domenica 6 aprile 2014

I custodi della storia - (Capitolo V) L'agenda

Era un mercoledì sera, intorno alle diciotto, quando un corriere espresso suonò al campanello del condominio in cui lavoravo.

Andai ad aprire, il ritiro della posta faceva parte dei miei compiti. Avevo la delega per il ritiro della corrispondenza di quasi tutti i condomini.

- C'è un pacco per Alessandro Ruvolo.

Mi disse il corriere porgendomi la penna per la firma senza neanche guardarmi in faccia.

- Forse intende dire Rugolo. Sono io

Risposi un po' stupito.

Non avevo ordinato niente e non era periodo di feste per ricevere il pacco regalo che i miei mi mandavano sempre per natale.

Firmai e mi assicurai che il corriere uscendo chiudesse il cancello.

Si trattava di un pacchetto confezionato artigianalmente con la vecchia carta per pacchi e legato con spago di pessima qualità.

Nessun mittente, solo un francobollo da due dollari con la scritta Guyana. Un bel francobollo con ritratto un dipinto di Velazquez e un timbro che non lasciava dubbi. Il pacco era stato spedito dalla città di Cayenne, nella Guyana francese.

Non conoscevo nessuno in quella parte del mondo. Chi poteva avermi spedito un pacco?

Dalla consistenza e dimensione doveva trattarsi di un libro. Lo scartai velocemente e il mio stupore fu grande quando mi resi conto che tra le mani stringevo l'agenda del mio ex professore di storia antica, Claudio.

Come era possibile? Lui era morto un mese prima nell'incidente aereo del volo Orlando – Milano. Da dove saltava fuori l'agenda? L'unico che avrebbe potuto spedirmela era proprio lui ma per quale motivo avrebbe dovuto farlo?

Ero curioso e le domande mi si affollavano nella testa.

- Alessandro, è arrivata posta per me?

Trasalii. La voce dell'avvocato mi colse totalmente di sorpresa e dovetti darlo a vedere.

- Scusa, non volevo spaventarti. Chiedevo se fosse arrivata della posta per me, oggi. Sto aspettando un plico urgente da Roma. Se dovesse arrivare puoi avvisarmi subito? Sono nel mio studio.

- No, mi spiace. Niente posta per lei avvocato. Se dovesse arrivare qualcosa entro le otto glielo porto io prima di andar via.

L'avvocato Giorgetti mi salutò con un sorriso e imboccò la strada delle scale. Nonostante il suo studio si trovasse al quarto piano e vi fosse l'ascensore preferiva salire a piedi, diceva che faceva parte della sua attività per allungare la vita.

Per evitare ulteriori problemi posai l'agenda del professore nel mio zaino e ripresi il mio lavoro al gabbiotto. A casa avrei avuto tutto il tempo per cercare di capire come mai il professore mi avesse mandato la sua agenda per posta e magari sarei riuscito a capire cosa fosse andato a fare nella Guyana francese!

Stavo per chiudere il gabbiotto della portineria quando suonò nuovamente il campanello. Si trattava di un fattorino che mi consegnò il plico per l'avvocato. Lo presi in consegna. Firmai e presi l'ascensore per il quarto piano. Bussai alla porta dell'avvocato. Mi aprì lui personalmente e mi invitò ad entrare. Rifiutai cercando di non essere scortese, l'avvocato era sempre stato molto premuroso nei miei confronti ma quella volta avevo fretta di tornare a casa.

Mi chiese se era tutto a posto, offrendomi il suo aiuto, se necessario. Mi chiese se ci fosse qualcosa che mi preoccupava, disse che sembravo un po' strano, quasi assente.

- Le chiedo scusa avvocato. In effetti oggi è successo qualcosa di strano ma non sono preoccupato, solo stupito.

- Vuoi raccontare anche a me cosa ti è successo? Mi chiese con benevolenza. Sin dalla prima volta che mi aveva conosciuto, quando mi ero presentato per avere il lavoro, era sempre stato con me quasi come se fosse stato un mio anziano parente. Gli dissi che il giorno dopo sarei passato da lui sul tardi, se non aveva impegni, e gli avrei raccontato tutto. Adesso era un po' tardi e dovevo passare all'università per ritirare un libro da alcuni amici. Era una scusa banale, me ne rendevo conto, ma non avevo proprio voglia di parlare. Forse il giorno dopo gli avrei raccontato qualcosa, o forse no. Avevo uno strano presentimento e preferivo evitare dell'agenda del mio professore.

Salutai e andai via.

Rientrai a casa in metropolitana. Da quando avevo lasciato la casa dello studente, due anni prima, abitavo in periferia in una zona di Milano ben servita dalla metro. Avevo trovato una mansarda piccola ma accogliente in una palazzina di tre piani che si affacciava in un piccolo parco. Anche per questo dovevo ringraziare l'avvocato. Mi aveva consigliato lui di lasciare la casa dello studente, diceva che era una cosa per ragazzini e io ero cresciuto ormai. Mi aveva fornito un elenco con i nomi di alcuni amici che affittavano appartamenti. Mi disse di andare a suo nome, mi avrebbero trattato bene.

In effetti così era stato. La mansardina mi piacque subito. L'arredamento era essenziale ma funzionale. C'era tutto quello che poteva servirmi. L'ambiente era caldo e accogliente e io avevo aggiunto all'arredamento quei segni distintivi della mia persona che mi portavo appresso sin da piccolo, i miei libri, alcune foto della famiglia e una vecchia maschera in legno tipica della cultura sarda, un mamuthone.

Nella stanza grande, con il letto in ferro da una piazza e mezza che occupava la parete interna si trovava anche una bella libreria e un piccolo scrittoio che usavo spesso per studiare e tra i due vi era un camino, che a Milano non era certo la norma, in cui spesso accendevo il fuoco. Un cucinino, il bagno e un ripostiglio a muro completavano il mio piccolo mondo di trenta metri quadri. Per ora andava più che bene. Il camino era stato decisivo. Non appena lo vidi presi la decisione, senza neanche visitare altri appartamenti.

Quella sera accesi il fuoco e mi preparai due salsicce alla brace per cena. Le fiamme rosse della legna avevano su di me uno strano potere rilassante. Aprii la finestra che dava sul parco, aveva smesso di piovere da poco e l'odore dell'erba bagnata era molto forte.

Mi sdraiai a letto e finalmente presi l'agenda dal mio zaino.

La girai alcune volte tra le mani quasi volessi assicurarmi che fosse reale poi slegai il cordoncino che la teneva chiusa. Era un'agenda artigianale, con la copertina in pelle rossa lavorata a rilievo. Vi era impresso il disegno di un uccello che assomigliava ad un pavone o ad un qualche altro uccello esotico dalle piume lunghe e vaporose, forse una leggendaria fenice. Aprii l'agenda e mi tuffai nella lettura.

Nella prima pagina vi era nome, cognome e numero di telefono del proprietario, ora non avevo più dubbi, l'agenda era appartenuta al mio ex professore.

Senza un particolare motivo la aprii verso le ultime pagine e cercai l'ultima pagina scritta. In alto a destra vi era la data del 15 marzo, quattro giorni prima dell'incidente aereo in cui era morto. Al centro della pagina solo poche parole scritte velocemente.

Alessandro, se dovesse accadermi qualcosa leggi queste ultime pagine e capirai. Decidi tu che fare. Ho fiducia in te. In bocca al lupo!”

Non sapevo più cosa pensare. Quella notte non andai a dormire.

La luce della camera restò accesa fino a tardi e mentre le fiamme del camino spandevano le loro ombre soffuse sulle pareti io leggevo quelle pagine piene zeppe di appunti, disegni e note.

Vai al Cap. VI: Dentro la piramide.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

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