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lunedì 13 gennaio 2014

Sulla magia della pioggia in Sicilia, da "Il ramo d'oro" di Frazer


Cari amici, qualche giorno fa ho pubblicato un articolo su Frazer e la sua opera, Il ramo d'oro. Nel mentre, proseguendo la lettura ho trovato alcune cose interessanti e tra queste una in particolare mi ha fatto ricordare mio bisnonno che non ho mai conosciuto ma di cui so che lo si sarebbe potuto definire un mago della pioggia.
Mio bisnonno abitava a Nicosia, in Sicilia, e il pezzo di Frazer parla proprio di un fatto avvenuto in Sicilia alla fine dell'ottocento... alla fine di aprile del 1893 per essere precisi. In quel tempo la Sicilia soffriva di una terribile siccità
 
          "La siccità durava ormai da sei mesi. Ogni giorno, il sole sorgeva in un cielo azzurro senza una nuvola. Gli aranceti della conca d'oro che circonda Palermo con una stupenda cintura verde, avvizzivano. Cominciava a scarseggiare il cibo. La popolazione era in allarme. Tutti i sistemi più accreditati per provocare la pioggia non avevano avuto alcun esito."
 
In quel tempo mio bisnonno doveva essere appena nato, forse il padre o il nonno invece soffrirono anch'essi la siccità. Forse qualcuno di famiglia era impegnato nel cercare di ottenere la pioggia...
 
          "Lunghe processioni si erano snodate per strade e campi. Uomini, donne e bambini, avevano trascorso notti intere in ginocchio, a recitare il rosario davanti alle immagini sacre; giorno e notte le candele consacrate avevano brillato nelle chiese. Agli alberi erano stati appesi rami di palma benedetti nella domenica delle Palme. A Salaparuta, secondo un antichissimo costume, la polvere spazzata dalle chiese  nella domenica delle Palme era stata sparsa sui campi. In anni normali, quella santa spazzatura protegge i raccolti ma quell'anno, ci credereste?, non fece il minimo effetto."
 
La gente moriva di fame, erano tempi bui e non mi risulta difficile credere che solo la fede, in Dio, nei santi, nella magia, poteva dare speranza alla povera gente... spesso è ancora così, anche dopo cento trenta anni.
 
          "A Nicosia, gli abitanti, scalzi e a capo scoperto, portarono crocefissi per tutti i rioni della città, flagellandosi con fruste di ferro. Niente da fare. Perfino lo stesso grande S. Francesco di Paola, che compie ogni anno il miracolo della pioggia e, in primavera, viene portato in processione negli orti, non poté, o non volle, dare il suo aiuto. Messe, Vespri, concerti, luminarie, fuochi d'artificio - niente riusciva a commuoverlo."
 
Immagino i contadini, gli artigiani, i commercianti, in fila dietro il prete lungo le strade di Nicosia e delle altre città della Sicilia, intonare canti e inni sacri chiedendo il perdono di peccati reali e immaginari, allo scopo di riavere l'acqua. Immagino bimbi smagriti dalla fame e dalla sete.
Tutte cose ormai lontane dal nostro mondo...
 
             "Alla fine i contadini persero la pazienza. Quasi tutti i santi furono messi al bando. A Palermo scaraventarono S. Giuseppe in un orto perché vedesse con i suoi occhi come stavano le cose, e giurarono di lasciarlo li, sotto il sole, fino a quando non fosse caduta la pioggia. Altri santi furono girati faccia al muro, come bambini cattivi. Altri ancora, spogliati dei loro ricchi paramenti, furono esiliati lontano dalla loro parrocchia, minacciati, insultati pesantemente, tuffati negli abbeveratoi. A Caltanissetta, all'Arcangelo S. Michele vennero strappate dalle spalle le ali d'oro e sostituite con ali di cartone; gli fu tolto il mantello rosso, e venne avvolto invece con un cencio. A Licata, S.Angelo, il santo patrono, se la passò anche peggio perché fu lasciato senza vesti del tutto; ingiuriato, incatenato, e minacciato di finire affogato o appeso a una forca. <<O la pioggia o la corda!>>, gli urlava contro la gente furibonda, agitandogli i pugni in faccia."
 
Ecco cosa accadde secondo Frazer.
 
Io però preferisco immaginare il mio bis-bisnonno che, affacciato alla finestra, alza le mani al cielo e chiede la pioggia, come un mago avrebbe fatto.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO 

domenica 12 gennaio 2014

L'editoriale di agosto di Graffiti on-line: Immigrazione Falso Problema...

Frugando in rete tra i siti amici, ho letto con interesse l'editoriale del mese di agosto 2013 dell'Avvocato Sarcià, sul suo giornale on-line Graffiti.
Argomenti trattati? Tanti, immigrazione, invasione islamica, il lavoro che manca in Italia ed Europa... sempre con graffiante ironia, l'unica arma che ci permette di sopravvivere di fronte alle mancanze della politica! 
L'articolo è scritto molto bene e rappresenta, purtroppo, fin troppo fedelmente la nostra realtà italiana. Noi italiani siamo capaci di chiudere gli occhi fino alla fine... e l'Europa non ci aiuta di sicuro. L'emigrazione è un problema europeo ma prima di tutto italiano.
Sono infatti convinto che l'Italia, in qualità di "prima spiaggia" dovrebbe fare qualcosa di più serio ed incisivo che non "accogliere" questi poveracci in centri di accoglienza che di accogliente non hanno niente.
Non ha senso che si tengano per mesi delle persone rinchiuse, in attesa che un giudice si degni di ascoltarli, non ha senso illudere persone che non hanno niente, visto che l'Italia non è più in grado di dare niente!
Se occorrono più giudici per affrontare questa emergenza (che tale nonè in quanto è ormai la norma!) che si assumano!
Se occorrono più poliziotti, che si assumano... oppure che i Carabinieri in servizio di fronte alle case dei politici o a fare le belle statuine nei luoghi di potere facciano invece servizio pubblico (e sia chiaro, lo fanno bene, il loro lavoro, quando qualcuno glielo consente)!
Eppure, nonostante le urla di dolore di tanti, credo proprio che gli italiani non cambieranno mai, la politica non cambierà mai, sempre attenta a rifocillare ignoranti e nullafacenti in cambio di un maledettissimo voto.
Così l'Italia continuerà ad essere la barzelletta dell'Europa...
Ma lasciamo perdere le mie opinioni, vi invito a leggere voi stessi l'editoriale di agosto: Immigrazione FALSO PROBLEMA e fate pure le vostre considerazioni.
 
 
Alessandro Giovanni Paolo Rugolo

sabato 11 gennaio 2014

Il ramo d'oro, di James George Frazer

Studio sulla magia e la religione...
 
James George Frazer (1854-1941), è stato un antropologo e studioso scozzese.
La sua opera principale, in 13 volumi, dal titolo originale "The Golden Bough" ovvero "Il ramo d'oro" è una grande raccolta di credenze e tradizioni popolari sulla magia e la religione dei popoli del mondo, pubblicata tra il 1911 e il 1936.
Io ho letto la versione ridotta ad un unico volume, pubblicata da Newton Compton nel 2009 (terza edizione), ma la prima edizione ridotta è del 1925.
Il libro è veramente interessante e merita di essere letto con attenzione e approfondito per diversi motivi che cercherò di esporre nelle poche righe che seguono.
In primo luogo, ogni studioso di tradizioni popolari non può fare a meno di conoscere questo antropologo e la sua opera, questa infatti è scritta con chiarezza e evidenzia similitudini e differenze tra credenze di popoli spesso lontanissimi tra loro.
Gli argomenti principali sono la religione e la magia come fattori alla base delle credenze dei popoli.
In secondo luogo, il libro parla anche dell'Italia, in particolare di Nemi, nel Lazio, Frazer infatti cerca di capire l'origine dei riti legati al bosco di Diana e al "re del bosco".
Il re del bosco non era altro che il sacerdote di Diana, la cui carica veniva tramandata in modo particolarmente cruento. Il pretendente doveva tagliare un ramo di un particolare albero sacro presente nel bosco e poi uccidere il sacerdote in carica. In questo modo ne avrebbe potuto prendere il posto sino a che qualcun altro non avrebbe avuto la forza di tentare la sorte.
Frazer avanza l'ipotesi che l'usanza di mettere a morte i sovrani sia cosa abbastanza comune in antichità e che abbia dato vita a questa terribile usanza della successione del sacerdote di Diana. Dice infatti: "riguardo al problema cruciale della consuetudine di mettere a morte i sovrani allo scadere di un determinato lasso di tempo oppure ogniqualvolta la loro forza o la loro salute dessero segni di declino, sono nel frattempo aumentate le prove che confermano come questa usanza fosse largamente diffusa."
Ma vediamo in cosa consiste questo sacerdozio e cerchiamo di conoscere meglio Diana e il suo mito.

          "Si narra che il culto di Diana a Nemi fosse stato istituito da Oreste il quale, dopo aver ucciso Toante, re del Chersoneso Taurico (la Crimea), si rifugiò in Italia con sua sorella, portando con sé il simulacro della Diana Taurica nascosta in una fascina di legna."

Oreste non portò però con sé il rituale attribuito alla Diana Taurica, noto a chiunque legga i classici.

          "si dice che ogni straniero che approdasse a quelle sponde venisse immolato sull'altare della dea. Ma trasportato in Italia quel rito assunse una forma meno sanguinaria. All'interno del santuario di Nemi cresceva un albero di cui era proibito spezzare i rami. Solo a uno schiavo fuggitivo era concesso di cogliere una delle sue fronde. Se riusciva nell'impresa acquistava il diritto di battersi con il sacerdote e, se lo uccideva, di regnare in sua vece col titolo di re del bosco (Rex Nemorensis)."

Ecco dunque che un rito cruento di massa, tutti gli stranieri che approdavano venivano sacrificati, si trasforma in un simbolo, uno scontro tra due per onorare la dea sanguinaria.

          "Stando a quanto dicevano gli antichi, la fronda era quel ramo d'oro che, per ordine della sibilla, Enea colse prima di affrontare il periglioso viaggio nel mondo dei morti."

Lo schiavo fuggitivo rappresentava la fuga di Oreste dal Chersoneso, il combattimento con il sacerdote rappresentava i sacrifici alla dea.
Sembra che questo cruento modo di succedere nel sacerdozio fosse ancora il vigore in età imperiale.
Diana era venerata essenzialmente come cacciatrice e come divinità che  concedeva la prole e un facile parto. Il fuoco era uno degli elementi preponderanti del rito. Ma vediamo in cosa consisteva il rito:

          "durante la festa annuale che si celebrava il 13 agosto, nel periodo più caldo dell'anno il boschetto era illuminato da una miriade di torce il cui bagliore si rifletteva nelle acque del lago; e in tutto il territorio italico ogni famiglia celebrava quel sacro rito. Statuette bronzee ritrovate nel recinto, raffigurano la dea che regge una torcia nella mano destra alzata; e le donne le cui preghiere erano state esaudite, si recavano inghirlandate e con una torcia accesa al santuario per sciogliere il voto [..] durante la festa annuale della dea i cani da caccia venivano inghirlandati e non si molestavano gli animali selvatici [..] i giovani celebravano una cerimonia purificatrice, si recava il vino e il banchetto consisteva in carne di capretto, dolciumi bollenti serviti su foglie di vite e mele ancora attaccate in grappoli al loro ramo."

Il santuario di Diana dava spazio anche ad altre due divinità minori, la prima, Egeria, "la ninfa della limpida acqua", le cui acque si gettavano nel lago di Nemi in località Le mole. Anch'essa aiutava le donne nel parto.

          "Narra la tradizione che la ninfa era stata la sposa, o l'amante, del saggio re Numa e che egli si congiungesse a lei nel segreto del bosco sacro [..] I ruderi di terme scoperti all'interno del recinto sacro e le numerose terracotte riproducenti varie parti del corpo umano suggeriscono che l'acqua Egeria servisse a guarire gli infermi",

che ringraziavano la divinità lasciando nel tempio un oggetto in terracotta della forma delle membra un tempo malate e poi guarite.
La seconda divinità minore si chiamava Virbio. Vediamo chi era:

          "Narra la leggenda che Virbio era Ippolito, il giovane eroe greco, casto e bello, il quale aveva appreso l'arte venatoria dal centauro Chirone e trascorreva la vita nei boschi a caccia di belve, avendo come unica compagna la vergine cacciatrice Artemide (la Diana greca)."

Il mito racconta che Ippolito disdegnava tutte le donne, adorava solo Artemide, la sua compagna. Per questo motivo incorse nelle ire di Afrodite che indispettita fece in modo che Fedra, la matrigna di Ippolito, si innamorasse di lui e quando fu respinta, lo accusasse ingiustamente di fronte al padre Teseo. Teseo chiese a suo padre Poseidone di punire Ippolito. Poseidone gli mandò contro un toro feroce nato dalle acque mentre Ippolito si trovava sul suo carro. I cavalli imbizzarriti lo trascinarono nella loro corsa e Ippolito morì. Artemide non si arrese e chiese ad Esculapio di riportarlo in vita grazie alle sue doti di guaritore. Giove, infuriato per l'atto compiuto da Esculapio, confina il medico nell'Ade. Artemide/Diana riesce a nascondere Ippolito dall'ira degli dei facendo scendere la nebbia e mascherandolo da vecchio e poi lo porta nella valle di Nemi, nel lontano Lazio, affinché vi vivesse nascosto con il nome di Virbio.

          "Non vi è dubbio che il S. Ippolito del calendario romano, trascinato a morte dai cavalli il 13 agosto, giorno dedicato a Diana, altri non sia che l'eroe greco suo omonimo che, morto due volte come pagano, fu felicemente resuscitato come santo cristiano"

E con quest'ultima considerazione di Frazer, vi lascio per oggi...

Alessandro Giovanni Paolo Rugolo 

lunedì 6 gennaio 2014

Curiosità sui Caldei, dalla Collana degli antichi storici greci volgarizzati

Cari amici e amanti delle antichità, oggi ho ripreso alla mano il libro di Diodoro Siculo, Biblioteca Storica. La versione che possiedo comprende solo i primi tre libri per cui mi sono messo su internet e mi sono fatto aiutare da Google books per cercare i libri successivi.
Ho trovato una versione del 1820, tradotta dal Cavalier Compagnoni, e ho subito dato uno sguardo all'indice alla ricerca del libro IV.
Ho così scoperto molto presto che il volume comprendeva solo i primi due libri e stavo per abbandonare il libro per proseguire la ricerca quando mi sono reso conto che verso la fine si trovavano alcune aggiunte, dei chiarimenti e approfondimenti dell'autore della traduzione. Si trattava di un testo sulla cultura indiana in cui si parla dell'antichità dell'India, dei Bracmani e dei Bramini loro successori e di un altro testo col quale ho avuto già a cha fare qualche tempo fa, quella volta in lingua inglese, questa in italiano, sulle antichità caldaiche secondo Beroso, il titolo preciso è: "Memorie storiche e cronologiche intorno alle cose Caldaiche, Assirie, e Babilonesi secondo Beroso e gli scrittori più antichi che d'esse parlarono conforme trovansi compilate da Eusebio".
Questo argomento mi è sempre interessato e nonostante avessi già letto e scritto qualcosa (vedi Berosso: frammenti di storia caldea...) per curiosità ho dato uno sguardo e così mi sono reso conto che in questa versione vi si possono trovare delle informazioni che non conoscevo sul Diluvio Universale. Sperando che l'argomento interessi voi come me, eccovi alcuni pezzi, estratti sulla base dei miei interessi.
Dopo aver parlato di un essere mostruoso chiamato Oanne, in parte pesce e in parte uomo, portatore di insegnamenti divini, di cui ho già parlato nel precedente articolo, l'autore prosegue parlando di un tal Aloro, che pare sia stato il primo re dei Caldei...
"Sta dunque che dieci sole età si computassero da Aloro (vedi anche: sui re Caldei) che dicesi il primo loro re, fino a Sisutro (scritto anche Xisuthrus) sotto il quale dicono essere accaduto il gran diluvio. Anche ne' libri ebraici da Mosè pongonsi prima del diluvio dieci età: cioè anche dagli ebrei si notano in particolare altrettante successioni d'uomini, dal primo, che essi pongono, fino al diluvio. Ma la storia degli ebrei comprende gli anni delle dieci età entro il numero di quasi duemila anni; e gli Assirj, mentre descrivono minutamente, e successivamente le età, d'esse tengono il numero simile a quello, che ha tenuto Mosè; ma variano nei tempi, perché dicono che dieci età comprendono centoventi sari; e che da questi vengonsi a formare quarantatrè miriadi, e duemila anni"
In questo passo, come si può vedere, si paragona la durata delle età caldaiche alla durata delle età degli ebrei, indicate nei testi sacri. Un sari era un periodo di tempo di tremila seicento anni, anche se la cosa non è sicura, c'è infatti che pensa che si tratti di una cattiva interpretazione dei traduttori e che invece un sari corrisponda ad un anno.
"Finalmente dalle predette cose ci verrà fatto di vedere, che Sisutro è quel medesimo che gli Ebrei chiamano Noè, al cui tempo venne il gran diluvio, del quale anche la storia del Polistore parla. E così egli si esprime (Cap. III). Morto Otiarte, Sisutro regnò per diciotto sari, e sotto di lui venne il gran diluvio. - In tal modo poi continua. Dice che a lui apparve Saturno in sogno, e gli predisse che il giorno quindicesimo del mese desio gli uomini perirebbero per inondazione. che perciò ordinò che i libri tutti, cioè gli antichi, quelli de' tempi di mezzo, e quelli degli ultimi, sotterrasse in Sipari, città del Sole" (vedi anche: Berosso da Abideno...).
Interessante il riferimento al seppellire i libri antichi a Sipari, città del sole, chissà se di questa città è rimasta traccia...
La storia continua come quella di Noè, Sisutro costruì l'arca, vi fece salire sopra i parenti e gli animali, attese che cessasse il diluvio e mandò fuori gli uccelli...
L'arca si arenò in cima ad una montagna presso gli Armeni, uomini e animali ripresero a vivere rispettando gli dei. Una spedizione partì alla ricerca dei libri seppelliti a Sipari, città nei pressi di Babilonia, per restituirli agli uomini. I libri furono ritrovati...
Più avanti, si parla anche della costruzione della torre di babele, ma vediamo cosa scrive l'autore:
"Della fabbrica inoltre della torre parla il Polistore quasi alla lettera, come se ne parla nei libri di Mosè, ed ecco le parole sue. - Dice la Sibilla che tutti gli uomini parlanti una medesima lingua costrussero quell'altissima torre, onde salire in cielo: che Dio fortissimo soffiando un vento la rovesciò, e che li fece parlare differentemente l'un l'altro; e perciò la città essersi chiamata Babilonia. Poi dopo il diluvio essere vivuti Titano e Prometeo; e che Titano fece guerra a Saturno."
Sul significato di Babilonia l'autore aveva parlato in precedenza in una nota in cui dice che Babilonia non vuo dire altro che città di Dio o del padre di Dio, in quanto Belo significava Dio. Aggiunge alcune considerazioni sul fatto che i popoli antichi usavano consacrare le capitali dei loro regni. Nella nota parla anche di una città detta Genezareth in cui pare che si trovasse una splendida biblioteca.
Della guerra tra Titano e Saturno e della costruzione della torre di babele, l'autore riporta alcuni versi dei libri sibillini, che mi sono piaciuti e quindi anche io riporto:
"Contro l'ira del Nume, ove sia mai
che a danno de' mortali ancor s'accenda,
Ne' campi assirj immensa torre al cielo,
onde alle stelle ardenti adito farsi,
fabbricar essi; e non parlavan anco
lingue diverse. Ma l'Eterno, a' spirti
suoi ministri...
come da' venti il turbin vorticoso
a terra rovesciò l'ampio edifizio,
e ruppe de' concordi animi il voto,
a te per tanto fatto, o Babilonia,
venne nome famoso. Fu Saturno
allora, e fu Titano, e fu Japeto;
poichè messa discordia entro que' petti
le diverse si udian strane favelle"

E con queste parole per oggi concludo! A presto.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

sabato 4 gennaio 2014

Sulle biblioteche di Alessandria d'Egitto e di Menfi, dalla Bibliografia di Michele Denis

Precedenti:
 
 
Vediamo ancora qualche informazione sulle biblioteche più antiche. Questa volta le notizie sono tratte dal testo: "Bibliografia, di Michele Denis", pubblicato a Milano nel 1846.
Nel libro si parla della storia della scrittura, a partire dal mitico Adamo. A me interessa raccogliere qualche informazione sulle più antiche biblioteche e anche in questo caso ho trovato qualcosa di interessante sia sulla biblioteca di Alessandria che su quella più antica di Menfi, ma giudicate da voi:
 
          "La teologia o teurgia, l'astrologia e la fisica erano i principali argomenti dei più antichi lavori scientifici dell'Oriente. Senza dubbio si cominciò per tempo a raccoglierli, come Eusebio attesta specialmente in quanto ai Fenicj. In Diodoro trovasi come primo raccoglitore di essi Osimandua re d'Egitto, che molto acconciamente pose in fronte alla sua biblioteca l'epigrafe: Medicina dell'anima. Che poi da principio i libri si custodissero per lo più ne' tempj sotto l'ispezione de' sacerdoti, risulta anche dall'accusa fatta da Naucrate ad Omero d'aver involato l'Iliade e l'Odissea dal tempio Vulcano in Menfi, dove l'autrice loro, certa Fantasia, avevale deposte."
 
Che dire, ecco saltar fuori ancora una volta la biblioteca di Menfi e addirittura una accusa di furto o plagio dell'Iliade e dell'Odissea!
Quanto la cosa possa essere credibile non so, anche in considerazione del nome dell'autrice, Fantasia, ma la storia è sicuramente interessante.
Subito dopo l'autore comincia a parlare della biblioteca d'Alessandria, della sua nascita sotto Tolomeo Filadelfo e sulla ricchezza delle opere custodite, anche in questo caso trovo delle informazioni interessanti:
 
          "A meglio arricchirla poi venne intrapresa la traduzione della Bibbia in lingua greca per opera di 72 interpreti colà inviati dal sommo sacerdote Eleazaro dietro consiglio di Demetrio Falereo, allora esule da Atene, e bibliotecario di Tolomeo."
 
Secondo l'autore dunque, fin dalla nascita della biblioteca di Alessandria, vi sarebbe stata custodita anche la traduzione della Bibbia in lingua greca.
Secondo questo testo, il primo bibliotecario è proprio Demetrio Falereo, il consigliere del re Tolomeo, poi gli succedettero Zenodo da Efeso, Eratostene da Cirene, Apollonio d'Alessandria, ed Aristosseno: uomini meno celebri..."
La biblioteca doveva essere enorme, per contenere tante opere:
 
          "Cedreno dice che le sole traduzioni dal caldaico, dall'egiziano e dal latino ammontavano in essa a 100.000 volumi; Seneca fa ascendere il numero dei codici a 400.000; e A. Gellio a quasi 700.000: ma tutto andò in cenere quando Cesare entrò vittorioso in Alessandria; benché egli stesso e Irzio osservino su ciò il più perfetto silenzio."
 
Le altre notizie, tra cui anche le notizie sulle successive donazioni e distruzioni e concorrenza della biblioteca di Pergamo sono le stesse che ho già riportato nei precedenti articoli.
L'autore però nomina altre famose biblioteche, quella della città di Susa in Persia, quella di Cartagine.
 
Per tutti coloro che come me amano i libri, le biblioteche antiche sono un argomento affascinante...
credo proprio che l'argomento meriti di essere approfondito!
 
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

venerdì 3 gennaio 2014

L'isola del tonal, di Carlos Castaneda

L'isola del tonal è uno dei dodici libri di Carlos Castaneda.
Qualche tempo fa' ho letto e recensito un altro dei suoi libri, Il potere del silenzio.
Le sue opere sono state scritte in quest'ordine e descrivono la strada percorsa dall'autore per diventare stregone yaqui:

1. Gli insegnamenti di don Juan: una via yaqui alla conoscenza (pubblicato in Italia anche col titolo "A scuola dallo stregone");
2. Una realtà separata;
3. Viaggio a Ixtlan;
4. L'isola del tonal;
5. Il secondo anello del potere;
6. Il dono dell'aquila;
7. Il fuoco dal profondo;
8. Il potere del silenzio;
9. L'arte di sognare;
10. Il lato attivo dell'infinito;
11. Tensegrità, passi magici;
12. La ruota del tempo.

La lettura è interessante, anche se molto particolare, un esempio per tutti:

"Come sapete - disse - il punto capitale per la stregoneria è il dialogo interno: è la chiave di tutto. Quando un guerriero ha imparato a interromperlo, tutto diviene possibile; i progetti più improbabili divengono fattibili. La via d'accesso a tutte le esperienze bizzarre e misteriose che avete avuto di recente, è stata la vostra capacità di smettere di parlare con voi stesso..."

Frase dal significato non proprio chiaro...

In questo libro Castaneda riassume tutto il percorso per completare la preparazione da stregone, dal momento in cui viene preso come apprendista al momento finale della separazione.
Vi sono delle cose molto particolari, come l'indicazione che "le farfalle notturne sono i messaggeri o, meglio ancora, i custodi dell'eternità..." o la spiegazione del significato dei termini "tonal" e "nagual" e di cosa significa essere uno stregone yaqui.
Il libro è molto interessante ma non semplice da leggere. Carlos Castaneda viene guidato da don Juan e da don Genaro attraverso una serie di esperienze difficili da descrivere e da credere...

Buona lettura!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

lunedì 30 dicembre 2013

Il Signore degli Anelli, di J.R.R. Tolkien

Ho letto per la prima volta il romanzo fantasy "Il signore degli anelli" all'età di quindici anni.
Si trattava di un volume unico di mille cinquecento pagine quasi impossibile da tenere in mano.
Comprendeva anche "Lo Hobbit" come prima parte della storia. Ricordo ancora che stavo per soccombere alle trecento pagine dello Hobbit, l'idea era di abbandonare la lettura, troppo descrittiva e troppe poesie per i miei gusti di quei tempi. Poi, finalmente arrivò il bello della storia, il signore degli anelli!
Ricordo che lessi il libro quasi senza interruzioni anche se era periodo scolastico e quindi non potevo dedicarmi solo a quello. I personaggi erano affascinanti, le ambientazioni magiche, le battaglie cruente, il grande mago, Gandalf il grigio, semplicemente fantastico!
Nonostante la dimensione del libro, nel giro di qualche giorno lo restituii alla biblioteca di Isili.
Passò qualche anno e non appena ebbi uno stipendio "Il signore degli anelli" divenne parte importante della mia biblioteca, seguito dai racconti incompiuti. Ben prima che Peter Jackson e il suo staff producesse il film!
Ora, da questo natale, grazie a mia moglie e a mio figlio, anche il cofanetto dei film fa parte della mia collezione.
Complimenti al regista e allo staff per esser riusciti a trasformare in immagini le parole di un così grande scrittore! Anche se alcuni personaggi molto caratteristici possono essere apprezzati per intero solo nel testo scritto, è il caso di Tom Bombadil, per esempio, che parlava per mezzo di poesie...
Un omaggio a John Ronald Reuel Tolkien (nato nel Sudafrica britannico nel lontano 1892, morto in Inghilterra nel 1973), autore di una fantastica saga, che ha fatto sognare tante persone che ancora oggi lo ricordano.
Un omaggio alla sua opera, "Il Signore degli anelli", pubblicato nel 1954 e in Italia nel 1970.
Grazie John Ronald Reuel Tolkien, o più semplicemente J.R.R.Tolkien, grazie per tutto ciò che ci hai lasciato... una fantastica eredità che arricchisce il mondo e stimola la fantasia!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

venerdì 27 dicembre 2013

Giordano Bruno, romanzo di Eugen Drewermann

Definirlo "romanzo" è un po riduttivo, quindi cercherò di spiegare di che si tratta e perché lo sto leggendo.
La parte più semplice consiste nel dire quali motivazioni mi spingono a leggere un romanzo su Giordano Bruno per cui inizio da qui!
Quando ho preso il libro in biblioteca non mi ero reso conto che si trattasse di un romanzo, solo poi, leggendo le prime pagine mi è sorto il dubbio. Io cercavo una biografia per capire meglio il personaggio e il suo tempo ed avvicinarmi alle sue opere, che è poi quello che faccio sempre con i grandi della storia.
Così, un po' ingannato dal titolo, mi sono informato sull'autore per capire quanto il romanzo potesse essere attendibile, quanto avrei potuto tener per buono del romanzo e quanto no, per poi decidere se andare avanti nella lettura o cercare un'altra biografia.
Eugen Drewermann, l'autore, ex sacerdote cattolico, allontanato dalla chiesa per le sue idee...
Cosa gli sarebbe accaduto se avesse vissuto nel 1500? Probabilmente avrebbe fatto la stessa fine di Giordano Bruno. Tanto mi basta per capire che forse vale la pena andare avanti nella lettura. Forse non si tratta proprio di un romanzo... in effetti il libro è un misto di pensieri e testi realmente scritti da Bruno e pensieri che sarebbero potuti essere i suoi.
Così proseguo nella lettura.
Giordano Bruno nasce a Nola col nome di Felipe (Filippo) nel 1548.
Qualche anno dopo, nel 1565 entra nell'ordine dei Domenicani e nel 1566 prende gli ordini e il suo nome diventa Giordano. Già da subito si manifestano i suoi dubbi e nel 1576, sospettato di eresia fugge e inizia la sua vita errabonda che lo porterà in giro per l'Europa, fino a Venezia, dove sarà tradito dal nobile Zuane Mocenigo e incarcerato dalla Santa Inquisizione.
Tradotto a Roma sarà condannato al rogo e giustiziato il 17 febbraio del 1600 a Roma, in Campo dei Fiori.
Giordano Bruno era un filosofo, e come tale cercava la verità, cercava di capire e questo lo condannò. Da lui si richiedeva solo fede!
Giordano Bruno conobbe le opere di Copernico, Avicenna, Telesio, Petrarca, Averroè, Fracastoro, Raimondo Lullo. Michele Serveto e fu lui stesso impegnato in prima persona nella diffusione della conoscenza. Per farlo si tolse l'abito da domenicano e insegnò nelle Università delle città che lo ospitavano. Poi un giorno il desiderio di tornare in Italia lo prese in trappola...
Ma, al di là della sua biografia sintetica, il libro è interessante per le considerazioni filosofiche e teologiche dell'autore, messe in bocca a Giordano, o forse sarebbe meglio dire "messe in bocca a Felipe":
"Giordano mette da parte Aristotele, dicevano, innalza la volontà al di sopra della conoscenza, definisce la comprensione una conseguenza dell'amore.", una frase che spiega bene le accuse che gli verranno rivolte.
"Tutto l'Universo va visto come un corpo animato in tutte le sue parti [..] il pianeta Terra compie la sua piroetta intorno a se stesso [..] e nel frattempo compie un enorme giro di 365 giorni attorno all'astro centrale. Il sole non si sposta, almeno non in relazione alla Terra".
Le idee di Copernico, le stesse che determineranno la condanna di Galileo.
"La demonizzazione della sensualità è di per se stessa una infinita tortura..."
"Nella natura non esistono morte e distruzione che non siano al servizio della vita e del suo dispiegarsi..."
Queste le idee presentate e discusse nel libro, nei "probabili" ultimi trecento fogli scritti da Felipe nei suoi ultimi sei giorni (o quasi).
Lettura impegnativa ma ricca di significato.
A voi il resto, buona lettura!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

martedì 24 dicembre 2013

L'editoriale di dicembre di Graffiti on line... "La metafora italiana"

Che popolo siamo? Che destino ci aspetta?
Queste le domande con cui l'Avvocato Sarcià inizia l'editoriale sul sito Graffiti on line, un articolo interessante sotto tanti punti di vista, un'analisi impietosa degli ultimi 50 anni di storia della politica italiana!
Ho letto l'editoriale con interesse, nonostante sia veramente deluso dai nostri politici.
Mi è piaciuto in particolar modo il passo in cui introduce la TIVU, la nuova Tassa Italiana Volontaria Unica, che "ognuno pagherà quanto può e quando vuole."
... molto ironico!
Molto interessante anche il paragone con la Concordia. Italia e Concordia accomunate da identica specie di Comandanti... anzi, meglio usare un "c" minuscola, per questo genere di comandanti!
Ma la parte migliore, a mio parere naturalmente, è quando si richiama alla memoria la severità del passato. Cosa che condivido appieno.
Serietà... chissà se qualcuno dei nostri politici, tanto bravi a parlare, sanno cosa significa. Il missionario Matteo Ricci (gesuita, missionario in Cina a cavallo tra il 1500 e 1600) fù definito "uomo straordinario" dai cinesi, riconoscendogli il fatto che "metteva in pratica ciò che predicava...". Scusate la digressione.
L'analisi storica dell'Avvocato Sarcià, impietosa ma perfettamente condivisibile, è degna di un editoriale dei nostri quotidiani di un tempo, perchè ormai nessuno sa più cosa significa "scrivere", forse anche per questo vi è sempre meno gente che compra e legge i quotidiani.
Ma è inutile continuare a descrivere l'editoriale, vi suggerisco di leggerlo voi stessi:
 
Naufragi & Rottamazioni  LA METAFORA ITALIANA (Avv. C. Sarcià)



Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

domenica 22 dicembre 2013

Matteo Ricci, di Michela Fontana

Sottotitolo: un gesuita alla corte dei Ming...
 
Ho appena terminato la lettura di uno splendido saggio, la biografia del gesuita Matteo Ricci (1552 - 1610), edito da Mondadori, magistralmente scritto dalla giornalista scientifica Michela Fontana cui vanno da subito i miei complimenti.
 
Il libro racconta la storia di un uomo che grazie alle sue doti riuscì nell'impresa di raggiungere il cuore del regno della Cina e dei saggi cinesi.
Matteo Ricci entrò nella Compagnia di Gesù, dove si dedicò agli studi previsti, retorica, filosofia e teologia presso il collegio Romano.
Tra le discipline introdotte nei collegi dei gesuiti vi era anche la matematica, grazie all'opera di un grande matematico che vi insegnava: Christoph Klau (Clavius). Il sapere era per i gesuiti come un'arma a difesa della chiesa. 
L'autrice dice: "Se la matematica era il fondamento della scienza, l'astronomia ne era la regina", grande verità sia allora che oggi.
Ricci studiò dunque matematica e astronomia, anche se quest'ultima si basava sulle conoscenze dell'Almagesto di Tolomeo, la teoria eliocentrica infatti non era ancora abbastanza diffusa e avrebbe avuto i suoi problemi prima di poter diventare fondamentale.
La vita di Ricci è intrecciata con quella della Compagnia e con gli sviluppi scientifici del periodo, che divennero oggetto di insegnamento da parte del missionario verso i suoi amici e discepoli cinesi.
La cultura cinese, di cui Confucio era stato il massimo rappresentante, fu la leva usata da Ricci per aprire le porte dell'Impero.
La conoscenza della lingua era fondamentale e fu solo dopo che il nostro gesuita se ne impadronì che iniziò ad arrivare il successo. Le tradizioni, il culto per gli antichi, l'attaccamento al cerimoniale, il rispetto per lo studio e la saggezza fecero si che Matteo Ricci divenisse ben accetto e rispettato come uomo saggio conosciuto col nome di Li Madou, il saggio dell'Occidente.
 
Ricci fu un esempio di temperanza, apertura mentale, saggezza, costanza.
Grande studioso e allo stesso tempo dotato di una grande manualità, tradusse opere dal latino al mandarino (tra queste gli Elementi di Euclide) e viceversa, creò mappe del mondo intero, e strumenti di misura a quel tempo sconosciuti in Cina.
Fu lui che dopo secoli si rese conto della corrispondenza del Catai di Marco Polo con la Cina.
 
Alla sua morte i gesuiti erano arrivati al centro di potere dell'Impero, Pechino...
 
Ma ora basta, il libro merita di essere letto, per cui ora sta a voi proseguire.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

sabato 21 dicembre 2013

Qui un tempo finiva il mondo, su Voyager di gennaio 2014

Oggi in edicola su Voyager di gennaio 2014 un articolo scritto da me e dall'amico Massimo Fraticelli dal titolo "Qui un tempo finiva il mondo".
L'articolo, come il titolo lascia intendere, parla delle Colonne d'Ercole, dei Fenici, della città di Tartesso  e sulla sua probabile posizione, senza trascurare i miti e le leggende legati all'eroe Ercole, quello africano, conosciuto come Melqart.
 
Sperando di essere riusciti a sintetizzare le interessanti notizie trovate, auguriamo a tutti buona lettura!
 
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

mercoledì 18 dicembre 2013

Parole, soltanto parole...

- Chiare e ben distinte, mi raccomando!
 
Mi dice l'assistente di regia senza guardarmi in faccia. Sono solo una delle tante centinaia di ragazze in fila per il provino, alla ricerca di un posto da doppiatrice.
 
- Legga prima di tutto le due pagine che le daranno l'idea del contesto, si cali nella parte e poi quando le faccio cenno legga la frase che ha sul foglio, quella in neretto.
Cerchi di dare il massimo la prima volta, non c'è un secondo tentativo. Oggi è tardi...
 
Come dire, diamoci una mossa che me ne devo andare a casa. Grazie per l'incoraggiamento, mi verrebbe da dire, ma poi mi trattengo, nel mondo dello spettacolo sono tutti suscettibili e non vorrei che mi cacciassero senza neppure aver provato a leggere la mia frase "in neretto".
 
- Si ricordi di avvicinarsi bene il microfono alle labbra
 
Si, lo so, è il settantaquattresimo provino che faccio!
Pensai, senza aprir bocca. La guardai in faccia sperando che alzasse lo sguardo ma ancora una volta l'assistente di regia mi ignorò, sembrava lo facesse apposta. E poi quando parlava era così impersonale, semprava che parlasse al muro, non ad una persona. Odiosa...
 
- Ha detto qualcosa? Non ho sentito bene...
 
Accidenti!
Che mi fosse sfuggita una parola? E ora? Cosa dovevo rispondere? Forse era meglio far finta di niente... Meglio girarsi dall'altra parte e far finta di non aver sentito. Eppure mi era parso, per un attimo, che mi avesse guardato in faccia, proprio mentre pensavo che era odiosa. Che sfiga! E se mi avesse letto nel pensiero? Ma no, è impossibile, queste cose accadono solo in tv e nei romanzi. Probabilmente avrò mosso le labbra e lei avrà intuito qualcosa. Magari le sono antipatica, come lei è antipatica a me. Se fosse così sono rovinata!
 
- Aspetti un attimo, la regia non è ancora pronta...
 
Che strega, ancora quella voce stridula nelle orecchie. Non la sopportavo proprio. Non vedo l'ora che finisca questo provino, e dire che questa mattina non volevo neanche venire! Che razza di vita, non ne posso proprio più! E se dovessero assumermi come farò? Non credo che la sopporterei tutti i giorni.
 
- Può andare, è il suo momento...
 
Se mi dovessero assumere... avrei fatto di tutto per starle lontano...
 
- Signorina tocca a lei...
 
Se mi dovessero assumere farò di tutto per farla licenziare. Non la sopporto proprio, non la posso vedere ne sentire...
 
- Signorina, legga la sua frase, quella in neretto...
 
Se mi assumono... devono assumermi! Io sono brava, sono la migliore e poi...
 
- Signorina, la prego, non faccia come le altre volte, legga la sua frase!
 
Ormai ho una certa esperienza di provini!
Tutta colpa di quella strega, non la sopporto!
 
- Signorina, la prego, non so più che fare per aiutarla. Dica qualcosa, la prego...
 
Non può andare avanti così!
L'assistente di regia mi guardava dritta negli occhi e parlava, parlava... ma io non la sentivo più. Mi girai come le altre settantatre volte e me ne andai verso la porta, scoraggiata e delusa! Non sapevo se avrei avuto il coraggio di tornare ancora.
Non ne posso più di quella. 
E' tutta colpa sua, mi fa paura come mi guarda,
e poi quella voce...
 
...la prossima volta la uccido! 

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

domenica 15 dicembre 2013

Sulla Biblioteca di Alessandria, dal Poliorama pittoresco anno quarto - semestre primo (1839-1840)

Proseguendo la ricerca sulla biblioteca di Alessandria mi sono imbattuto in alcune ulteriori informazioni, cercherò di essere sintetico e non ripetitivo, spero di riuscirci.
Come già detto nel precedente articolo: notizie varie sulla Biblioteca di Alessandria d'Egitto, la biblioteca nasce dall'idea di Demetrio Falereo, egli consigliò al re Tolomeo I di:
"comporre una biblioteca di autori di politica, e di cercar tutti gli autori che trattassero di materie di stato, ne' quali troverebbe de' consigli che nessuno de' suoi amici oserebbe dargli. Piaciuto a Tolomeo questo avviso, Demetrio per lui raccolse de' libri politici, nè di ciò pago,persuase al re di fare ad imitazion di Pisistrato e di Aristotile, una collezione di tutt'i libri poetici filosofici e storici di ogni nazione, perchè i dotti potessero studiare e paragonare le conoscenze diverse e perfezionar le scienze."
Secondo Eusebio, alla morte del re la biblioteca conteneva 100.000 volumi.
Con il suo successore, la biblioteca crebbe e molti studiosi furono invogliati dall'attitudine del nuovo re di proteggere gli studi:
"Un gran numero d'ingengi distinti vissero alla sua corte ed arricchiron la sempre crescente libreria, delle lor opere. Il poeta Callimaco pubblicò degl'Inni; il sacerdote Manetone dettò una storia d'Egitto, di cui avanzano de' preziosi frammenti."
Ma chi guidò la Biblioteca?
Ufficialmente il primo bibliotecario fu Zenodoto di Efeso (330-260 a.C.),
"che aveva studiato la poesia con lui (il re Tolomeo Filadelfo) e la grammatica con un Fileta. Ei comprò dagli ateniesi le ricche biblioteche di Aristotile e di Teofrasto."
ma, se volessimo essere corretti il primo fu il fondatore, Demetrio Falereo.
Poi fu la volta di Eratostene (275 - 195 a.C.) nominato da Tolomeo Evergete (284 - 222 a.C., terzo della dinastia), anche se pare che vi siano stati altri bibliotecari nel mezzo.
"Questi era celebre soprattutto come geografo e come storico."
Il terzo bibliotecario sarebbe stato Apollonio, autore di un poema sugli Argonauti, dunque immagino si sia trattato di Apollonio Rodio (295 - 215 a.C.). Alcuni invertono l'ordine dei bibliotecari, Apollonio prima di Eratostene, chissà come è andata veramente.
Il testo prosegue indicando il bibliotecario che custodì i libri sotto il nuovo re Tolomeo Epifane (210 - 180 a.C.) lasciando un buco relativo a Tolomeo IV Filopatore (244 - 205 a.C.).
"Sotto Tolomeo Epifane il conservator de' libri fu il poeta Aristonimo. A que' tempi, Eumene I, re di Pergamo, stabilì nella capitale del suo regno una biblioteca che poi divenne rivale di quella di Alessandria. Aristonimo disegnò di recarsi appresso Eumene; ma Tolomeo Epifane per tema che Aristonimo accrescesse la biblioteca del suo nemico il fe' chiuder per qualche tempo in prigione: proibì pure l'esportazion del papiro. Allora inventossi a Pergamo quella carta che dal luogo fu detta pergamena."
Se devo dire la verità di questo Aristonimo non ho trovato traccia da altre parti, ma ciò non significa niente, magari troverò qualcosa più avanti.
Interessante questa guerra per la conoscenza, evidentemente i sovrani di quel periodo si rendevano ben conto dell'importanza della conoscenza e del vantaggio che questa dava nel mondo reale. Sapere è potere!
Interessante anche la storia della nascita della pergamena.
Il testo prosegue la storia della Biblioteca passando al re Tolomeo Fiscone (detto il Ventruto) ovvero Tolomeo VIII Evergete II (182 - 116 a.C.), l'ottavo re della dinastia.
"Sotto il regno di Tolomeo Fiscone (il Ventruto) fu creata un'altra biblioteca, quella del Serapione cosiddetta dal dio Serapide nel cui tempio allogossi. Fiscone esigeva da tutti quelli che approdasser ad Alessandria, che gli portasser de' libri per farli copiare; ma egli ritenevasi gli originali e rendeva in loro vece copie. Chiese agli Ateniesi le opere di Eschilo, di Sofocle e di Euripide, promettendo loro di render gli originali, e diè quindici talenti in guarentigia della promessa; ma ottenuti què preziosi manoscritti, non liberò la sua parola, lasciando senza rammarico il dato pegno. Con modi si poco onesti il Ventruto fè una numerosa collezione."
Certo che questo re era un fior d'imbroglione, anche se per il bene della sua biblioteca. Sotto di lui fu bibliotecario un certo Aristofane, non quello delle "Nuvole".
La storia della distruzione della biblioteca sotto Cleopatra a causa dell'incendio che Cesare fece appiccare e il fatto che poi Antonio ricostituì la collezione è più o meno simile, anche se si dice che Antonio per la sua donazione fece ricorso ai 200.000 volumi della biblioteca di Pergamo, evidentemente passati di mano!
Nella biblioteca vennero custodite le opere storiche delle antichità etrusche e cartaginesi, di cui ora non ci resta purtroppo praticamente niente.
In questo testo si introduce però una ulteriore distruzione, non presente nel precedente, si dice infatti:
"Nel 390 i dotti del paganesimo coltivavan pacificamente le lettere nel Serapione allorché Teofilo, patriarca d'Alessandria, risolvette distrugger la idolatria nella sua diocesi. Egli ottenne un editto di Teodosio il Grande, che gli permettea di distrugger tutt'i tempi de' falsi dei. Mentre intendeva metterlo in esecuzione, i pagani indignati ritiraronsi nel Serapione e coraggiosamente vi si difesero. Sostenuto dalle truppe imperiali, Teofilo forzò i filosofi e i grammatici nel loro asilo: essi furono obbligati a salvarsi con la fuga; il Serapione fu saccheggiato e distrutto; ed Orosio che visitò Alessandria nel 410 non trovò più biblioteca ne ivi ne altrove."
Ecco dunque che ancora una volta, questa volta a causa dell'intolleranza religiosa cristiana, il compimento di un crimine contro l'Umanità, la distruzione della conoscenza.
Nello stesso testo si dice che la presunta distruzione della biblioteca ad opera degli invasori mussulmani del 640 sia un falso. Questo perché gli autori del periodo successivo non ne parlano. Si dice infatti:
"Gli autori greci che han raccontata la espugnazione di Alessandria, e'l patriarca Eutichio, non dicono una parola di questa pretesa distruzione."
Si dice inoltre che la legge islamica proibisce di dare alle fiamme i libri cristiani e giudei acquisiti in guerra.
Allora, forse, la distruzione avvenne 390 e non nel 640 d.C.!
Chissà qual è la realtà, ormai nascosta dalle nebbie dei tempi?
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

sabato 14 dicembre 2013

Notizie varie sulla Biblioteca di Alessandria d'Egitto

I libri, a mio parere, sono una delle massime opere dell'ingegno dell'uomo e gli spazi che li custodiscono sono il loro equivalente per quanto riguarda i luoghi.
Io adoro le biblioteche, luoghi in cui sono capace di perdermi per ore ed ore, dimenticando tutto!
Una delle biblioteche più famose è la biblioteca di Alessandria d'Egitto, secondo alcuni vi erano custoditi centinaia di migliaia di testi di ogni genere.
Purtroppo la sua storia è legata a diversi incendi che di volta in volta ne hanno distrutto il contenuto.
Questa fantastica biblioteca però, come la Fenice, ogni volta rinacque!
 
Vediamo cosa ci dice il Nobile Don Luigi dei Conti Odescalchi nella sua opera sull'Egitto: "L'antica Memfi, ossia, Scorsa in Alessandria d'Egitto al Nilo, al Cairo, Eliopoli ed all'antica Memfi", pubblicata a Pisa nel 1840. Parlando del porto nuovo di Alessandria, dice che
 
           "Il fortino che ver ponente forma la sua punta passava sotto il nome di piccolo faro e sarebbe quì poco distante che Norden e Denon situano quella famosa Biblioteca riunita da Tolomeo Filadelfo per opera di Demetrio Falereo riguardata come la bellissima del mondo."
 
Tolomeo Filadelfo (308-246 a.C.) fu il secondo re della dinastia dei Tolomei d'Egitto, sotto cui sembra sia stata fondata la Biblioteca. Demetrio Falereo invece fu un politico e filosofo greco, secondo Strabone fu lui, durante il suo periodo di esilio ad Alessandria, già dal periodo del primo dei Tolomei, ad avere l'idea della biblioteca. Ma andiamo avanti con il testo:
 
          "La sua costruzione debbesi a Tolomeo Lago il primo di questa dinastia, che la divise in due fabbricati, uno detto Biblioteca madre, conteneva trecentomila volumi; e l'altro col nome di Biblioteca figlia ne raccoglieva ancora duecentomila."
 
Tolomeo Lago, ovvero Tolomeo I Sotere (367-283 a.C.) fu il primo re della dinastia dei Tolomei d'Egitto, morì nel 283 a.C.. Demetri Falereo fu suo consigliere.
La Biblioteca, dunque, organizzata in due differenti edifici, sembra contenesse cinquecento mila volumi, un numero immenso visto il periodo. Immaginate quali tesori doveva contenere...
 
          "Bruciò questa in gran parte pel fuoco comunicatole dalla flotta egizia, allorchè Giulio Cesare venuto a giornata con Achilla generale di Tolomeo, nel proprio porto l'incendiò."
 
La distruzione della Biblioteca avvenne nel 48 a.C., più per errore che per volontà. Purtroppo in quell'incendio furono distrutti libri di cui noi non avremo mai alcuna notizia!
 
          "Venne in seguito riedificata da Cleopatra, che Antonio presentò di altri duecento mila volumi, de' quali in uno co' stati suoi Attalo re di Pergamo elesse in erede il popolo Romano 146 anni A.C.
 
Sembra che l'Attalo di cui si parla sia Attalo III, re di Pergamo (in Turchia), non aveva alcun interesse a regnare e lasciò il regno alla repubblica Romana. Esistono varie ipotesi che contestano la distruzione della Biblioteca. Sembra infatti che solo una parte sia stata distrutta.
 
          "Ma il califfo Omar di quanto era in Egitto facendovi ruina, ordinò si consegnasse alle fiamme dicendo: Se tale Biblioteca rinchiude ciò che trovasi nel Corano, ella è cosa inutile; e se tutt'altro capisce io la stimo pregiudiziale."

Tale distruzione sembra sia avvenuta nel 642 d.C.. Vi sono però alcuni sostenitori di altre distruzioni.
Il Califfo Omar (581-644 d.C.) fu califfo dopo Abu Bakr.

Ma la Biblioteca di Alessandria non fu la prima ne la più antica, nello stesso libro si parla infatti di una Biblioteca a Memfi, chiamata biblioteca di Vulcano.

          "La biblioteca di Vulcano in Memfi venne consultata dai primi savj dell'Universo, tra i quali da Ometo e da Pittagora. Si desidererebbe conoscere in quale idioma e su qual materia erano vergati i libri di tal biblioteca, massime i 38.000 volumi scritti da Ermete 2226 anni circa A.C.. e consultati dal saccente Manetone intessendo la sua istoria d'Egitto."

E con queste notizie mi fermo, ma non finisce qui!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO
 
 
 

Il potere del silenzio, di Carlos Castaneda

Se non sono vent'anni che questo libro fa parte della mia biblioteca, poco ci manca!
Nel tempo ha cambiato posizione nella libraria e nelle varie case in cui ho abitato, assecondando le tendenze di lettura del momento. I giorni scorsi, durante il riordino della libreria, è riemerso ancora una volta e così, dopo averlo iniziato e abbandonato diverse volte, almeno tante quante "Il pendolo di Foucault", sono riuscito ad arrivare alla fine.
Comincio col dire che leggere "il potere del silenzio" è stata un'impresa non banale. Non avevo mai letto niente di Castaneda (1925-1998) e non ne conoscevo la storia. Antropologo peruviano naturalizzato USA, scrittore di successo, nagual ovvero stregone e maestro, se non ho capito male.
Avrei dovuto cominciare a leggere il primo suo libro (Gli insegnamenti di Don Juan, una via Yaqui alla Conoscenza), forse avrei capito prima in cosa mi ero imbattuto, ma a volte non si può scegliere, alcune cose succedono e basta.
Dopo un primo momento di stupore, in cui cercavo di capire tutto ciò che leggevo, procedendo quasi a marcia indietro nella lettura, ho cambiato approccio cercando di trovare delle somiglianze tra le esperienze descritte e la mia vita. Probabilmente Don Juan avrebbe detto "Stupido, devi separarti dal mondo reale", ma tutto sommato io ho trovato utile fare così.
Il libro racconta parte dell'esperienza dell'autore nel suo percorso verso la magia Yaqui (o verso una diversa forma di Conoscenza?), sotto la guida esperta dello stregone, il suo maestro, Don Juan.
Storie bizzarre si susseguono a momenti di riflessione sullo spirito e sulle tecniche per congiungersi con esso. Essenziale, in ogni caso, la presenza di un nagual!
Durante la lettura mi sono sentito diverse volte scoraggiato e pensavo di abbandonare ancora una volta, però alla fine mi sento soddisfatto e penso che acquisterò presto il primo libro della serie di dodici, per cercare di approfondire. Credo che sia interessante anche leggere la biografia di Castaneda per capire se alla fine, sia da considerare scrittore, antropologo o nagual, oppure, come probabilmente è, tutte e tre le cose assieme...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

venerdì 13 dicembre 2013

Natura...

Che incredibile forza, la Natura!

Nascosta dietro l'apparente fragilità di una farfalla,
quanta forza creativa,
quanta bellezza in quelle forme simmetriche.

Mascherata dalla improbabile goffaggine di un panda,
dalla nuotata sinuosa di una manta,
quanta forza vitale in ogni essere vivente.

Nella sabbia del deserto o nelle profondità oceaniche,
nell'agitazione dei freddi venti polari,
nella pacatezza delle acque di una laguna,
nelle forme perfette di un atollo polinesiano
o nelle cime affilate dell'Everest,
quanta possenza in ogni Sua manifestazione.

Quanta violenza creatrice nel fuoco di un vulcano,
quanta forza distruttiva nel cadere di una valanga,
morte e rinascita, indissolubilmente legate tra loro.

Quanto tempo evolutivo
dietro la nascita di un microorganismo
o nella struttura del nostro codice genetico.
Migliaia, miliardi di anni di evoluzione
e di conoscenze ancora per noi incomprensibili.

Che maestosa rappresentazione di un Dio incommensurabile,
la Natura!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

Revue des deux mondes - Ricordi dell'isola di Sardegna (Parte quarta)

Proseguo la traduzione dell'articolo della Revue des deux mondes, del primo febbraio 1863: "Souvenirs de la Sardaigne" del Conte di Minerva.

Per chi non avesse letto i precedenti ecco i link ai precedenti:

- Revue des deux mondes: Ricordi dell'Isola di Sardegna (Parte prima);
- Revue des deux mondes: Ricordi dell'Isola di Sardegna (Parte seconda).
- Revue des deux mondes - Ricordi dell'isola di Sardegna (Parte terza).

Ricordi dell'isola di Sardegna
del Conte di Minerva
(Parte quarta)
 
Al momento del nostro arrivo, dei paesani della fattoria e alcuni pescatori facevano una frugale colazione all'ombra degli olivi. Dei cani da guardia arrivarono furiosi su di noi; si affrettarono a trattenerli. Il signor Feralli non era ancora alla fattoria, ma una elegante barca che avevamo appena intravvisto in direzione sud-ovest, verso la punta del giglio, sembrava essere la sua e si calcolava che non avrebbe tardato a toccar terra. In effetti ben presto si poterono distinguere due uomini e tre donne sotto la tenda che ricopriva la parte posteriore del bastimento. Gian-Gianu me li nominò. C'era il signor Feralli, la sua donna e la loro figlia Argenia; un amico del signor Feralli, zio di Gian-Gianu, lo zio Gambini, come lui lo chiamava, con sua figlia Efisia.
Quando la Feluca arrivò a non più di cento metri dalla riva buttarono giù le vele e i due uomini scesero su un canotto che li condusse sulla spiaggia, dove noi eravamo andati loro incontro.
Il signor Feralli a prima vista non aveva niente che colpisse. Il suo viso, osservato ugualmente con attenzione, non esprimeva altro che sincera bonomia, unita a una certa sagacità dovuta alla conoscenza umana e l'abitudine agli affari.
Il suo modo di essere era quello d'un ricco proprietario di campagna della Beauce o della Brie.
"Vi chiedo scusa signore", mi disse avvicinandosi velocementee tendendomi la mano. Avvisato troppo tardi, non ho potuto venirvi incontro fino a Porto Torres. Sono stato trattenuto ad Alghero per un affare urgente con il mio amico Gambini, e lui stesso è voluto venire a scusarsi di essere stato, in qualche modo, causa della mia mancanza di cortesia-
Mi girai verso il signor Gambini per salutarlo e la sua fisionomia (me lo lasciate dire?) mi diede una impressione poco favorevole.
Si poteva sentire una sorta di fierezza selvaggia mal contenuta. I suoi capelli, completamente ricci, erano un tutt'uno con la sua barba e nonostante la sua corporatura diritta e ben composta, la sua attitudine orgogliosa, i suoi gesti bruschi e nervosi, annunciavano un vigore praticamente giovanile.
Appresi più tardi che egli aveva quarantotto anni e che possedeva tutta una grande regione del Campidano, il monte Minerva. Discendeva dai conti dei quali questa montagna porta il nome e sembrava che lui personificasse tutte le loro passioni violente. Il Conte di Minerva, che chiameremo più familiarmente Gambini era, come Gian-Gianu, restato fedele al costume nazionale: aveva solamente sostituito il "collete" in pelle di cervo con un giustacuore di drappo nero e il berretto frigio con un grande cappello di feltro. Alla cintura, una specie di cartucciera a tubi allineati, era inserito un pugnale col manico d'ebano, incrostato di madreperla, sul quale era poggiata la sua mano, fine, secca e nera. Portava in bandoliera un bel fucile a due colpi.
Si era appena chinato, con gravità cerimoniosa, per rendermi il saluto quando si raddrizzò bruscamente mettendosi a correre verso la spiaggia. Un bambino che proveniva dalla fattoria con una galletta di mais in mano era alle prese con un enorme cane di montagna, il cane dello stesso Gambini, che aveva rotto la catena, lasciata la feluca e guadagnato la riva a seguito del suo padrone. Una volta a terra, il cane s'era gettato sul bambino e gli aveva strappato la galletta, non senza dilaniare una delle sue piccole povere mani. E' in quel momento che Gambini intervenne tra i due in lotta. Correre sul vincitore, che si accucciò terrorizzato, estrarre dalla sua gola schiumante la galletta per gettarla al bambino, lanciare quindi il cane in mare, quasi accoppato dai quattro o cinque pugni ricevuti, fu questione di qualche secondo; ma il cane non aveva intenzione di tornare sul vascello sul quale era stato recluso: si mise a nuotare in direzione d'una roccia vicino alla riva.
"Riccio! Riccio! gridava Gambini con voce allettante e rauca, correndo lungo la riva. Il cane nuotava ancora. Allora Gambini si fermò, afferrò velocemente il suo fucile e dopo un ultimo appello premette il grilletto. Il cane, colpito a morte, si rigirò su se stesso e cadde in acqua che presto divenne rossa del suo sangue. In quanto a Gambini, tornò verso di noi, e con tono calmo disse: "Scusatemi, questi cani sono così indisciplinati di natura."
Strano carattere, mi dissi tra me e me. In un momento di collera avrebbe potuto uccidere un uomo come ha ucciso il suo cane?
In acqua! in acqua! gridò tosto Gianu, che faceva avanzare il canotto. Noi vi discendemmo tutti assieme e qualche minuto dopo ci trovavamo a bordo della feluca. Il signor Feralli mi presentò alle signore. La moglie dell'armatore era genovese e la figlia lo era divenuta. L'una aveva ancora, l'altra aveva avuto, quel genere di bellezza esuberante propria delle donne genovesi. Il carattere saliente della loro fisionomia era una docile benevolenza. Entrambe erano vestite come le donne di ricchi commercianti di città. Il taglio dei loro abiti era improntato ai giornali di moda francesi e la cultura locale veniva rivelata nei loro abiti solo dal "pezzoto" di mussola che costituiva la loro cuffia. La signorina Gambini era una persona di tutt'altra originalità. Alta, svelta, con un viso d'un ovale affascinante e quasi infantile, aveva pertanto l'aspetto serio e quasi severo, una piccola bocca vermiglia con un filo di broncio, la fronte unita e leggermente stretta, occhi neri, calmi e profondi. Il suo costume era completamente diverso da quello del paese di Alghero: ricordava invece quella regione montagnosa e selvaggia dell'isola di Sardegna che si chiama campidano d'Oristano, il paese in cui era nata la madre e in cui lei stessa era stata cresciuta.
 
Ora però, chi è interessato dovrà attendere alla prossima puntata,
 
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO


giovedì 12 dicembre 2013

Revue des deux mondes - Ricordi dell'isola di Sardegna (Parte terza)

E' passato un po di tempo da quando ho pubblicato la seconda parte, vi chiedo scusa, proseguo ora la traduzione dell'articolo della Revue des deux mondes, del primo febbraio 1863: "Souvenirs de la Sardaigne" del Conte di Minerva.

Per chi non avesse letto i precedenti ecco i link ai precedenti:
- Revue des deux mondes: Ricordi dell'Isola di Sardegna (Parte prima);
- Revue des deux mondes: Ricordi dell'Isola di Sardegna (Parte seconda).


Ricordi dell'isola di Sardegna
del Conte di Minerva
(Parte Terza)
Questa campagna è la Nurra, che conserva ancora il suo soprannome primitivo di "terra dei pastori".
Prima di arrivare a Porto Conte, dovevamo scendere in questa vasta regione e attraversarla rapidamente. I nostri cavalli si sarebbero buttati al galoppo lungo un sentiero che fungeva da limite tra due alti splendidi pascoli (1). Non si sarebbero fermati che alla capanna situata sull'ultimo pendio della montagna, dove Gian-Gianu mi propose di entrare. Accettai l'offerta, certo che la sosta non sarebbe durata più di qualche istante.
La capanna era preceduta dall'"ovile"recinto riservato alle mandrie e formato da pali intrecciati con traverse. All'udire il rumore che annunciava il nostro arrivo, un giovane uomo coperto con una larga sopravveste in pelle d'agnello apparve sulla soglia. Dietro di lui arrivarono prontamente suo fratello e un vegliardo dall'aspetto fiero. Quest'ultimo mi strinse la mano così premurosamente, allo stesso tempo degno e cordiale, che ricordava veramente le età bibliche.
Venimmo invitati a passare un'ora in un "madao" o capanna dei pastori sardi. Entrammo.
L'abitazione, all'interno, era composta da un solo ambiente in cui il focolare, contornato da un cerchio di mattoni al centro del quale si elevava l'antico treppiede, occupava il centro. In quel momento nel focolare vi era acceso un gran fuoco e tanto fumo dentro la capanna, perché un foro obliquo praticato sul tetto offriva un'uscita di molto insufficiente al passaggio del fumo denso che riempiva il madao. I preparativi per la cena cominciarono sotto i nostri occhi: due spiedi reggevano l'uno due quarti d'agnello, l'altro le interiora dell'animale (uno dei cibi più ricercati della cucina sarda) furono esposti abilmente, dal padre e da uno dei figli, alla fiamma del focolare, mentre l'altro preparava la tavola.
Carlo Stefanoni, cui noi dovemmo questa rustica ospitalità, aveva quattro figli: possedeva quattrocento pecore e centoventi buoi. Egli era proprietario del "salto" di Dentolaccio e di due tancas su San-Govino.
Mentre ci dava questi dettagli i suoi ultimi figli, seguiti da due enormi cani, entrarono nella capanna e qualche istante dopo i due arrosti d'agnello fumavano tra un piatto di legumi ed uno di uova sode, sulla tavola di quercia, sulla quale erano state poste ancora, con una corbula piena di piccoli pani bianchi di forma bizzarra, una grande terrina contenente fianco a fianco delle salsicce e dei formaggi cagliati. Due vasi d'argilla somiglianti alle anfore antiche completavano il servizio, da una si poteva attingere dell'acqua fresca, dall'altra un vino denso, ma saporito.
La storia di questa onesta famiglia mi venne raccontata mentre facevamo onore all'arrosto d'agnello e alla cordula di interiora.
Il vegliardo si scusava, diceva lui, per non averci potuto ricevere come avrebbe voluto. Egli aveva perduto, ormai erano cinque anni, la sua povera figlia Maria: da allora lui diveva ricorrere alle figlie di Brangiu, il suo vicino, per impastare il pane e fare i formaggi; inoltre si attendeva di vedere uno dei suoi figli lasciare la famiglia prossimamente per andare a sposarsi. Tutte queste confidenze furono fatte senza amarezza.
Il pasto fu breve. Dopo l'espediente di Gian-Gianu, si sarebbe giunti a Porto-Conte in quattro ore, e sarebbe stato circa mezzogiorno. Nel giro di qualche istante prendemmo congedo dai nostri ospiti. Ad un segno del padre, due dei giovani pastori corsero in avanti e all'uscita del madao trovammo i nostri cavalli completamente sellati. Altri quattro cavalli erano pronti per i quattro fratelli che vollero scortarci fino ad un torrente vicino alla capanna. Tre ore dopo aver preso congedo da loro con una stretta di mano, così nobilmente ospitali, scoprimmo il mare immenso, d'un blu nerastro, tutto scintillante sotto il sole e coperto di piccole vele latine. Erano le barche dei pescatori di coralli sardi, toscani o anche napoletani, che in quel periodo dell'anno si davano appuntamento nel golfo deserto di Porto Conte e vi installavano per alcuni mesi la loro colonia errante. E' a Porto Conte, ci si ricordi, che dovevo incontrare il signor Feralli.
Nei pressi del golfo Gian-Gianu possedeva una piccola fattoria in cui sembrava impossibile entrare in altro modo che dalle finestre e qui egli ageva dato appuntamento all'armatore genovese.
Dovemmo arrampicarci per un pendio tra i più scoscesi, scendere una sorta di scala curva scavata nella roccia, impraticabile per dei cavalli diversi da quelli sardi, e ci trovammo all'ingresso di un cortile molto ingombrato e rustico. Ci trovavamo alla fattoria di Gian-Gianu e otto ore erano trascorse da quando avevamo lasciato Porto Torres.
Anche per oggi credo sia sufficiente, la prossima parte al più presto.
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO
Nota 1: I pascoli di pianura si chiamano "tancas", da una parola (senza dubbio celtica) che si ritrova presso i Pirenei e nella bassa Bretagna - tanca, chiudere.

mercoledì 11 dicembre 2013

Oltre il mare...

Mi ero sempre chiesto cosa ci fosse oltre, dietro la linea quasi invisibile che separava il mare dal cielo, l'orizzonte.
Quando ero piccolo andavo a pesca con mio padre sugli scogli di perd 'e pera, una piccola spiaggia vicino a Gairo, ormai cancellata dal mare.
Ci si alzava presto, alle cinque, e si usciva silenziosamente dalla tenda da campeggio, facendo attenzione a non svegliare i miei fratelli più piccoli. Era un percorso ad ostacoli, la tenda non era piccola ma vi abitavamo in sei e lo spazio era sfruttato al massimo.
Si trattava solo di venti giorni all'anno ma erano i migliori che potessi desiderare e me li godevo appieno, per quanto era nelle possibilità di un bambino di sette anni.
La cosa che più amavo era guardare il mare, mentre mio padre pescava.
Osservavo le onde, sentivo il rumore della risacca, guardavo le figure che le onde disegnavano sulla spiaggia, ma soprattutto pensavo a cosa ci fosse oltre, oltre quella linea d'orizzonte che sembrava disegnata con i pastelli, soprattutto al mattino, quando albeggiava.
Di solito arrivavamo sulla spiaggia al pomeriggio, montavamo la tenda dove trovavamo posto e poi si andava a fare la spesa per la settimana nel vicino paese. La sera il primo bagno e poi, sul tardi, dopo cena, mentre i grandi giocavano a carte e i miei fratelli correvano rumorosamente sulla spiaggia, io amavo sedermi a scrutare le onde al tramonto.
Che fine farà l'orizzonte la notte?
Mi chiedevo, senza realmente cercare una risposta.
Sapevo bene che lui era sempre li, nascosto alla vista dal buio che piano piano diventava sempre più nero.
Il mare mi affascinava ma allo stesso tempo mi faceva paura. Cercavo sempre di stare dove potevo vedere cosa avevo intorno. Solo una volta entrai in acqua col buio, per un bagno di mezzanotte con gli amici, ma l'impressione che mi fece fu tremenda. Non sopportavo di essere circondato da quel liquido nero, con i suoi riflessi iridescenti, al cui interno si nascondono i peggiori incubi del proprio inconscio. No, il mare non era per me, decisamente.
Crebbi e dimenticai, ad un certo punto, non so perché, smettemmo di andare al mare tutti gli anni. Forse la spiaggia era stata portata via da una mareggiata, forse non si poteva più campeggiare liberamente, forse eravamo semplicemente cresciuti e le abitudini erano cambiate, chi può dirlo, io non lo ricordo.
Dimenticai le ore passate a guardare l'orizzonte, dimenticai i disegni delle onde sulla spiaggia e i colori pastello del mare al tramonto, dimenticai quei momenti di assoluto silenzio e mi buttai a capofitto in una vita di affanni e di lavoro, in cui il tempo per pensare era sempre meno, in cui il tempo per osservare in silenzio era riempito dal frastuono dell'umanità!
Poi una sera, percorrendo una strada lungo il mare, dall'altra parte di quel mare che frequentavo da bambino, oltre l'orizzonte di quando ero piccolo, mi fermai lungo la spiaggia.
Senza pensarci guardai il mare, vidi ancora una volta l'orizzonte lontano, colorato di quei colori che avevo visto tante volte ma che ogni volta erano diversi, mi sedetti affascinato a scrutare il mare e mi tornò in mente la domanda che mi ero posto tante volte quando ero piccolo.
Cosa ci sarà oltre l'orizzonte?
Mi domandai, un'ultima volta...

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

martedì 10 dicembre 2013

Un libro impossibile: Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio


Lewis Carroll (1832-1898) è l'autore di due romanzi impossibili, diciamo quasi stile Jorges Luis Borges, anche se il secondo venne dopo.
Matematico, letterato inglese e fotografo, scrisse i due romanzi per ragazzi secondo uno stile molto particolare.
Nel mondo di Alice, la protagonista di "sette anni e sei mesi" tutto è possibile e per "tutto" s'intende proprio tutto!
Ho letto questi racconto un po' in ritardo, direte voi, ve lo concedo.
Ma meglio tardi che mai.
Non c'è un tempo in cui si leggono cose serie e un tempo per le cose da ragazzi, c'è solo qualcosa che si fa e qualcosa che non si fa! Anche se tardi ho deciso di farlo.
Che dire dei racconti. Penso che dei bambini riescano ad apprezzare le peripezie e le stranezze dei personaggi di questo mondo fatato, ma anche gli adulti possono trovare modo di evadere dal mondo reale e credo che il successo delle due opere sia dovuto in gran parte a questo.
Credo però che per essere compreso fino in fondo occorra leggere il testo in lingua originale, dalle note si capisce che molti giochi di parole, nonostante l'abilità del traduttore (Pietro Citati, nell'edizione Einaudi da me letta) sarebbero comprensibili ad un madrelingua.
Ma se riusciamo ad accontentarci di vivere le avventure di Alice nella nostra lingua, facendo attenzione a non incappare nella terribile Regina di Cuori, e cercando di dimenticarci dell'età, potremo passare anche noi qualche minuto al giorno in un mondo impossibile in cui tutto è possibile.
 
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO