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sabato 6 dicembre 2014

John Maynard Keynes: come uscire dalla crisi

John Maynard Keynes (1883-1946), forse il più grande economista britannico del XX secolo, illustra il suo punto di vista sulla crisi che mise in ginocchio il mondo ed ebbe il suo culmine nel '29 con il crollo di Wall Street.
Keynes fece diversi viaggi in America ed ebbe l'opportunità di conoscere i presidenti Hoover e Roosevelt con i quali intrattenne una cordiale corrispondenza.

Questo libro è una raccolta di suoi articoli scritti durante il periodo della crisi. Articoli pubblicati su vari giornali diretti quasi sempre ai politici del tempo allo scopo di tentare di aiutare il mondo ad uscire dalla crisi.

Keynes analizzò la situazione nazionale e internazionale alla ricerca delle origini della crisi e provò nel tempo a dare suggerimenti sul come uscirne.
Le relazioni esistenti tra occupazione, investimenti pubblici, piani di assistenza, finanza, tassazione, tassi di interesse, politiche monetarie e altri fattori macroeconomici, sono spiegate con dovizia di particolari ed esempi chiari che in qualche modo potrebbero essere ancora oggi utili all'analisi della crisi attuale.

I problemi legati ai bassi costi di produzione in alcuni paesi esteri e alla facilità con cui era possibile spostare i capitali erano ben chiari a Keynes che invitava il governo britannico a favorire gli investitori che investivano nel proprio paese anche a costo di ridurre le spese assistenziali.

Il circolo vizioso in cui entra una nazione che perde la fiducia nel futuro è ben illustrato e per certi versi pienamente applicabile anche al nostro paese. Chi non ha fiducia nel futuro, anzi chi teme il futuro, mette da parte i soldi che può, facendo più danni che altro. Quando infatti occorre consumare per spingere la produzione e il lavoro, i consumatori diventano invece eccessivamente prudenti causando così ulteriori problemi.
Ma chi poteva convincere l'uomo comune a spendere quando tutto andava a rotoli?

Un libro illuminante, non troppo complesso, che i nostri politici ed economisti dovrebbero riprendere alla mano, anche se con le dovute considerazioni in relazione alle differenti condizioni a contorno.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

mercoledì 1 maggio 2013

Fatto il governo, già iniziano le discussioni!

E' mai possibile che i nostri carissimi politici non capiscano che devono evitare di discutere e iniziare a lavorare?
Eppure credo che sia chiaro a tutti!
Forse mi ripeto ma ciò che occorre all'Italia è semplicemente iniziare a "fare" e smetterla di "parlare".
Io, e credo come me un po tutti gli italiani, voglio iniziare a vedere i fatti, basta con le chiacchiere!
Non parlo di grandi cose, parlo di piccole cose di tutti i giorni.
Alcuni esempi per essere chiaro:
- se si esce per strada in paese i marciapiedi sono sporchi e l'erba e alta, nessuno pulisce per strada. che fine hanno fatto i buoni vecchi spazzini? Qualcuno potrebbe dire che non si chiamano più spazzini, chiamateli come vi pare ma la sostanza non cambia, dove sono andati a finire? Non è che per caso sono stati tutti "promossi" a lavoro d'ufficio? Sono sicuro che qualcuno potrà dire che non ci sono soldi per assumerli e io rispondo, "perchè non si chiede a chi riceve un contributo dallo Stato (disoccupazione, sussidi, cassa integrazione) di rendere un servizio pubblico? Facciamo attenzione perchè gli aiuti sono necessari ma a lungo andare creano dipendenza!
- chi controlla? Tutte le organizzazioni necessitano che qualcuno dia disposizioni (o ordini!) e poi occorre controllare che le stesse sia no state seguite e che il risultato voluto sia stato raggiunto. Ma voi vedete mai nessuno (al di la dei vigili urbani) che controlli? Vi è mai capitato di vedere un funzionario pubblico in un supermercato che controlla i prezzi? Oppure il Sindaco che gira per strada per controllare che i dipendenti pubblici svolgano i l loro lavoro? Qualcuno è mai venuto a csa vostra a chiedere di mostrare i documenti relativi alla vostra residenza? Voi direte, per fortuna non passa nessuno... Bene, allora noi italiani abbiamo ciò che ci meritiamo!
- lo Stato spende milioni di euro per le elezioni... ma per quale motivo? I locali sono dello Stato, quasi sempre si tratta di scuole, il personale è forse la spesa maggiore? Ma allora perchè non fare fare il lavoro a chi, disoccupato, già riceve un sussidio? Oppure ai nuovi maggiorenni, quale contributo gratuito alla nazione? Attenzione, non si tratta di sfruttamento ma semplicemente di applicazione della reciprocità Diritti-Doveri!
- si parla di crisi delle piccole imprese: ma allora perchè si accettano i grandi monopoli? E ne esistono di veramente grandi e istituzionalizzati. Parliamo della CONSIP? Che altro è se non un modo per far chiudere tutti i piccoli produttori e rivenditori dei paesi dell'Italia? Non sapete cosa sia la CONSIP? Male... è vero che (forse) lo Stato risparmi nell'acquisizione centralizzata dei beni per le Pubbliche Amministrazioni ma quali sono gli effetti collaterali sul tessuto economico locale? Qualcuno ha mai pensato che se i piccoli chiudono lo Stato ne paga le conseguenze?
Ma per oggi credo di aver parlato abbastanza, mi auguro che qualcuno prenda queste mie parole come consigli e si dia da fare, magari senza parlare, ma con i fatti!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

domenica 14 aprile 2013

Il preoccupante immobilismo della politica italiana

Io sono un cittadino italiano e come tale mi sento impotente di fronte allo squallido e insensato teatrino della politica che l'italia stà regalando al mondo.

Per essere chiari, non è che il fare una brutta figura internazionale mi interessi più di tanto, di ciò dovrebbero preoccuparsi direttamente i nostri rappresentanti, ciò che invece moi riguarda più da vicino sono gli effetti sulla vita di tutti i giorni.

E' sufficiente uscire di casa e andare a far la spesa per sentire le casalinghe lamentarsi della situazione; prendere il treno per sentire i pendolari "ringraziare" animatamente i nostri politici per la situazione dei trasporti pubblici; prendere la pontina in direzione Roma per essere protagonisti di un viaggio della speranza...

E in tutto ciò, la politica, come interviene?

Non interviene per niente!

Purtroppo sono tutti troppo impegnati nell'ascoltare se stessi, i loro discorsi retorici fatti di interventi programmatici, di grandi problemi filosofici (nell'accezione peggiore del termine!) per capire che se trovassero soluzione ai problemi di tutti i giorni risolverebbero in automatico molti problemi degli italiani.

Voglio evitare di fare come loro e calarmi nella realtà, chissà che tra chi legge non vi sia anche qualcuno di coloro che può intervenire e aiutare a risolvere i problemi.

Parliamo del traffico sulla Pontina, vi sono dei punti lungo la strada in cui si creano code e rallentamenti che purtroppo hanno influenza su tutta la strada.
Uno di questi punti è lo svincolo per Spinaceto, basta passarci per rendersi conto che chi ha studiato la viabilità doveva essere un genio incompreso! Ebbene, cosa ci vuole a capire che occorre intervenire sul posto, ristudiare tutta la viabilità e cercare di velocizzare il traffico?
Niente, lo cpirebbe chiunque!
Ma allora perchè non si fa niente?

Eppure, chiunque riuscisse a trovare la soluzione al problema riceverebbe un enorme grazie dalle decine di migliaia di persone che giornalmente percorrono quella strada!

Ma proseguiamo...

 La soluzione di un piccolo problema (se paragonato a quelli della politica italiana) ha degli influssi positivi su tutto. Pensate al fatto che chi va a Roma a lavorare percorrendo la Pontina, arriva al posto di lavoro già stressato e di conseguenza si comporterà durante la giornata.

Ma non è finita, eliminare i rallentamente significa anche diminuire il livello di inquinamento da polveri sottili migliorando la qualità della vita di chi abita nella zona limitrofa e degli automobilisti.

Ed ancora, pensate al tempo risparmiato... e al carburante e... così via!

Questo era solo un esempio.

E allora, se condividete il mio ragionamento, chiediamoci tutti assieme: "perchè nessuno fa niente, di pratico, per uscire dalla crisi italiiana?"

La mia risposta è....... da censurare, e dunque evito, tanto potete immaginare!

Buona domenica a tutti.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO


venerdì 15 marzo 2013

Cosa serve all'Italia per uscire dalla crisi?

Oggi, ancora una volta, ci troviamo di fronte alla totale indifferenza del mondo politico di fronte alla crisi italiana.
Loro parlano e nel mentre l'Italia muore, seppellita dall'immondezza, dalla corruzione e dalle migliaia di leggi e normative assolutamente impossibili da gestire.
Non occorrono tante leggi, ma leggi chiare e giudici onesti. Occorre moralità e etica.
Occorre onestà intellettuale e serietà. Occorre impegno e lavoro.
Non esistono ricette che permettano di creare ottimi manicaretti usando come ingredienti solo scarti e veleni!
Non ho idea di come si possa uscire dal pantano nel quale anni e anni di malgoverno e di assoluta inattività degli italiani ci hanno precipitato.
D'altra parte non lo sa nessuno e si capisce dalla lettura dei programmi politici dei nostri rappresentanti. L'Italia scende in serie B, almeno secondo l'agenzia di rating Fitch, Bbb+ per la precisione!
Secondo quello che si dice il declassamento deriva dall'incertezza creatasi a seguito delle elezioni, ma questa è solo l'ultima di tante ragioni.
Dove si trovano tutti quegli italiani seri che a parole sanno fare tante cose?
Perchè l'italiano medio si nasconde sempre dietro il fatto che "gli altri" devono risolvere il problema?
E poi, chi sono questi "altri"?
Mi ricordo ciò che accadeva quando ero ragazzo, frequentavo allora l'Istituto Tecnico per Geometri Luigi Einaudi di Senorbì, nelle elezioni dei rappresentanti degli studenti.
Nell'istituto si facevano le elezioni per i rappresentanti di classe e d'istituto e, in quelle prime occasioni di esperimenti di democrazia mi resi conto che spesso chi si candidava era il perditempo, quello che voleva semplicemente approfittare della posizione per farsi i cavoli propri, uscire dall'aula, seguire meglio i propri interessi, che normalmente non coincidevano con quelli della comunità che avrebbe dovuto rappresentare.
La cosa mi diede assai fastidio e così decisi di impegnarmi in prima persona per rappresentare il gruppo, prima la mia classe, poi l'Istituto. E così feci, bene o male almeno ci provai, non mi tirai certo indietro nonostante la cosa significasse impegno maggiore e a volte scontri con chi invece pensava solo ai fatti propri. Non mi sono mai pentito della mia scelta e così vado avanti sempre.
Mi da fastidio sentire la gente dire che si è troppo piccoli per poter risolvere il problema, è solo un modo di fuggire le proprie responsabilità.
L'impegno e l'esempio possono tutto.
La preparazione personale, lo studio, l'autocontrollo e la capacità di relazionarsi con il prossimo sono le capacità che servono a chi vuol aiutare l'Italia ad uscire dal pantano in cui si è infilata.
Queste capacità si trovano in tante persone, che purtroppo si sono dimenticate di poter fare qualcosa per tutti, soffocate da una società che sembra promuove solo chi pensa a se stesso!
Basta, occorre dire basta e andare avanti assieme, uscire dal buco in cui ci si è infilati e collaborare per uscire dalla crisi.
Come?
Semplice, ognuno nel suo piccolo può far qualcosa.
Quanti italiani benestanti potrebbero impegnarsi nel dare lavoro ai giovani? Sono convinto che ve ne siano tanti. E allora se potete fatelo!
Quanti dirigenti generali hanno fatto il loro tempo? Sicuramente tanti, allora andate in pensione lasciando ai più giovani l'opportunità di provare a cambiare l'Italia!
Quanti professori universitari hanno fatto il loro tempo ma stanno ancora dietro la cattedra impedendo ai ricercatori di fare il loro lavoro? Tantissimi! E allora fate una cosa memorabile, andatevene in pensione e lasciate libero il posto!
Qualcuno potrebbe pensare che così facendo lo Stato aumenterà le sue spese, ma siamo sicuri? E che mi dite delle innovazioni che i più giovani potrebbero portare?
E della rinascita della speranza nel futuro?
Bene, io comunque non mi arrendo e continuerò a dire la mia fino a che potrò, e poi, forse un giorno farò come fanno in tanti, nascondendomi dentro un cespuglio e aspettando che facciano gli altri!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

sabato 2 marzo 2013

Come risolvere il problema della disoccupazione giovanile in Italia?

Chiacchiere, chiacchiere e solamente chiacchiere!
Ancora una volta, dopo le ultime elezioni, si continua a parlare di problemi, primo tra tutti la altissima disoccupazione giovanile.
Ma perchè nessuno parla di possibili soluzioni?
La disoccupazione giovanile è direttamente legata all'economia del paese.
La recessione in Italia è legata alla impossibilità di molti giovani di investire sul futuro che purtroppo non vedono!
E' chiaro che per uscire dalla recessione occorre dare ai giovani un briciolo di speranza nel futuro, cioè il lavoro.
Ora direte che io sto facendo come tutti gli altri, chiacchiere sulla mancanza del lavoro, ma niente soluzioni!
Mi dispiace deludervi ma io una soluzione, anche se parziale, ce l'ho e ora ve la descrivo.
In Italia si è scelto di elevare l'età pensionabile senza capire che questo apporta benefici alle casse dello Stato perchè si erogano meno soldi in pensioni ma d'altra parte si privano i giovani della possibilità di crearsi una famiglia e quindi appesantiscono lo stato.
Inoltre avere più persone vecchie al governo di tutti i settori pubblici significa rallentare l'innovazione con tutte le conseguenze del caso.
Non sarà un caso che nelle nazioni o imprese che contano chi dirige è giovane!
Allora ecco la soluzione:
1. abbassare l'età pensionabile per i Dirigenti statali, Professori universitari, medici, giudici eccetera.
2. Mandare in pensione tutte queste persone, che hanno fatto il loro tempo, dandogli il 75% della pensione, tanto trattandosi di dirigenti o equiparati ne avranno a sufficienza per vivere comunque bene.
In questo modo si liberano posti di lavoro e si riesce ad assumere giovani, che costano molto meno!
Tale programma di lavoro anti disoccupazione deve solo essere quantificato per bene per calcolarne i reali benefici, ma credo proprio che consentirebbe di aiutare il paese ad uscire dalla recessione.
Ricordiamoci infatti che dalla recessione si esce se una grande massa di persone dicomincia a consumare, dando la spinta alle imprese che producono.
Spero che ciò possa aiutare chi dei nostri politici può fare qualcosa .

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

domenica 25 novembre 2012

Le primarie, qual è il loro reale valore?

In questi giorni non si fa altro che parlare di primarie, PD, PdL, chi altri?
Ciò che si dice è che le primarie servono a scegliere il leader di un partito o coalizione, ma sarà vero?
Un grande partito radicato sul terreno, generalmente diretto da un Segretario di partito, può realmente dare come indicazione un nome diverso da quello del suo segretario?
Forse si, forse no!
Forse si se oltre al segretario del partito esiste una figura diversa che in qualche modo ne possa eguagliare o superare la popolarità, potrebbe essere il caso del PdL.
Ma che dire per il PD?
Questa sera vedremo come finisce.
Bersani o Renzi?
Non credo che gli altri concorrenti possano in alcun modo sfidare questi due personaggi.
Tabacci, Vendola, Puppato... conosciuti forse nel mondo politico, ma al grande pubblico?
In ogni caso, le primarie sembra siano un successo, si parla di circa 2,5 milioni di persone che si sono recate a votare per scegliere il futuro leader. Ciò significa che le primarie porteranno alle casse del PD la cifra di circa 5 milioni di euro. Si dice che l'organizzazione delle primarie costi allo stesso partito circa 1,5 milioni di euro. Quindi, se la matematica non è un'opinione la giornata di oggi registrerà un attivo di circa 3,5 milioni di euro!
Ma come mai una giornata di elezioni (seppur primarie) costa solo 1,5 milioni di euro? Quali sono le spese che il PD o un qualunque partito deve sostenere per una attività simile?
Voi direte, ma che ti interessa?
Mi interessa capire quanto è stato speso per capire se e come lo Stato potrebbe risparmiare le spese delle elezioni politiche, così magari ci guadagnamo tutti!
Sembra che per realizzare queste primarie il Partito Democratico abbia mobilitato circa 100.000 volontari in circa 8.000 comuni. I seggi sono 9239 più quelli dei paesi stranieri!
Si tratta di un numero enorme, credo molto simile a quello delle elezioni politiche, se non per il numero di seggi che è probabilmente più elevato.
Il costo delle elezioni Politiche in Italia è stimato in circa 400 milioni! Come mai?
Se è vero che occorre ridurre i costi, perchè non iniziare dal ridurre i costi delle elezioni?
Perchè non mobilitare volontari per le elezioni politiche in vece di pagare una marea di persone?
Se si impiegassero dei volontari, sotto la supervisione del personale dei comuni, quanto si risparmierebbe?
Ultima cosa, eliminare i rimborsi ai partiti, tutti i rimborsi!
Che cosa ne pensate?

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO



sabato 10 novembre 2012

Politica? Sempre le solite barzellette!

Giorno dopo giorno i nostri Signori politici non fanno altro che confermare ciò che tutti già da tempo pensano di loro!
Parlano di programmi ma non dicono in cosa consistono, si lamentano del lavoro del governo ma non abbassano le tasse, sono protettori dei poveri cittadini a parole ma non fanno niente per risolvere i problemi reali dell'Italia.

Perché e per chi dovrei votare alle prossime elezioni?

Se qualcuno si prende la briga di dire: questo è un problema e io lo risolverò, allora lo voto!

I problemi reali ve li dico io, così vi semplifico la vita:
- provincia di Roma, strada Pontina; chi è che si prende la briga di risolvere questo problema?
- pendolari del Lazio, treni sovraffollati; chi è che risolve il problema?

Se qualche partito vuole il mio voto deve risolvere uno di questi due problemi.

Ma al di là del mio voto, che conta veramente poco, perché risolvere uno di questi problemi potrebbe essere vantaggioso per l'Italia?

Non dico niente di nuovo, credo, se dico che consentendo lo spostamento delle persone in tempi ridotti (strade fatte bene e treni efficienti) e in modo agevole ne guadagna la produttività del singolo ma anche dello Stato nel suo complesso. Inoltre si abbassano i consumi di carburante e il livello di stress e di incidenti, il che significa economie dal punto di vista sanitario e benessere!

Ma probabilmente queste cose, seppure alla portata di una persona mediamente ragionevole, non sono alla portata dei nostri politici.

Mi auguro che ci sia qualcuno che prenda in considerazione problemi reali delle persone di tutti i giorni, se lo farà avrà vinto le elezioni!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

giovedì 23 agosto 2012

Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria

Chi era Cesare Beccaria?
Noto per la sua opera "Dei delitti e delle pene", per il resto mi è completamente sconosciuto. Sicuramente per mia colpa, chissà dove mi trovavo o a cosa pensavo quando l'abbiamo studiato a scuola (ma poi, siamo sicuri di averlo fatto?).
Nato a Milano il 15 marzo 1738 da famiglia nobile originaria di Pavia, inizia i suoi studi presso il Collegio Farnesiano di Parma, sotto la guida attenta dei Gesuiti.
All'età di vent'anni si laurea in giurisprudenza a Pavia. In quegli anni inizia a collaborare con l'Accademia dei Pugni di Alessandro e Pietro Verri.
Nel 1761 si sposa con Teresa Blasco da cui avrà una figlia, Giulia. L'importanza di questo matrimonio giudicatela voi, Giulia infatti sarà la madre del ben noto Alessandro Manzoni.
Nel 1764 viene pubblicato un piccolo testo: "Dei delitti e delle pene" che, tradotto in francese l'anno successivo consentirà, anzi ne determinerà il successo a seguito del "Commentaire" di Voltaire.
Nel 1771 ormai famoso, entra a far parte del Supremo Consiglio di economia pubblica, poi, nel 1791 entra nella giunta per la correzione del sistema giudiziario civile e criminale nonché nella commissione speciale per le riforme penali e di polizia.
A pochi anni di distanza, il 28 novembre del 1794 muore per un colpo apoplettico, all'età di soli 56 anni.
Ora, conosciuto meglio il nostro autore, anche se solo per grandi linee, vediamo qualcosa della sua opera più nota "Dei delitti e delle pene".
A differenza dei Promessi Sposi, opera monumentale scritta dal nipote Alessandro, Dei delitti e delle pene è un trattatello di neanche cento pagine ma, non per questo meno importante. Vediamo alcuni aspetti interessanti.
Beccaria inizia la sua opera con un'avvertenza (per il lettore) sul sistema delle leggi dei popoli europei, infatti:

          "Alcuni avanzi di leggi di un antico popolo conquistatore fatte compilare da un principe che dodici secoli fa regnava in Costantinopoli, frammischiate poscia co' riti longobardi ed involte in farraginosi volumi di privati ed oscuri interpreti, formavano quella tradizione di opinioni che da una gran parte dell'Europa ha tuttavia nome di leggi; ed è cosa funesta quanto comune al dì d'oggi che una opinione di Carpzovio, un uso antico accennato da Claro, un tormento con iraconda compiacenza suggerito da Farinaccio sieno le leggi a cui con sicurezza obbediscono coloro che tremando dovrebbero regger le vite e le fortune degli uomini".

Critica severa di un sistema a suo parere disorganizzato, risultato dello "scolo dei secoli i più barbari", il cui scopo è quello di accrescere la legittima autorità dei sistemi in essere procedendo ad una revisione delle parti antiquate o corrotte dagli uomini e dal tempo.
Secondo il Beccaria, i principi morali e politici cui l'uomo obbedisce, nascono per "rivelazione", per "legge naturale" o come "convenzioni fattizie della società". Il fine ultimo è però lo stesso, condurre "alla felicità di questa vita mortale".
Su questa base il nostro Beccaria afferma che esistono "tre distinte classi di virtù e di vizio, religiosa, naturale e politica". 
Capisco che tutto ciò, a qualcuno, possa sembrare noioso, ma ritengo sia invece importante andare avanti nell'esame di quello che è l'avviso al lettore della sua opera.
Per Beccaria il "sistema di vizi e virtù" della politica è variabile, in quanto dipende dagli uomini e dai tempi, mentre l'idea della virtù naturale "sarebbe sempre limpida e manifesta se l'imbecillità o le passioni degli uomini non la oscurassero". Solo l'idea della virtù religiosa è sempre costante "perché rivelata immediatamente da Dio e da lui conservata".
Potrete chiedervi a quale scopo introdurre queste distinzioni, me lo sono chiesto anche io!
Lo stesso Beccaria al fine di non generare confusione chiarisce il motivo, infatti invita i suoi lettori a comprendere bene, prima di criticare la sua opera, quale classe di vizi e virtù in essa si analizzi.
Beccaria invita i lettori a non considerare la sua opera come distruttrice di virtù o di religione ma a cercare, qualora necessario, di convincerlo "o della inutilità o del danno politico che nascer ne potrebbe" dai principi esposti.
Non dobbiamo dimenticare che quando Beccaria scriveva non era troppo difficile inimicarsi la chiesa o il potere temporale e finire all'Indice o in carcere!
Prima di andare avanti vorrei fare notare la considerazione che ha dell'uomo il Beccaria, potrebbe essere passato senza lasciare impressione il termine "imbecillità" o il concetto che l'uomo è spesso guidato dalle "passioni" più che dalla logica. Dico questo perché è un concetto che ricorre anche nella introduzione, che infatti inizia così:
          
          "Gli uomini lasciano per lo più in abbandono i più importanti regolamenti [..] Apriamo le istorie e vedremo che le leggi che pur sono o dovrebbon esser patti di uomini liberi, non sono state per lo più che lo strumento delle passioni di alcuni pochi, o nate da una fortuita e passeggiera necessità! Non già dettate da un freddo esaminatore della natura umana...".
Ecco il perché della necessità di revisionare la legislazione vigente, opera di "passioni di uomini" o di caso fortuito, scolo dei tempi passati.
Che dire. Se tali concetti siano ancora validi a più di due secoli di distanza giudicatelo voi! Io preferisco evitare commenti e procedere oltre.

Nella ricerca dell'origine delle pene il Beccaria da una definizione di "legge" in funzione di "libertà" e di "sicurezza", cosa che ritengo importante notare perché a mio parere sempre valida: 

          "le leggi sono le condizioni, colle quali uomini indipendenti ed isolati si unirono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa inutile dall'incertezza di conservarla. Essi ne sacrificarono una parte (della libertà!) per goderne il restante con sicurezza e tranquillità".
Ecco dunque che per il Beccaria il sacrificio di parte della libertà di ognuno consente alla società così costituita di godere di sicurezza e tranquillità, infatti ecco che proprio da quanto appena detto discende il concetto di "sovranità nazionale": 

          "la somma di tutte queste porzioni di libertà sacrificate al bene di ciascheduno forma la sovranità di una nazione, ed il sovrano è il legittimo depositario e amministratore di quelle".
Naturalmente, tutto ciò valeva nel momento in cui nacquero le società primitive che si diedero delle leggi, oggi invece è semplicemente un dato di fatto, riscontrabile però subito dopo le grandi tragedie umane, le guerre (in particolare le guerre civili), cui segue la ricostruzione di una società spesso basata su leggi costituenti differenti dalle precedenti.
Ancora un passo del Beccaria ci porta a capire perché occorre introdurre un sistema punitivo, ancora una volta a causa della "natura umana", infatti:

         "non bastava informare questo deposito (cioè la sovranità nazionale), bisognava difenderlo dalle private usurpazioni di ciascun uomo in particolare, il quale cerca sempre di togliere dal deposito non solo la propria porzione, ma usurparsi ancora quella degli altri. Vi volevano dei motivi sensibili che bastassero a distogliere il dispotico animo di ciascun uomo dal risommergere nell'antico caos le leggi della società", questi "motivi sensibili" non sono altro che "le pene".
L'uomo origina la società ma è anche causa di disgregazione dovuta alla sua "natura imperfetta". Le pene (i motivi sensibili) non sono solo utili ma necessarie perché altrimenti non sarebbe possibile controllare la natura umana, ecco ciò che mi sembra voglia dire Beccaria e, purtroppo, mi sento di condividere.
Ecco dunque che il sovrano (colui che esercita la sovranità nazionale) ha il diritto (che è anche un dovere verso la società) di punire. 
Beccaria ci dice: 
          "Ecco dunque sopra di che è fondato il diritto del sovrano di punire i delitti: sulla necessità di difendere il deposito della salute pubblica dalle usurpazioni particolari; e tanto più giuste sono le pene, quanto più sacra ed inviolabile è la sicurezza, e maggiore la libertà che il sovrano conserva ai sudditi".
Ma dove è il confine tra "pena giusta" e "pena ingiusta"?
A ciò è d'aiuto Montesquieu; secondo lui è tirannica (e dunque ingiusta) "ogni pena che non derivi dall'assoluta necessità". Secondo Beccaria "fu dunque la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà: egli è dunque certo che ciascuno non ne vuol mettere nel pubblico deposito che la minima porzione possibile, quella sola che basti a indurre gli altri a difenderlo. L'aggregato di queste minime porzioni possibili forma il diritto di punire; tutto il di più è abuso e non giustizia, è fatto, ma non già diritto".
Ecco dunque che per Beccaria è la necessità di sicurezza che spinge l'uomo ad aggregarsi in società fino a formare nazioni. Se non vi fosse questo stato di necessità infatti nessun uomo farebbe dono di parte della propria libertà, anzi "ciascuno di noi vorrebbe che i patti che legano gli altri non ci legassero".

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

mercoledì 15 agosto 2012

Norberto Bobbio: Elementi di politica

Politica...
un termine ricco di significati, anche in considerazione dei tempi che corrono!
Ma cosa significa "politica"?
Uno dei maggiori studiosi del campo in Italia è stato Norberto Bobbio, professore di Filosofia del Diritto e della Politica all'Università di Torino e autore di tantissimi articoli e opere sull'argomento.

Secondo Bobbio per politica s'intende:

          "l'attività volta a stabilire le regole e a prendere le decisioni destinate a rendere possibile la convivenza tra un gruppo di persone: una convivenza possibilmente pacifica all'interno e sicura all'esterno"

Al centro dell concetto di politica si trova quello del "potere", della gestione del potere. Sembra dunque che politica e potere siano due concetti strettamente legati. Usando un'altra definizione di politica questo legame è molto chiaro:

          "si usa il termine politica per designare la sfera delle azioni che hanno un qualche riferimento diretto o indiretto alla conquista e all'esercizio del potere ultimo (o supremo o sovrano) in una comunità di individui sul territorio"

ora credo sia più chiaro per tutti cosa si intenda col termine "politica".

Per Bobbio una società è ben ordinata se la distanza tra chi governa e chi è governato è bassa, per Bobbio la forma di governo che ha questa caratteristica si chiama "democrazia".

La democrazia dunque come miglior forma di governo. La democrazia dei nostri tempi, che è differente da quella degli antichi. Nella società democratica di Bobbio il cittadino ha una caratteristica fondamentale: è attivo!

          "La democrazia ha bisogno, più di qualunque altra forma di governo, di cittadini attivi. Non sa che farsene di cittadini passivi, apatici, indifferenti, che si occupano soltanto dei propri affari e delegano ad altri il compito di occuparsi degli affari comuni. La democrazia vive e prospera solo se i suoi cittadini hanno a cuore le sorti della propria città come quelle della propria casa, che delle città è soltanto una parte"

Cittadini attivi... per avere una democrazia sana.

Cittadini attivi, come in Italia?

Uno dei compiti dei cittadini attivi consiste nel controllare l'azione dei propri rappresenti e di sostituirli, nel rispetto delle regole, qualora essi non siano degni della fiducia accordatagli. Il buon governante è colui che si occupa del bene comune, il cattivo governante è colui che bada al bene proprio. Questo criterio è quello ancora "più diffuso di cui si serve l'uomo della strada per giudicare l'azione dell'uomo politico" diceva Bobbio, ma siamo sicuri che ciò sia vero?
Se cosi fosse i politici avrebbero vita difficile invece, eccoli là, sempre gli stessi, nonostante tutto!
Allora forse occorre rivedere certe convinzioni. Forse il cittadino, l'uomo della strada, è troppo simile al politico che lo rappresenta per avere la voglia di sostituirlo?
Forse è lo stesso cittadino, l'uomo comune, l'uomo della strada, come lo chiama Bobbio, che essendo troppo legato al proprio interesse si dimentica sempre più spesso di guardare al "bene di tutti" prima che al suo bene personale?

In antichità esistevano diverse forme di governo, alcune giudicate buone, altre cattive, la democrazia era tra le cattive perchè considerata come "il governo di molti a favore dei poveri", mentre ogni forma di governo buona è una forma di governo che mira all'interesse comune. Aristotele sosteneva ciò nella "Politica" e credo avesse ragione...

L'ultima domanda: la nostra democrazia ha come scopo ultimo l'interesse comune? E se la risposta fosse no, allora, siamo sicuri che la nostra forma di governo sia ancora la migliore?

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

domenica 29 luglio 2012

Potere invisibile e democrazia

Cosa direbbe Norberto Bobbio della situazione attuale dell’Italia?
Parlo della situazione politica ed economica, naturalmente.

Si chiederebbe, forse, da dove partire per cercare di dare un senso a ciò che sta accadendo.

Che strada segue la politica in questi tempi di crisi?

Che fine hanno fatto i politici di un tempo, quelli della cosiddetta prima Repubblica?

Quali poteri forti si muovono all’ombra di uno stato debole e ormai troppo lontano dagli italiani?

Non ho una risposta!

Non possiamo dare noi le risposte che ci avrebbe potuto dare un così grande pensatore di nome Norberto Bobbio, ma possiamo provare a sondare le sue opere, i suoi scritti, i suoi insegnamenti, alla ricerca di un lume in grado di dissipare il buio di questi tempi…

Il 23 novembre 1980 Norberto Bobbio pubblicò un articolo sulla Stampa nel quale spiegava cosa fosse la democrazia, intesa come “il governo del potere visibile, cioè del governo i cui atti si svolgono in pubblico, sotto il controllo della pubblica opinione”. A trentadue anni di distanza mi chiedo se una tale definizione possa ritenersi ancora valida per la democrazia italiana ovvero, secondo tale definizione di democrazia l’Italia è ancora una democrazia?

E ancora, occorre chiedersi se in Italia esista oggigiorno una “pubblica opinione”, o è scomparsa anch’essa?!

A questo punto qualcuno potrebbe chiedere: a cosa ci stiamo riferendo di preciso? A quale problema, tra i tanti che assillano l’Italia, dobbiamo dirigere il famoso lume, qualora ne possedessimo uno, dove dobbiamo dirigere la nostra attenzione? Noi, “pubblica opinione”, non capiamo…

Ebbene, proprio questo è il punto, il problema, il nodo da sciogliere. L’impossibilità di capire!

Non si capisce chi abbia ragione e chi torto. Non si capisce come si sia finiti nella palude economica della recessione. Non si capisce quale tra i politici sia onesto e chi invece disonesto. Non si capisce dove voglia traghettarci il governo Monti come non si capiva quale fosse la politica del governo Berlusconi. Non si capisce cosa stia facendo l’Unione Europea…

Non capire è diventata la regola piuttosto che l’eccezione!

Norberto Bobbio, nello stesso articolo precedentemente citato scrisse: “Non si capisce nulla del nostro sistema di potere se non si è disposti ad ammettere che al di sotto del governo visibile c’è un governo che agisce nella penombra (il cosiddetto sottogoverno) e ancora più in fondo un governo che agisce nella più assoluta oscurità, e che possiamo permetterci di chiamare <<criptogoverno>>.”

Governo, sottogoverno e criptogoverno, e se fosse realmente questo il problema? E’ forse necessario, per cercare di capire cosa sta accadendo in Italia (e forse nel mondo intero), ricorrere a questi concetti e a ciò che lasciano appena intravvedere? E’ forse necessario cercare il potere invisibile che si muove all’ombra del governo visibile?

Un’ultima domanda: se in uno stato democratico per cercare di capire cosa accade occorre introdurre i concetti di sottogoverno e criptogoverno, siamo sicuri di essere ancora in uno stato democratico?

Alessandro Giovanni Paolo Rugolo

sabato 12 luglio 2008

Aristotele: etica Nicomachea

Solo il titolo spaventa... mi dicono degli amici quando faccio loro vedere il libro appena comprato!
Un bel libro pagato 2 euro e mezzo da Melbook, in via Nazionale a Roma!
Eppure, dico loro, perché spaventarsi prima di averlo letto?
Secondo me il problema fondamentale è che chi ha frequentato il liceo da ragazzo, ha dovuto affrontare lo studio dei classici latini e greci contro la sua volontà... e certo il professore non è riuscito a trascinarli nella scoperta dei testi del nostro passato! Io questo problema non l'ho dovuto affrontare avendo studiato ai geometri...
Ho sempre letto tanto e di tutto... dai fumetti ai romanzi per passare ai testi di fisica e scienze in genere fino ai libri di storia e ai testi sacri delle religioni del mondo... Da alcuni anni ho smesso di leggere romanzi... o almeno lo faccio sempre più raramente, per dedicare tutto il tempo disponibile allo studio dei testi classici e antichi... e non ci trovo niente di pesante... anche perché lo faccio per curiosità, non certo per dare l'ennesimo esame della mia vita! Lo faccio per ricercare ciò che ad oggi non ho ancora trovato... è un percorso di ricerca interiore, diciamo...
Etica Nicomachea... che significa il titolo? Prima domanda da soddisfare... così sfoglio le prime pagine del testo, in metropolitana, mentre torno a casa... e scopro che esistono tre versioni dell'etica di Aristotele. La Grande Etica, l'Etica Eudemia (cioè divulgata da Eudemo di Rodi, discepolo di Aristotele) e l'Etica Nicomachea (cioè divulgata da Nicomaco, figlio di Aristotele)... della Grande Etica pare che non si sappia granché e non tutti concordano sulla sua autenticità! Abbiamo dunque risposto alla prima domanda cioè al significato del titolo... ma siamo sicuri?
E si vi chiedessi cosa significa "Etica"? Probabilmente in tanti lo sanno... altri credono di saperlo ma poi posti di fronte alla domanda secca cercano di articolare una risposta improbabile oppure si precipitano su wikipedia per trovarne la definizione...
"L'etica (il termine deriva dal greco "ethos", ossia "condotta", "carattere", “consuetudine”) è quella branca della filosofia che studia i fondamenti oggettivi e razionali che permettono di distinguere i comportamenti umani in buoni, giusti, o moralmente leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti cattivi o moralmente inappropriati. Si può anche definire l'etica come la ricerca di uno o più criteri che consentano all'individuo di gestire adeguatamente la propria libertà; essa è inoltre una considerazione razionale, dei limiti entro cui la libertà umana si può estendere. Spesso viene anche detta filosofia morale. In altre parole, essa ha come oggetto i valori morali che determinano il comportamento dell'uomo."
Dunque, ora sappiamo cosa è l'etica... ora possiamo dire di aver risposto ala prima domanda... o forse manca ancora qualcosa?
Riflettendo mi rendo conto che sto commettendo un errore... per farvi capire quale sia l'errore vi devo raccontare cosa mi è accaduto.
Mentre leggevo un passo delle Metamorfosi di Ovidio ho trovato una frase in cui si parlava di "sbarre d'acciaio"... incuriosito dall'uso di un termine moderno, armato delle mie scarsissime conoscenze di latino ho affrontato il testo latino in contropagina... il termine tradotto con "acciaio" era "adamante"... Adamante significa "non domo" o "indomabile" usato come durissimo o resistentissimo! Nella traduzione diventa "acciaio"! Ecco dunque cosa manca, la contestualizzazione. Devo cercare di capire, prima di andare avanti nella lettura, penso, cosa Aristotele intendesse per "etica" per evitare di fare riferimento alla definizione dei giorni nostri...
Ma per fortuna la ricerca è abbastanza semplice e cosa Aristotele intende per etica è lo stesso Aristotele che ce lo dice nel primo capitolo.
"Ogni arte e ogni ricerca scientifica e similmente ogni azione e ogni proponimento pare che abbiano come scopo un bene. Perciò il bene fu giustamente definito come ciò a cui tutto mira [cioè il fine!]. [..] Il conoscerlo ha, quindi, grande importanza per la vita; e invero, conoscendolo, non riusciremo meglio in ciò che dobbiamo fare, come gli arcieri che hanno una mira sicura? Se così è, si deve cercare di comprendere sommariamente che cosa esso sia e di quale scienza o facoltà sia oggetto: senza dubbio della scienza principale e più fondamentale di tutte: e tale è evidentemente la politica. Essa dispone infatti quali scienze debbano esservi nello stato e quali ciascuno debba imparare e fino a che punto; e vediamo che anche le facoltà tenute in maggior conto, come l'arte militare, l'economica, la retorica, sono subordinate ad essa. Poiché essa si serve delle altre scienze pratiche e inoltre stabilisce per legge cosa bisogna fare e da quali cose astenersi, il suo fine comprenderà in se quelli delle altre scienze e sarà per conseguenza il bene umano. Invero, pur essendo lo stesso il bene per il singolo e per lo Stato, è cosa più grande e più perfetta conseguire e conservare il bene dello Stato"
Dunque, andando avanti nella lettura è possibile capire che per Aristotele l'etica è la scienza che studia il bene, etica e politica hanno lo stesso fine ma l'etica studia il bene in relazione all'individuo mentre la politica studia il bene in relazione allo Stato.
Ecco, abbiamo chiarito alcuni dei concetti fondamentali su cui Aristotele disquisisce nel suo Etica Nicomachea"... cosa c'è dunque di difficile?
Niente, mi pare... l'unico problema è che chi vuole studiare l'etica deve avere molta esperienza della vita per comprenderne i principi e per questo che risulta poco adatta ai giovani... e questo vale ancor di più per la Politica!
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

domenica 4 maggio 2008

Le lingue e il mondo...

Dio confuse loro le lingue...
e quando si viaggia ci si accorge che è proprio così!
In portoghese con il termine "piripiri" si intende il nostrano peperoncino, in sardo "pibireddu"...
Il tavolo da cucina si chiama invece "mesa" ed in sardo... "mesa"!
La lingua è una caratteristica distintiva fortissima, tanto che noi siamo portati ad individuare la provenienza delle persone sulla base della lingua e dell'accento più che delle sembianze.
La lingua è una componente importantissima della società, magari trascurata o sottovalutata, ma comunque sempre rilevante. Ce ne rendiamo conto purtroppo solitamente troppo tardi! La lingua ci permette di esprimerci e di farci capire, ci consente di fare spese e di viaggiare, ci consente di commerciare, studiare, vivere nel migliore dei modi possibile!
La lingua è un potente strumento di politica estera, è uno strumento usato da tutti i popoli nella colonizzazione di nuove terre. Gli imperi si basavano su una lingua unica che diventava la lingua di corte o ufficiale. Le classi più importanti conoscevano la lingua ufficiale utilizzata internazionalmente e la conoscenza della lingua internazionale permetteva di entrare a far parte di una cerchia ristretta di persone.
Se è vero che la lingua è così importante, appare chiaro che uno stato che coltivi delle ambizioni di un certo livello deve investire sulla sua lingua, sulla sua lingua...
E importante conoscere la lingua internazionalmente riconosciuta ma è altrettanto importante investire sulla propria lingua. Nel mondo odierno chi non conosce l'inglese?
Ma in quello che verrà fra dieci, venti, cinquant'anni... quale lingua dovrà essere conosciuta e studiata? Potrebbe essere la nostra, l'Italiano?
Queste sono domande strategiche, diciamo così, di politica estera! Queste sono domande che richiedono risposte, qualcuno dovrebbe tentare di darle! Io non sono un politico ma mi piace giocare a farlo, tanto non posso fare danni...
Tanto per cominciare, vediamo quali vantaggi si hanno dall'appartenere alla società detentrice della lingua internazionalmente riconosciuta come dominante.
I madre lingua-dominanti godono di una serie di vantaggi non indifferenti, in primo luogo non devono perdere tempo (né come singoli né come società) a tradurre nella loro lingua ciò di nuovo ed interessante che viene prodotto nel mondo, non perdono tempo dunque negli studi linguistici, sarà infatti chi è interessato a dare massima diffusione ad un concetto a preoccuparsi della traduzione, sostenendone anche le spese. Non rischiano di non capire i concetti di traduzioni fatte male. Non possono essere messi in soggezione di fronte ad un pubblico internazionale perché utilizzano la loro lingua. In definitiva godono di vantaggi in tutti i campi, da quello economico a quello scientifico, oltre che politico.
Nel passato lingue dominanti sono state il francese, lo spagnolo, l'arabo, il latino, il greco, l'accadico e sicuramente anche altre a me sconosciute. Oggi pare che sia l'inglese, ma domani? In cosa occorre investire per il futuro? Se io contassi qualcosa mi muoverei su due fronti, in primis, preso atto della scarsa importanza della lingua italiana nel mondo, cercherei di sviluppare una strategia che nel lungo termine faccia si che l'italiano diventi lingua dominante e investirei nelle lingue che a medio termine potrebbero essere quelle dominanti. In particolare, io investire sulla lingua inglese e sul cinese. La lingua inglese è ancora universalmente riconosciuta come necessaria, il cinese è universalmente la più parlata al mondo e chi conosce il cinese possiede le chiavi della comprensione di una civiltà millenaria che oggi conta circa un miliardo e trecento milioni di anime e che si sviluppa ad un tasso di crescita nettamente superiore a noi europei!
Ma come ho detto, queste sono solo fantasie di chi non ha alcuna possibilità di incidere sulla politica estera di un paese... ve la immaginate una Italia in cui, a scuola, si insegna l'inglese e il cinese?
Non so, mi viene difficile pensare ad una simile eventualità... io investirei molto per far si che la lingua italiana sia studiata nel resto del mondo...
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

venerdì 29 febbraio 2008

In merito al programma politico...

Questa sera ho ricevuto una mail da un amico che ha voluto contribuire alla discussione sulla politica...

"In merito al programma politico, abolirei la politica non i programmi. Oramai fare politica sa di sporco e di poco concludente. Chi fa politica sembra che non sappia dove e cosa sia la realtà. Ti ricordi dei politici che non conoscevano il prezzo del pane o del latte? Prova a chiederlo a tua moglie e vedi come ti risponde!!!
Se politica significa distaccarsi dalla realtà e vivere in un mondo proprio al di fuori delle difficoltà che viviamo tutti i giorni, è meglio non fare politica. I politici decidono delle guerre, ma non sanno cosa sia la guerra. I politici decidono degli stipendi della povera gente, ma non sanno cosa significa lavorare per un mese e non arrivare a fine mese a pagare il mutuo o le rate della macchina o l'affitto di casa. I politici non sanno cosa significa essere trasferiti e non trovare la scuola per i propri figli. I politici non sanno cosa significa dire di no ad un figlio che vuole un nuovo giocattolo perché non si hanno i soldi per comprarlo.
Beh se essere un politico significa questo, sono contento di essere un normale cittadino e spero di non diventare mai un politico."
Grazie Danilo...
e chissà, forse hai ragione, ma perché non provare a cambiare le cose? Ormai ci conosciamo da un po... e credo che tu mi conosca abbastanza bene da sapere come la penso a proposito del cambiare le cose... il mondo è anche nostro e se così com'è non ci piace ma non facciamo niente per cambiarlo, allora è anche colpa nostra...
Io voglio provare a cambiare le cose... mi dai una mano anche tu?
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO