli dei per decidere sulla punizione da dare alla razza umana e dopo aver valutato attentamente decide di usare l'acqua per distruggere questa razza malvagia. I fulmini, sua arma preferita, avrebbero potuto dar fuoco al "sacro etere" e causare distruzioni incontrollabili. Si sarebbe potuto infiammare e bruciare il lungo asse terrestre, ci riporta Ovidio! E dunque é meglio distruggere "la stirpe dei mortali con un'inondazionee mandare un diluvio da ogni parte del cielo".
E così l'acqua sommerse il mondo, trascinando via tutto "e le torri strettedall'acqua restano invisibili sotto i gorghi; ormai non c'era nessuna separazione tra mare e terra: tutto era mare ma al mare mancavano i lidi...
Solo in due si salveranno, Deucalione e la moglie, Pirra. Su una fragile barca sopravvissero ed approdarono sul monte Parnaso e, resisi conto di essere soli al mondo si rivolgono agli dei perchè li consiglino su come ripopolare la terra con la stirpe degli uomini. Temi, interpellata dai due sopravvissuti risponde: "Allontanatevi dal tempio e copritevi il capo, sciogliete le vesti e buttate dietro le spalle le ossa della gran madre..."
Deucalione, figlio di Prometeo, interpreta come "pietre", le ossa della gran madre "Terra" e così, ubbidendo alla dea, inizia il lancio delle pietre... e "le pietre lanciate dalle mani di Deucalione assunsero l'aspetto di maschi, mentre le femmine ripresero vita con il lancio effettuato dalla donna"...


Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

martedì 29 luglio 2008

Ovidio: le metamorfosi e la nascita dell'Uomo e l'età dell'oro

Le metamorfosi di Ovidio, opera scritta in latino presumibilmente tra il 1° e l'8 d.C., parla del "mutamento di corpi in altri nuovi" come ci dice l'autore. Il libro I°, dopo aver descritto la formazione dell'universo e della Terra, la forma e la suddivisione in fasce climatiche, i venti e le loro direzioni, passa a descriverci l'uomo come "un essere animato più augusto di questi altri [cioè degli altri esseri animati] e fornito di una mente più profonda e tale da poter dominare su tutto..."
Il creatore dell'uomo è il figlio del Titano Giapeto, Prometeo. Prometeo, comunemente noto come colui che donò il fuoco all'uomo è, secondo Ovidio, il creatore della razza umana che fu fatta a somiglianza degli dei. Diversamente dagli altri esseri che guardano verso il basso l'uomo fu creato per guardare verso il cielo e le stelle.
Nasce così spontaneamente il tempo conosciuto col nome di "età dell'oro", un tempo antico in cui non vi erano leggi ne giudici, un tempo in cui le navi ancora non avevano cominciato a solcare i mari e ognuno abitava solo il proprio paese. Non vi era la guerra e l'uomo oziava, dovendo solamente raccogliere i frutti spontanei della terra, senza coltivarla. L'età dell'oro è l'età dell'eterna primavera... dominata da Saturno, il Crono greco, padre di Giove.
Poi accadde qualcosa che viene ricordata dai poemi epici come la rivolta del figlio Giove nei confronti del padre Saturno e all'età dell'oro fu sostituita l'età dell'argento. Con l'avvento di Giove nascono le quattro stagioni, "l'inverno e l'estate e l'autunno incostante e la primavera di breve durata. Allora per la prima volta l'aria infuocata dal caldo asciutto divenne incandescente e penzolò il giaccio rappreso dai venti; allora per la prima volta gli uomini abitarono le case: ma a far da casa furono le spelonche e le frasche ammassate e i rami tenuti insieme con la corteccia; allora per la prima volta la semenza di Cerere fu interrata nei lunghi solchi e i giovenchi si lamentarono sotto la pressione del giogo". Questa era l'età dell'argento non certo bella come l'età dell'oro ma neanche brutta se paragonata a quelle che seguono. Qui Ovidio si allontana dai predecessori non ci parla infatti dell'età degli eroi ma passa direttamente all'età del bronzo. La terza era è quella del bronzo "più violenta per carattere e più incline alle armi crudeli; tuttavia non al colmo della perversione". E' quindi il tempo dell'età del ferro, la peggiore. Ogni tipo di frode, inganno, insidia, violenza e cupidigia di ricchezza è posta in essere dall'uomo. La terra viene suddivisa tra i popoli e i mari erano solcati da navi. Si cominciò a scavare la terra alla ricerca di minerali, del ferro e dell'oro e nasce la guerra...
L'età del ferro è l'era delle guerre, non solo tra uomini ma anche tra dei, così i Giganti si rivoltarono a Giove e cercarono di impadronirsi del regno celeste e "ammucchiarono monti innalzandoli fino alle stelle". Era, forse , un ricordo della torre di Babele?
Ma Giove non si lascia sconfiggere e schiaccia i Giganti e inonda la terra con il loro sangue. La stirpe degli uomini sembrava esser nata dal sangue dei giganti, tante erano le nefandezze cui era capace. Così Giove, stancatosi di vedere e sentire gli uomini riunì il concilio degli dei per decidere sulla punizione da dare alla razza umana... sarà il fuoco o l'acqua a distruggere questa razza malvagia?

Lo scopriremo più avanti...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

sabato 5 luglio 2008

Ovidio, le Metamorfosi e la suddivisione del mondo.

Publio Ovidio Nasone è il nome completo del poeta latino Ovidio, autore, tra l'altro delle "Metamorfosi". Nato nel 43 a.C. a Sulmona, comincia a viaggiare da subito. Si reca a Roma, ad Atene, in Asia Minore, in Egitto e in Sicilia. Muore all'età di circa 60 anni.
La sua opera più conosciuta è intitolata "Metamorfosi" e tratta del "mutamento di corpi", cioè di trasformazioni, tra queste vi è spazio anche per la formazione dell'universo a partire dal Chaos.
Ma veniamo al punto che mi interessa trattare in questo breve articolo, la suddivisione della terra in fasce in base alla temperatura.
Ci dice Ovidio che:
(Cap. I, 47 e seguenti)
"la provvidenza divina ripartì con lo stesso numero la massa della Terra avvolta dal cielo, sicché altrettante zone sono delimitate sulla terra. Delle quali quella mediana non è abitabile per il calore; due altre sono coperte di neve alta: altrettante zone dispose tra l'uno e l'altro spazio, e creò un giusto equilibrio mescolando il caldo con il freddo. Su di esse sta sospesa l'aria; la quale quanto è più leggera del peso della terra e dell'acqua, di tanto è più pesante dell'etere."
Su questa frase dall'apparenza scontata e banale è possibile fare alcune osservazioni:
1. la suddivisione della Terra in cinque fasce, visto il tempo in cui scriveva non doveva essere banale; eppure ad Ovidio è chiaro che la terra è suddivisibile in due fasce polari agli estremi, due fasce temperate e una fascia calda, equatoriale;
2. la disposizione delle fasce e delle temperature sulla terra crea un certo equilibrio;
3. l'aria ha un peso, inferiore al peso di terra e acqua ma comunque superiore al peso dell'etere...
Ora, sulla base di queste semplici osservazioni, proviamo a porci delle domande:
1. Come poteva Ovidio sapere della suddivisione della terra in fasce sulla base del parametro "temperatura"?
2. Perché ci parla di "equilibrio"?
3. Come poteva sapere che oltre l'aria c'è qualcosa di diverso e più leggero, l'etere per l'appunto?
Queste domande sono solo alcune che possiamo porci e alle quali vorrei poter trovare risposta...
Chi mi sa aiutare?
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO