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lunedì 22 settembre 2008

Sergio Frau: Le Colonne d'Ercole, un'inchiesta

Già dal titolo si capisce che il libro ha qualcosa da dire sull'argomento, qualcosa di importante... un'inchiesta, dice l'autore... e sapendo che è un giornalista, un'inchiesta è un'inchiesta!

Poi inizi a leggere e subito ti senti trascinato verso tempi antichi, guidato per mano da quegli autori spesso bistrattati dai moderni "scienziati" della storia e della geografia. Frau no, lui li rispetta quegli autori antichi, come faccio io! Siamo sicuri che loro non sapessero cosa scrivevano? Erodoto mi ha accompagnato nelle letture negli ultimi tre anni e non mi sembra che non sapesse ciò che scriveva... eppure dai nuovi sapienti è talvolta tacciato di inconsistenza, di ignoranza, nella descrizione dei luoghi da lui visitati... mai nessuno che abbia pensato che, forse, gli ignoranti eravamo noi moderni, tutti pieni di strumenti elettronici che ci misurano con precisione il decimo di millimetro ma che spesso non siamo mai usciti da casa per fare una rilevazione sul terreno... cosa ne sappiamo noi delle difficoltà che occorreva affrontare per seguire la rotta delle stelle in mezzo il mediterraneo, senza bussola...

Ma lasciamo perdere...

Frau, dicevo, rispetta gli antichi e li fa parlare, come in un dialogo, come in un processo talvolta... ma li fa parlare e gli fa dire quello che sanno, guidati da un filo conduttore... le Colonne d'Ercole!

Le domande servono sempre a cercare di capire se le Colonne d'Ercole sono sempre state li dove oggi le conosciamo oppure... Chi ha letto i testi antichi il problema se l'é posto varie volte perché seguendo le descrizioni dei viaggi talvolta queste colonne sbucano dove meno te le aspetti... perché il problema è proprio quello, che te le aspetti in un certo posto, a Gibilterra, all'imboccatura del nostro Mediterraneo, ai confini con l'Oceano Atlantico e invece, se dovessimo disegnare la mappa di alcuni antichi viaggi, beh, forse, le si potrebbe mettere in mezzo al mediterraneo...

E se... Frau comincia sin da subito ad instillare il dubbio nel lettore, sapientemente... E se... le colonne non fossero state sempre laggiù? E se anticamente si fossero trovate prima, supponiamo, tra la Sicilia e l'Africa? beh, allora tutto cambia, le descrizioni diverrebbero leggibili con la carta del Mediterraneo... e ti permetterebbero di scoprire, anzi no, di riscoprire il Mediterraneo occidentale, forse un tempo chiamato "Oceano"... e con lui scoprireste le sue Isole, la Sardegna, la più grande, Ichnusa o Sandalia, quella conosciuta per le sue vene d'argento, per il suo bel clima... salvo la malaria delle paludi! Quella che fu soggetta al taglio degli alberi da parte dei Cartaginesi, che ne fecero il loro granaio e che vietarono, pena la morte, la piantagione di alberi (chissà poi parche!), quella stessa Sardegna cosi bistrattata da Cicerone che non perdeva mai occasione di parlar male dell'Isola e dei suoi abitanti, quella passata nelle mani dei Romani, dopo le guerre puniche, che conoscevano gli Iliensi e i Balari e che poi li chiamarono tutti "barbari" per negarne l'esistenza come civiltà! E ci riuscirono, perché i Sardi dimenticarono, dimenticarono le storie antiche che venivano tramandate, dimenticarono tutto ad eccezione di una cosa, la paura del mare! Paura del mare che proveniva, si dice, o forse dovrei dire "si diceva", dalla presenza dei pirati, dei dominatori stranieri e chissà di cos'altro! Eppure la Sardegna già a quei tempi era un'Isola fortificata, con migliaia di nuraghe distribuiti su quasi tutto il territorio, coste comprese, impossibile giungere senza essere visti, impossibile non prepararsi a respingere gli attacchi, oppure fuggire (cosa non certo onorevole per un sardo, anche moderno!). Ma allora perché tutta questa paura?

Il Frau tenta di spiegarci anche questo, dopo aver spostato le Colonne d'Ercole e averle rimesse dove probabilmente un tempo si trovavano, prova a spiegare la ancestrale paura del mare dei Sardi, e per farlo parte da una constatazione, i nuraghe del Campidano, la grande pianura del centro sud sono spesso distrutti e ricoperti di terra... di fango! Perché? Si chiede lui ed io e tanti altri che i nuraghe li hanno visitati, ma visitati per davvero, da ragazzino, lasciando la bicicletta "graziella" vicino ad un muretto a secco ed andando a frugare per curiosità tra quelle enormi rocce mute, senza una storia, solo preistoria, dicono, perché i nuragici non avevano la scrittura... possibile che popoli che avevano le conoscenze per costruire torri così gigantesche non conoscessero la scrittura? Possibile si, dicono... o forse occorre dire, di nuovo, dicevano... perché poco alla volta ce chi dice che qualcosa sta saltando fuori... ma qualcosa di antico, di più antico del fenicio... forse! E Frau allora ci parla dei resti, dei segni di uno tsunami che forse interessò quell'area del Mediterraneo di fronte al golfo di Cagliari, e che intorno al 1200 a.C. avrebbe distrutto una grande civiltà, quella dei governatori del commercio del mediterraneo, quella dei costruttori di torri, quella dei popoli del mare che poi tentarono di conquistare l'Egitto e furono sconfitti... forse quella stessa civiltà del Timeo e del Crizia di Platone, quella che negli ambienti "bene" si evita di citare perché poco seria, solo una favola per bambini, la civiltà Atlantidea...

Ma allora, tutte queste cose contiene il libro? Vi potrete domandare, la risposta è no, ne contiene molte, molte altre, sugli dei del tempo antico, sui movimenti delle popolazioni del Mediterraneo, su templi a pozzo Sardi e similsardi che però si trovano in Bulgaria, costruiti nel tempo in cui Sofia, la capitale, si chiamava ancora Sardica, chissà poi perché... dei nuraghe della Giordania e del passaggio, doloroso, dal bronzo al ferro... Ed ancora, ci racconta di Eratostene e delle sue manie di ordine e del fatto che proprio lui, forse, volente o nolente, fu la causa di tanti problemi!

Ci parla di Tartesso, quella favolosa città che gli spagnoli ancora cercano, senza trovarne traccia, lungo le coste della penisola Iberia, e che forse, invece, si trova lungo le coste si, ma della Sardegna, sotto uno strato di fango, sotto le città puniche che vi vennero costruite sopra secoli dopo la distruzione ad opera dello tsunami...

E allora, fate come ho fatto io, dedicate qualche giorno alla lettura e poi qualche anno a cercare di capire.... se può essere andata veramente così, come ci dice Frau... come ci dicono i resti archeologici del Mediterraneo e come ci hanno detto tante volte gli antichi... ad ascoltarli, gli antichi...


Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO


mercoledì 17 settembre 2008

Tucidide e la colonizzazione dell'Italia

Tucidide, ancora una volta, mi stupisce...
Non per la descrizione delle battaglie, da buon stratega è un esperto... non per le sue riflessioni politiche... ma per le notizie che di tanto in tanto compaiono tra le righe della sua opera, quasi di sfuggita.
E così vengo a sapere che subito dopo la guerra di Troia vi furono grandi migrazioni che portarono instabilità e insicurezza, due popoli occuparono il Peloponneso, questi erano i Dori e gli Eraclidi.
Con il passare del tempo la regione si calmò e cominciò la colonizzazione dell'Italia...

[Tucidide: la guerra del Peloponneso I, 12-13]
"L'Ellade, trovata a stento dopo molti anni una pace duratura, e non più soggetta a violenti spostamenti di popolazione, mandò colonie; e gli Ateniesi colonizzarono la Ionia e la maggior parte delle isole, i Peloponnesi colonizzarono la maggior parte dell'Italia e della Sicilia e alcune zone della rimanente Ellade: tutte fondazioni che avvennero dopo la guerra troiana."

Ecco dunque che se le stime che si fanno sul periodo in cui fu combattuta la guerra di Troia (1200 a.C. circa) e poiché Tucidide dice che la discesa dei Dori e degli Eraclidi nel Peloponneso avvenne 80 anni dopo la guerra di Troia, considerando un po di tempo per consentire alle popolazioni di sistemarsi e raggiungere la tranquillità necessaria alla vita sedentaria (altri cento anni?) ecco che la colonizzazione dell'Italia ad opera dei Peloponnesi dovette cominciare attorno al mille a.C.!

Ammesso e non concesso che i calcoli siano veri, quello che mi chiedo è cosa c'era in Italia prima del mille a.C.? Perché non è citata alcuna guerra di invasione? Perché fu possibile ai Peloponnesi colonizzare l'Italia?
Forse perché qualche secolo prima qualcosa aveva distrutto le popolazioni che vi abitavano?!?
Ma cosa potrebbe essere accaduto?


Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

lunedì 15 settembre 2008

Qual'è la differenza tra preistoria e storia?

Talvolta mi capita di discorrere di storia e di preistoria con qualche amico... ma sempre più spesso mi chiedo, ha ancora senso distinguere tra storia e preistoria? Ed ancora, cosa significa preistoria? E il termine storia?
E allora, vediamo assieme, prima di tutto la differenza... e siccome preistoria è palesemente un termine composto da "pre", cioè prima, e "storia", non resta da capire quale sia il significato di "storia" per aver chiaro anche quello di preistoria.

Il termine "storia" in italiano deriva dal termine latino "historia" che a sua volta deriva dal greco "ἱστορία"... ma cosa significa?

Significa semplicemente "conoscenza acquisita tramite ricerca"! Ma oggi il termine ha un altro significato, o almeno generalmente con il termine "storia" si intende quella branca del sapere che si occupa dello studio del passato per mezzo di fonti. In linea del tutto generale non si parla però di storia se non per lo studio del passato per mezzo di fonti scritte! Attenzione però perché non è sempre stato così! La storia, ovvero il "racconto di ciò che era stato visto" non presupponeva la presenza di un testo scritto ma si poteva basare anche su una testimonianza orale.

Oggi però non è più così, si parla di storia solo per lo studio del passato dell'Uomo per il periodo in cui sono disponibili testimonianze, cioè fonti, scritte! E neanche tutte le testimonianze scritte sono considerate "storia".

Allora, una volta che abbiamo definito il termine "storia", è facile capire che con "preistoria" si intende quella parte del sapere che discende dallo studio del passato dell'Uomo nel periodo precedente la scrittura!

E così, ogni volta che si riscopre una scrittura e dopo anni di studi la si riesce a decifrare e capire la storia si espande ai danni della preistoria!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

sabato 13 settembre 2008

Organizziamo un viaggio...

(Ovvero... come si organizza un viaggio?)

Cari amici, una delle cose spesso trascurate è l'organizzazione... e quando si parte in viaggio, questa mancanza può costar cara!
Non parlo di soldi ma di tutt'altro... parlo di ricordi e di conoscenza.
Un viaggio è, nel suo piccolo, un'esperienza spesso unica e come tale merita di essere ricordata. E allora ecco alcuni semplici suggerimenti che a chi è già esperto faranno sorridere, ma ai meno abituati potrebbero tornar comodo!
In primo luogo ogni viaggio merita di essere documentato. C'è il viaggiatore appassionato di fotografia oppure il patito della telecamera o ancora quello che si ferma in un angolo e butta giù lo schizzo a matita di uno scorcio interessante... tutto va bene, anche la descrizione semplice, senza immagini... dipende dai gusti! Certo è però che se è vostra intenzione, al rientro, mostrare qualcosa agli amici, allora le immagini servono!
Prima di partire un po tutti si ricordano di controllare la mappa o la carta stradale... e questo è giusto... sono molti meno i viaggiatori che si informano sulla storia del luogo da visitare, sulle usanze, sui monumenti... e ciò è un peccato.
Partire preparati è un presupposto per la buona riuscita del viaggio, anche perché ci consente di capire la cultura del luogo. E allora ricordiamoci sempre di raccogliere un po di informazioni storiche o di acquistare una guida del luogo da visitare e di leggerla prima di partire... durante il viaggio ci sarà più semplice orientarci.
Una delle cose che spesso si trascura è riordinare il materiale raccolto alla fine del viaggio... come se la nostra memoria fosse infallibile...
Purtroppo non è così... è necessario riordinare le foto, catalogarle, scrivere in bella gli appunti presi velocemente... scrivere le ricette etniche e le curiosità viste... fare questo, tra l'altro ci aiuterà a ricordare meglio, ma soprattutto ci permetterà di rivivere il viaggio ogni volta che lo vorremo!
La cosa migliore, a mio avviso, è mantenere un diario di viaggio da compilare giorno per giorno e da completare poi con le fotografie... e se qualcuno ha la passione del computer può sempre aprire un blog e la sera aggiornare i suoi amici sull'andamento del viaggio... inserendo le foto e le curiosità...
E così, se tutto è andato bene, ci si comincia a preparare per il prossimo viaggio...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

Dubbio amletico...

Siamo quelli che creano il big bang
nell'accelleratore sotto una montagna svizzera
(o almeno ci provano)
oppure quelli che restano ancora una volta
attoniti a guardare questo incredibile temporale
che batte sui muri e sui vetri
e trasforma la città d'estate di un attimo prima
in questa grigia ombra che sembra notte ?

Giuseppe MARCHI

venerdì 12 settembre 2008

Tucidide e la effeminatezza degli Ateniesi

Si pensa sempre che il passare del tempo porti progressi e i progressi portino alla mollezza dei costumi... ebbene, a voler dar retta a Tucidide non è sempre stato così... o meglio, si può passare da mollezza di costumi a semplicità e viceversa.
Ma vediamo cosa ci dice Tucidide sugli usi degli antichi ateniesi, antichi per lui, s'intende!
Tucidide visse intorno al V sec. a.C. e descrive i tempi antichi, tempi in cui in tutta l'Ellade si girava armati per paura dei briganti, tempi in cui i pirati infestavano i mari, poi, dice...

[Tucidide: la guerra del Peloponneso, I, 6]
"... le abitazioni non erano difese, né le comunicazioni erano sicure; sicché divenne consuetudine vivere con le armi addosso, come i barbari."

Divenne consuetudine... dunque prima non era così... mmh!?!

"... Primi fra tutti furono gli Ateniesi a smettere di portare le armi sulla persona; e, quando il tenore di vita si scostò dal rigore antico, passarono a più morbide delicatezze. Per questa effeminatezza, solo da poco in Atene gli anziani della classe ricca hanno smesso di portare tuniche di lino, e di legarsi il ciuffo dei capelli inserendovi cicale d'oro. Sicché anche presso gli Ioni più anziani, data la parentela con gli Ateniesi, per molto tempo rimase questa moda."

Dunque, gli ateniesi adottarono costumi "effeminati", come dice Tucidide, seguiti dagli Ioni... ma poi abbandonarono questo costume, per adottare nuovamente costumi più sobri!?! Perché?!?

"... Invece furono i Lacedemoni ad adottare per primi la semplicità nel vestire, secondo l'uso attuale; e, qui, i ricchi si misero anche sotto gli altri riguardi allo stesso livello di vita della moltitudine."

Dunque gli antichi Spartani, i Lacedemoni, furono i primi a vestirsi in maniera semplice, secondo l'uso attuale... di allora! Ma ciò fa supporre che anche essi prima avessero costumi differenti... simili agli antichi Ateniesi... ma di che periodo si sta parlando? Che strana sequenza di eventi e di usi e costumi... Cosa accadde per far cambiare usi e costumi?
Credo di poter azzardare qualche ipotesi...
I Lacedemoni o antichi Spartani, poi cacciati o conquistati dai Dori, dovevano essere di costumi abbastanza effeminati... i Dori ne presero il posto e probabilmente erano più rudi e guerrieri e avevano costumi differenti... ma tutto ciò, sia chiaro, non sono che supposizioni! Ma perché gli Ateniesi avrebbero dovuto cambiare i loro costumi? Forse perché in pericolo o perché spinti da altre necessità. E' lo stesso Tucidide che ci dice che durante il periodo della guerra del Peloponneso si verificarono diversi fenomeni straordinari...

[Tucidide: la guerra del Peloponneso, I, 23]
"... fenomeni che prima si riferivano per sentito dire, ma che di rado rispondevano ai fatti, divennero non dubbia realtà; ciò vale anche per quando riguarda i terremoti che interessarono zone assai estese e furono di intensità maggiore del solito, per le eclissi di sole che si verificarono con maggior frequenza che non nel tempo precedente, e per certe grandi siccità e conseguenti carestie, e per l'epidemia di peste che fu di gran danno, con ampia messe di vittime: tutte sventure contemporanee alla guerra."

Ecco dunque che si inizia a capire che non solo di guerra si trattò...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

mercoledì 10 settembre 2008

Tucidide e l'origine del nome Ellade

Tucidide
Come al solito, mentre leggo l'ultimo libro acquistato, la guerra del Peloponneso di Tucidide nella traduzione di Piero Sgroj per la serie GTE Newton, prendo appunti sulle curiosità incontrate, da raccontare poi in poche righe a chi non ha il libro, non ha voglia di leggere tutto il testo o, più semplicemente, non ha tempo...
Dopo appena poche righe mi imbatto in una di quelle frasi che mi portano indietro di secoli rispetto alla data in cui l'autore ha scritto il testo.
Tucidide, infatti, nell'introduzione, dopo aver discorso sull'importanza della guerra del Peloponnesso che si accingeva a raccontare, nel secondo paragrafo ci parla dell'Ellade antica, e ci informa del fatto che in passato questa terra non doveva essere abitata stabilmente a causa delle cattive condizioni di sicurezza e delle spinte continue da parte di successive ondate migratorie...

[La guerra del Peloponneso, I, 2]
"Non esisteva il commercio. Mancava, sia per terra che per mare, la sicurezza delle relazioni reciproche. Ognuno coltivava il proprio campo quanto bastava per viverci; sfornito di capitali, e senza far piantagione nel dubbio che da un momento all'altro sopravvenisse chi ne strappasse loro il frutto."

Indice di debolezza politica... come ci dice saggiamente lo stesso Tucidide...
Secondo lui l'Ellade, prima della guerra contro Troia non esisteva come unità politica non avendo mai compiuto alcuna impresa in comune. Sempre Tucidide ci dice che probabilmente l'Ellade, in passato, non aveva neanche questo nome, sembra infatti che...

[La guerra del Peloponneso, I, 3]
"... prima di Elleno figlio di Deucalione, questa denominazione di Ellade neppure esistesse; e che fossero le singole genti, tra le altre per lo più i Pelasgi, a darle il proprio nome. Quando poi Elleno e i suoi figli costruirono una loro potenza nella Ftiotide, e furono chiamati in aiuto nelle altre città, fu allora che - secondo me - essendosi ormai stabiliti questi rapporti, si diffuse maggiormente nelle singole regioni il nome di Elleni..."

Ecco dunque che, come per altre popolazioni, anche gli Elleni devono il nome al loro Re, Elleno. Tucidide porta a testimonianza della sua ipotesi il fatto che lo stesso Omero non parli mai di Elleni ma delle singole popolazioni... sempre per Tucidide, ai tempi di Omero forse non esisteva neanche il termine "barbaro", in uso invece nel suo periodo, per indicare le popolazioni diverse dagli Elleni.

Informazioni interessantissime e che spingono ad investigare meglio la storia antica della Grecia e dei suoi popoli...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO