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giovedì 11 settembre 2014

La zattera di Medusa, di Théodore Géricault

Un quadro, di per se, può essere bello se soddisfa il nostro gusto, può d'altra parte, essere interessante per la sua storia.
La zattera di Medusa ricade tra la categoria dei quadri belli e interessanti.
Durante la recente visita al Louvre mia moglie ha attirato la mia attenzione su una splendida tela di un autore a me assolutamente sconosciuto: Géricault.
La tela ricopriva una parete intera al centro di una delle enormi sale del museo, nella sezione dei pittori francesi. Il nome dell'opera, zattera di Medusa, mi colpì e immediatamente mi buttai alla ricerca della immagine della Medusa, che tante volte appare nelle opere d'arte, senza però alcun risultato. La testa di Medusa non c'era!
A questo punto chiesi spiegazioni a mia moglie che mi spiega la storia del quadro.
Medusa era il nome di una nave militare francese con a bordo militari e civili, naufragata intorno al 1816. Il quadro rappresenta i naufraghi che stipati su una zattera inizialmente trainata da una scialuppa, vanno ora alla deriva. Morte e disperazione sono ben rappresentate.
Al rientro a casa, incuriosito, ho cercato ulteriori informazioni.
La nave Medusa, nave ammiraglia, comandata dal Capitano di Fregata Hugues Duroy de Chaumareys, salpò con la flotta nel 1816 diretta nella riconquistata colonia francese del Senegal. Nella flotta si trovavano militari e coloni civili, tra questi anche il futuro governatore del Senegal con la famiglia.
Il Comandante della flotta non era un grande esperto navigatore e non diede retta al suo staff andando a finire su un bassofondo al largo delle coste africane.
La nave si arenò e nonostante i tentativi fatti per disincagliarla, anche a causa di una tempesta, sembrò essere sul punto di affondare per cui venne deciso di abbandonarla.
Le altre navi della flotta erano lontano in quanto la nave ammiraglia era più veloce e il Comandante non aveva viaggiato in formazione.
Nobili e ricchi vennero imbarcati sulle scialuppe, il resto del personale su una zattera costruita inizialmente per alleggerire la nave nel tentativo di disincagliarla.
La zattera, con a bordo 152 tra marinai, soldati e civili, venne fissata ad una delle scialuppe ma ben presto, non si sa bene perché, finisce alla deriva. Sulla zattera non vi sono viveri sufficienti per tutti e la convivenza non è delle migliori. Liti e ammutinamenti si susseguono mentre si cerca di raggiungere senza successo la costa. Diversi uomini vengono buttati in mare e si verificano omicidi e episodi di cannibalismo. 
Tredici giorni dopo, la nave Argus inviata dal Comandante sul luogo del naufragio a recuperare oro e argento, trova i resti della zattera con a bordo quindici sopravvissuti, di questi cinque moriranno prima di attraccare al porto di Saint-Louis, in Senegal.
Questa brutta pagina di storia marinara francese viene rappresentata con grande realismo dall'autore Théodore Géricault, decretandone la fortuna.
 
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

mercoledì 10 settembre 2014

Albert aveva ragione: Dio non gioca a dadi, di Walter E.R. Cassani

Dunque, come iniziare a parlare di questo libro?
Iniziamo a dire che io sono appassionato, tra le altre cose, anche di Fisica.
Sono tra quegli appassionati che quando può si legge un libro di Fisica per approfondire qualche concetto studiato all'Università o per curiosare tra le nuove scoperte della fisica subatomica.
Non sono un esperto per cui cerco di evitare le trattazioni matematiche perché generalmente molto complesse anche se so bene che per capire a fondo determinati concetti la parte matematica dovrebbe essere approfondita.
Diversi anni fa, nel 2001  per la precisione, lessi questo libro per la prima volta e ne rimasi profondamente colpito per la semplicità con cui i concetti della fisica classica venivano raccontati e spiegati ma anche per l'apparente semplicità con cui l'autore introduceva la sua nuova teoria del tutto, da lui chiamata Teoria Ondulatoria del Campo.
Al termine di quella prima lettura aggiunsi a matita un commento molto stringato: "da rileggere!"
L'idea era quella di rileggerlo al più presto, magari approfondendo i concetti con la lettura di altri testi sugli argomenti di volta in volta trattati, ma così non fu.
Questa estate riordinando la libreria mi sono imbattuto nuovamente sul libro di Cassani e così, quasi per caso, ho aperto proprio la pagina in cui avevo lasciato il commento e da li a decidere che era finalmente arrivato il momento per la seconda lettura passò un solo istante.
Presi il libro e lo aggiunsi alla pila di quelli in lettura che allora ammontava a cinque.
Ad agosto finalmente è arrivato il suo turno e così, qualche giorno fa ho terminato la seconda lettura e ho aggiunto una frase di commento subito dopo quella lasciata tredici anni fa: "Intuitivamente convincente in molte sue parti!".
E in effetti è proprio così.
Nell'esposizione della sua teoria Walter Cassani ripercorre ogni volta la storia delle scoperte e delle teorie in voga nel tempo per poi spiegare la sua teoria e la sua interpretazione dei fenomeni sperimentali secondo la sua teoria. In questo modo mette in evidenza le mancanze delle altre teorie e cerca di ristabilire ciò che a suo parere manca nella Fisica degli ultimi cento anni, la causalità.
Proprio la causalità infatti, o per meglio dire la sua mancanza, introdotta con l'accettazione del Principio d'Indeterminazione di Heisemberg, è infatti secondo l'autore alla base degli errori che hanno portato la fisica lungo una strada senza uscita.

Cassani dimostra una profonda conoscenza della Fisica e una grande forza di volontà nel combattere con tutte le sue forze contro verità prestabilite, ponendosi contro tutto e contro tutti, alla ricerca della teoria del tutto che possa consentire alla Fisica, ripristinando il principio di causalità, di uscire da quella che a suo parere è una strada senza uscita che ha portato i fisici a introdurre strutture artificiose come i buchi neri per giustificare fenomeni altrimenti inspiegabili.

Io non sono un fisico per cui il mio parere è quello di un semplice appassionato ma voglio comunque darlo: "Intuitivamente convincente, in molte sue parti!"

A voi ora la lettura del testo che a mio parere dovrebbe essere approfondito seriamente dalla Fisica Ufficiale, intanto io comincio la terza lettura!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

A Roma "The innovation week" e "Maker Faire"

Anche quest'anno si terrà a Roma l'evento tecnologico Maker Faire.
Appuntamento per tutti gli appassionati ma anche per chi è in cerca di business il prossimo 27 settembre all'auditorium Parco della Musica a Roma.
E' prevista la partecipazione di 600 tra inventori e start up da tutto il mondo il cui business ruota attorno alle nuove tecnologie e all'informatica.
Il fine settimana precedente l'evento si terrà al MAXXI una maratona di sviluppo informatico il cui argomento è il futuro della casa.
Il 4 e 5 ottobre si chiude l'evento con il Maker Faire vero e proprio.
Espositori, inventori e conferenzieri ci intratterranno con le loro idee futuristiche sempre alla ricerca di un futuro sempre più prossimo in cui le idee della fantascienza di qualche anno fa diventano parte integrante della nostra vita quotidiana.
 
Per maggiori informazioni e acquisto biglietti visitate il sito http://www.makerfairerome.eu/.

Appuntamento dunque a fine settembre!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

mercoledì 3 settembre 2014

Anteprima: Storia della Sardegna antica, la preistoria che vediamo tutti i giorni

La mia terra è una terra misteriosa e senza storia o, per meglio dire, tutta preistoria.

E' sufficiente percorrere la Strada Statale 131 Cagliari-Porto Torres per rendersi conto di cosa intendo dire.

Di tanto in tanto tra i cespugli verdi e odorosi di macchia mediterranea è possibile scorgere la sagoma di un nuraghe, le antiche torri in pietra che ricoprono il territorio. Si dice ve ne siano settemila sull'Isola, ma forse nessuno li ha mai contati!

Più piccole e spesso nascoste, ma non meno interessanti le "domus de janas" che tradotto letteralmente significa “case delle streghe”. Si tratta di piccole abitazioni con funzione forse funeraria scavate nella roccia. Le tombe dei giganti, i dolmen, i mehnir e i pozzi sacri completano la serie di costruzioni megalitiche! Storia a parte andrebbe raccontata per il Sardus Pater e i giganti di Mont'e Prama, splendide statue litiche raffiguranti diversi personaggi dell'antichità, guerrieri e forse antichi dei, ritrovate nei pressi di Oristano e ancora oggetto di studio.

Una preistoria esagerata, che fa risalire la civiltà nuragica al 2000 a.C. circa, ma forse a periodi ancora precedenti.

Alcune scritte su pietra, solitamente attribuite a popolazioni estranee all'isola, sono state ritrovate negli anni. La più importante e anche la più dibattuta è conosciuta col nome di "stele di Nora" dal luogo di ritrovamento, Nora per l'appunto, città marittima a sud dell'isola. Mi chiedo per quale motivo un ritrovamento effettuato in Sardegna debba essere attribuito ad un popolo straniero, ma così è sempre stato. Come se la Sardegna non possa essere luogo di produzione di cultura. In ogni caso è chiaro che anche tutti coloro che si sono cimentati nel tentativo della traduzione devono avere le idee confuse dato che non riescono a mettersi d'accordo sul significato della scritta. Al momento esistono solo tante differenti versioni, talmente diverse l'una dall'altra che ci si potrebbe chiedere se gli esperti si siano cimentati nella traduzione sulla base di conoscenze scientifiche o sul gioco del "tiriamo ad indovinare"!

Io propendo per la seconda. La stele si può ammirare al Museo nazionale di Cagliari e chi vuole può provare a dare la sua interpretazione.

E che dire dei bronzetti? Antiche testimonianze di tempi passati, opere da ammirare per la splendida fattura.

Si tratta di oggetti in bronzo rinvenuti generalmente all'interno dei nuraghe. Vi sono statue di guerrieri, di sacerdoti, ma anche modelli di navi, nuraghi e animali oltre, naturalmente, ad armi di vario genere.

Forse più antiche le statuette della Gran Madre, la dea della fertilità per eccellenza, trovate tanto in Sardegna come nel resto del mediterraneo e considerata dea dell'Asia Minore.

Strabone ci racconta che Cybele, uno dei nomi della Gran Madre, era la dea dei Frigi e dei Troiani... e questo è un particolare da tenere a mente! Chissà qual'è la relazione tra le due dee?

Certo che se si pensa che la dea dell'Asia Minore era considerata la prima a dotare di torri le città come ci ricorda Ovidio nei Fasti quando si domanda: "Ma perché la sua testa è gravata da una corona di torri? Forse fu lei a dare le torri alle prime città?"

Torri o nuraghi?

Dea frigia, troiana e sarda allo stesso tempo?

Forse non si saprà mai, resta il fatto che le statuette della dea trovate in Sardegna sono una realtà!


Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO


martedì 2 settembre 2014

Considerazioni di fisica e chimica

Una delle leggi, credo, universalmente riconosciuta (da sempre?) è la seguente: Nulla si crea, nulla si distrugge,tutto si trasforma". Ma siamo sicuri che ciò sia valido sempre e incondizionatamente? Sembrerebbe una domanda stupida per una persona con una preparazione prevalentemente scientifica... ma a volte le grandi scoperte derivano dal riconsiderare ciò che era dato per certo! In fisica, una ...delle ipotesi, la principale e più conosciuta ipotesi sulla formazione dell'Universo afferma che lo stesso Universo si è sviluppato da un punto, una singolarità dotata di energia infinita concentrata e massa zero, sarebbe poi accaduto qualcosa che ha permesso all'Universo di svilupparsi e crescere. L'energia liberata (da cosa? qual'è la causa?) ha creato la massa infinita di stelle e materia e tutte le forme di energia che conosciamo, ma come si mette in relazione questa teoria con la precedente legge del "Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma"?
A mio parere non vi è modo di mettere d'accordo queste due ipotesi!
E se una delle due (o entrambe) fossero sbagliate?
Assurdo, mi direte...
Si, ma un tempo era assurdo volare, era assurdo un viaggio sulla Luna, era assurdo pensare che con una bomba si potesse distruggere una città, era assurdo duplicare un essere vivente...
 
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

domenica 31 agosto 2014

Il gioco dell'angelo, di Carlos Ruiz Zafon

Ho sempre amato i libri, non ho mai smesso di leggere da quando, in prima elementare, con enorme fatica ho letto il mio primo libro, 20.000 leghe sotto i mari.
Così un giorno dell'estate del 2013 mi sono imbattuto in un libro che parlava di libri e nonostante fosse ormai da tempo che non leggevo romanzi decisi di fare un'eccezione. In quel periodo stavo approfondendo la conoscenza della lingua spagnola per cui comprai la versione in lingua originale del libro e mi tuffai nella lettura mettendo da parte gli scrupoli per il tempo dedicato ad un passatempo quale "la lettura di un romanzo".
La storia ambientata agli inizi del 1900 ha inizio nella redazione di una oscura rivista barcellonese. Ad un giovane giornalista, David Martìn, che lavora per "La voz de la industria", grazie al ricco amico Pedro Vidal, viene offerta la possibilità di scrivere qualcosa che cambierà la sua vita.
Sei ore di tempo per scrivere il racconto che avrebbe segnato l'inizio di un nuovo corso...
Il racconto piacque al pubblico al primo ne seguiranno altri, con cadenza settimanale... prende corpo la serie dei "Misteri di Barcellona", serie di successo, ma col successo iniziano anche le invidie e le gelosie...
Passa il tempo e un giorno Martin riceve un'offerta che non può rifiutare... scrivere un libro per un editore francese, Andreas Corelli che aveva notato i suoi precedenti lavori ed era interessato a lui per le sue capacità. Un libro che, lui ancora non lo sapeva, avrebbe condizionato la sua vita.
Amicizia, amore, odio, paura, pazzia, tutti stati d'animo che si intrecciano senza sosta nelle quasi cinquecento pagine nelle quali il lettore non può non essere trascinato.
Una casa maledetta, un libraio appassionato, un cimitero dei libri segreti, morti e sparizioni, sono solo alcuni degli aspetti più intriganti di questo splendido libro che conduce fino a...
 
Devo ammettere di aver letto raramente romanzi così avvincenti.
 
Devo aggiungere, a onor del vero, che da quel giorno d'estate ho ripreso a leggere romanzi e finchè esisteranno scrittori come Zafon, credo proprio che non riuscirò più a smettere!


A voi ora, buona lettura.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO


venerdì 22 agosto 2014

Allan Quatermain, di Rider Haggard

Henry Rider Haggard, nato a Bradenham in Inghilterra nel 1856, è l'autore di uno splendido libro di avventure: Allan Quatermain.
Ambientato in Africa, il romanzo fa parte di una serie di romanzi aventi Allan Quatermain quale personaggio principale.
Il romanzo inizia con un estratto del diario di Allan Quatermain, in cui racconta della morte precoce del figlio Harry e della voglia di tornare sul luogo della sua prima avventura, l'Africa.
Leggendo la vita dell'autore colpisce il fatto che, qualche anno dopo la pubblicazione del libro (uscito nel 1887) il primo figlio muore ancora piccolo di morbillo (1891).
Ma torniamo al libro.
Allan Quatermain, conosciuto anche come "il cacciatore" o ancora Macumazahn, un giorno viene raggiunto dai vecchi amici di avventura, Sir Henry Curtis e il Capitano John Good. Gli amici non si vedevano dai tempi della loro precedente avventura nel Kukuanaland, tre anni prima, alla ricerca delle miniere di Re Salomone.
In pochi istanti i vecchi amici decidono di lasciare la civiltà e partire per l'Africa, alla ricerca di una fantastica tribù dalla pelle bianca che vive isolata all'interno di una vallata di una catena montuosa non ancora esplorata: il popolo di Zu-Vendis.
Le avventure si susseguono senza sosta. I tre amici incontrano lungo la strada Umslopogaas, un nobile combattente Zulu, già loro compagno di viaggio nella precedente avventura. Combattono contro i selvaggi, lottano contro mostri e rischiano di morire tra le acque di un fiume sotterraneo, per la lava di un vulcano, tra le chele di mostri giganteschi...
Poi, finalmente giungono alla meta dove due splendide regine, Sorais e Nyleptha li salvano dalla morte, li accolgono e si innamorano... ma con l'amore arrivano anche i guai!

Infatti "Hell hath no fury like a woman scorned", e se la donna è una regina...
 
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

sabato 2 agosto 2014

La sicurezza delle informazioni, di Nicola AMATO


(... nel contesto evolutivo del binomio comunicazione-informatica).
 
Ho conosciuto Nicola diversi anni fà e questo è il suo secondo libro che leggo sull'argomento e anche questa volta sono restato piacevolmente colpito dalla sua capacità di rendere semplici e comprensibili argomenti in realtà molto complessi.
Comunicazione e informatica, due settori importanti che necessitano sempre più l'uno dell'altro.
 
Di cosa si parla nel libro?
Gli argomenti del libro sono tratti principalmente dalle lezioni tenute all'Università Insubria di Scienze della Comunicazione di Varese e trattano di sicurezza delle informazioni, dell'evoluzione delle tecnologie informatiche e delle relazioni con la comunicazione e di crittografia.
 
Nicola nella parte iniziale del libro chiarisce qual è l'importanza della sicurezza delle informazioni non solo ai giorni nostri, dalla sicurezza delle informazioni sono infatti dipesi gli esiti delle guerre di tutti i tempi.
 
Ma quali sono gli obiettivi della sicurezza informatica?
Quali sono le tipologie comunicative?
Come si garantisce la sicurezza delle informazioni?
Quali sono gli attacchi più frequenti ai sistemi informativi?
Spoofing, sniffing, shadow server, denial of service, browser hijacking e altre tecniche sono spiegate in modo semplice e con esempi alla portata di tutti.
 
Queste e tante altre le curiosità che nel libro (in edizione e-book) trovano risposta...
 
All'autore e amico Nicola Amato vanno i miei complimenti!
 
A tutti i lettori curiosi auguro buona lettura...
 
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO
 

lunedì 7 luglio 2014

Dracula, di Bram Stoker



Son so perchè ma ero convinto di aver letto da tempo uno dei classici del romanzo gotico, "Dracula", di Bram Stoker, scrittore irlandese (1847-1912). Eppure si trattava di una mia falsa convinzione, forse basata sui tanti film di vampiri che sono usciti in questi ultimi anni, forse un semplice errore.
Qualche settimana fa, mentre mi aggiravo tra gli scaffali della mia libreria personale, ho ritrovato il libro di Dracula, in lingua originale, comprato anni fa e mai letto, così mi sono reso conto che non conoscevo la storia del Dracula di Stoker ma solo alcuni luoghi comuni sui vampiri, il loro odio per l'aglio, la mancanza di immagine riflessa nello specchio, i poteri mentali che i vampiri esercitano sulle loro vittime e poco altro.
La storia si svolge tra la Transilvania e Londra e vede un gruppo di uomini impegnati nella lotta contro il male rappresentato da Dracula, un Conte non-morto, che dopo secoli di vita ritirata nella lontana Transilvania ha deciso di trasferirsi a Londra.
Stoker racconta la lotta contro questo mostro per il tramite dei diari dei protagonisti del romanzo attraverso articoli di giornale attraverso cui è possibile ricostruire lo sviluppo delle azioni.
Talvolta questi diari si sovrappongono, si intrecciano, sembra perfino che si allontanino dal filo principale del racconto per poi farvi immancabilmente ritorno.
Jonathan Harker, avvocato londinese, viene inviato dalla sua società presso il Conte Dracula per aiutarlo a preparasi alla nuova vita a Londra.
Il viaggio di avvicinamento al castello viene raccontato con maestria da Stoker che mette ben in evidenza i sentimenti della popolazione circostante nei confronti del Conte, temuto da tutti.
Jonathan porta a compimento il suo lavoro, rendendosi conto troppo tardi di trovarsi prigioniero nel castello del Conte...
 
Riuscirà a fuggire?
Riuscirà a tornare a Londra dalla sua amata Mina?
Chi è veramente il Conte Dracula?
 
Il libro ci racconterà tutto con dovizia di particolari... per cui, buona lettura a tutti!
 
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO 

giovedì 3 luglio 2014

Su goppai miu de Casteddu (Il mio compare di Cagliari)

Ancora si raccontano, a Gesico, storielle antiche che parlano dell'ingenuità delle persone umili.
Eccone una, raccontata da mia nonna Annunziata Carboni, che la cara zia Nina pochi giorni fa ha riportato alla mia memoria.

Un signore deve mandare un dono ad un compare che abita a Cagliari.
Siamo negli anni '50.
Chiama la domestica e le dice: "Porta custu presenti a goppai Luigi".
     (Porta questo regalo a compare Luigi)
La ragazza, un po preoccupata risponde: "Sissignore, ma in dui dia deppi pottai?"
     (Sissignore, ma dove lo devo portare?)
"A Casteddu 'ndui bivvidi su goppai miu!"
     (A Cagliari, dove vive compare Luigi)
"A Casteddu?" Risponde la domestica.
     (A Cagliari?)
"Ma su merixeddu miu caru, deu non mi sciu giostrai beni in Casteddu, ma bandu cun d'una amiga mia cara, issa esti prusu acculturada de mei".
     (Ma, padroncino mio caro, io non mi so giostrare bene a Cagliari, ma vado con una mia amica che è più acculturata)
Così le due ragazze partono per la città.
Una volta arrivate, la ragazza più sveglia chiede all'altra quale fosse l'indirizzo.
La domestica risponde: "Su merixeddu m'a nau de bussai e domandai de goppai Luigi"
      (Il padroncino mi ha detto di bussare e chiedere di compare Luigi)
Così le due ragazze bussano alla prima porta che trovano.
- "Cosa volete?" Risponde una voce da dietro la porta chiusa.
"Esti vi signoria goppai Luigi?" Dicono timidamente le due ragazze paesane.
      (E' Lei compare Luigi?)
- Andate via, puttane zozze! Risponde una voce dall'interno scambiandole per donne di malaffare.
Le ragazze, capendo male, ringraziano e si allontanano.
"Duncasa, deppeusu bussai in cussa via e in cussa porta! DIce la più acculturata alla domestica.
     (Dunque, dobbiamo bussare in quella via e in quella porta.)
Si spostano di pochi metri e bussano ancora: - Toc, toc...
"Bivvidi innoi su signori nostru?" Chiedono ancora le due ragazze.
     (Abita qui, il signore nostro?)
Affacciandosi, una voce gentile risponde: "Chi cercate, signorine belle?"
"Ciccausu su signori nostru. Pottausu uno presenti de su goppai de vi signoria"
     (Cerchiamo il nostro signore. Portiamo un dono del suo compare.)
- Entrate pure - risponde l'uomo pregustando i doni - Cosa mi manda il mio bravo compare? Chiede interessato.
"Pottausu unu porceddu, pani de simbua e is pardulasa po fai una bella Pasca."
     (Portiamo un maialetto, pane di semola e le formaggelle per fare una buona Pasqua)
- Ma prego, accomodatevi pure. Risponde l'uomo furbescamente, approfittando della ingenuità delle due ragazze.
- Siete arrivate nella casa giusta e ringraziate tanto il compare per essersi disturbato con tutto questo ben di dio.
Le ragazze così tornano a casa soddisfatte.
Al loro rientro il padrone chiede come è stato il viaggio e se è stato facile trovare il compare.
"Facili facili, eusu bussau in sa prima porta e s'anti arrespustu - in cussa via e in cussa porta! -
      (Facilissimo, abbiamo bussato alla prima porta che ci è capitata e ci hanno risposto "in quella via e in quella porta")
Il padrone è così soddisfatto del lavoro svolto, ignorando però che il suo compare non aveva ricevuto niente!

Demuro Fernanda

sabato 14 giugno 2014

Il Cardinale di Richelieu, di Michele L. Straniero

Diversi anni fa lessi, per la prima volta, la biografia di Richelieu. Probabilmente lo feci in un momento in cui la mia mente era occupata da tanti pensieri perchè in linea di massima non ricordavo niente oltre il fatto di aver già letto il libro.
Così qualche giorno fa, mentre sceglievo nella mia biblioteca il libro che mi avrebbe accompagnato per una settimana, imbattendomi sulla vecchia copertina in finta pelle della biografia del Cardinale, non ho avuto dubbi, avrei riletto un libro, come se fosse la prima volta!

Richelieu, al secolo Armando Giovanni du Plessis, duca di Richelieu, nasce a Richelieu, nel Poitou, il 9 settembre 1585. Nei primi anni il giovane Richelieu, era un ragazzo di salute cagionevole. Fu istruito a casa fino all'età di nove anni, poi frequentò il collegio di Navarra e quindi l'Accademia militare. Qualche anno dopo il fratello Alfonso, rifiutò il vescovado di Lucon, da tempo appannaggio della famiglia Richelieu; Armando, allora diciassettenne, prese la palla al balzo e si buttò nello studio della teologia per diventare vescovo. All'età di ventun anni diviene vescovo, conclude anche gli studi accademici e si reca a Roma a fare scuola di vita. Grazie alla sua intelligenza entra velocemente nelle grazie del papa Paolo V.
L'incontro casuale tra Richelieu e il nobile Francesco Leclerc du Tremblay (che sarà conosciuto come eminenza grigia), diventato cappuccino nonostante il volere della famiglia, diede vita ad una coppia inseparabile e vincente, che avrebbe affrontato assieme le vicissitudini del tempo guidando la Francia di Luigi XIII attraverso le guerre e gli intrighi di corte per portarlo verso la creazione di una nuova Francia.

La vita di Richelieu e gli intrighi di corte sono magistralmente raccontati nel libro anche facendo spesso parallelismi con il più famoso libro "I tre moschettieri" di Dumas e con precedenti biografie tra queste una sicuramente interessante che spero di riuscire a leggere di Aldous Huxley.

Un'ultima frase di Richelieu mi ha colpito per la sua forza e per il valore che ha mantenuto nel tempo: "Essere rigoroso verso i privati che si fanno una gloria di disprezzare le leggi e le ordinanze dello Stato, vuol dire fare il bene pubblico".

Bellissima biografia, da leggere per chi vuole capire meglio le origini della Europa dei nostri giorni.

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

venerdì 6 giugno 2014

Churchill , di Martin Gilbert

Chi non ha sentito parlare di Churchill?
Chi non ha visto qualche sua immagine, magari col sigaro in bocca e il pastrano tutto sdrucito?
Winston Churchill mi ha sempre affascinato e il desiderio di conoscerlo meglio mi ha portato a leggere la sua biografia, scritta da Gilbert, suo biografo ufficiale.
Winston Leonard Spencer Churchill nasce il 30 novembre 1874 nel palazzo di famiglia, Blenheim Palace, a Woodstock, nei pressi di Oxford, il nome altisonante dovrebbe far capire che la sua sarà un vita ricca e interessante ma il piccolo Winston era un po ribelle e il padre non lo considerava all'altezza dei compiti che avrebbe dovuto affrontare in qualità di membro di una importante famiglia quale la loro era. A scuola era irrequieto e il rendimento generale non era elevato anche se col tempo imparò ad essere più disciplinato. La famiglia era sempre lontana e lui crebbe nei vari istituti scolastici con brevi visite presso la famiglia.
Entrò al Royal Military College di Sandhurst dove scopre come incanalare le sue energie in un lavoro faticoso quale è quello del militare. Nel mentre scrive per i giornali del luogo e tiene comizi politici per il partito cui fa il tifo partecipando a pieno titolo alla vita sociale e politica del Paese.
Nel 1895 Churchill diviene Ufficiale di Cavalleria e viene assegnato al 4° Ussari, dove inizia la sua carriera militare, che amerà per tutta la vita e alternerà alle attività di politico, giornalista e scrittore.
La vita militare lo entusiasmava, partecipò a diverse guerre, la Gran Bretagna gliene dava l'occasione grazie all'Impero sempre in subbuglio. Durante i suoi viaggi conobbe tanti militari cui resterà sempre affezionato. La sua carriera politica lo porterà comunque a incontrarli ancora.
Il periodo in cui visse, con le due guerre mondiali, fece di Churchill un eroe della resistenza antinazista in Europa e, forse, il maggior artefice della sconfitta di Hitler, che lo temeva per la sua acutezza e forza di volontà.
Churchill, nonostante i suoi incarichi importanti, non dimenticò mai di parlare con i suoi uomini, civili o militari che fossero, per incitarli in ogni occasione a fare del loro meglio e questo forse fu il suo più grande merito.
 
La biografia di Churchill non può mancare nella biblioteca di casa e la sua vita andrebbe sempre tenuta ad esempio per le giovani generazioni, non solo inglesi!

Alessandro Giovanni Paolo Rugolo

domenica 1 giugno 2014

Anteprima: Storia della Sardegna antica

Cari amici, penso sia arrivato il momento di cominciare a parlare del mio prossimo libro, Storia della Sardegna antica, che dopo anni di ricerche sto terminando di scrivere.
Oggi, vi voglio regalare un capitolo, anche perchè vorrei avere vostri suggerimenti.
Ma non voglio farvi perdere tempo, ecco il capitolo che parla della storia dei nomi della nostra amata isola, la Sardegna, sperando sia di vostro interesse e che possiate trovare parte delle radici della nostra terra.
Sardegna... storia di un nome

Prima di passare la parola agli storici vorrei parlare brevemente del nome "Sardegna".

Tutti i sardi sanno che l'isola in passato ha avuto altri nomi, uno dei più famosi è Ichnusa1, ma non è l'unico e non è neanche il più antico.

Francisco de Vico, nel suo testo "Historia generale de la Isla y Reyno de Sardeña"2ci dice che il primo nome che ebbe l'isola gli fu dato dai suoi primi abitatori, gli ebrei, che la chiamarono "Cados Sene" il cui significato sarebbe "Calzare Sacro", probabilmente per la sua forma simile all'impronta di un piede o calzare. I greci diedero poi il nome di Ichnusa che vuol dire la stessa cosa, calzare santo.

Sempre De Vico ci dice che secondo Beroso, sacerdote babilonese del terzo secolo a.C. (perché poi un babilonese si sia occupato della Sardegna è tutto da capire!), il termine Sandaliotes era stato attribuito all'isola dagli abitanti che avevano preceduto i greci, a detta sua questi furono i principi vetuloni o toscani, gli etruschi. Poi arrivò in Sardegna Ercole che chiamò l'isola Iolea, per alcuni dal nome di Iole sua moglie,secondo un'altra versione dal nome di Iolao, suo nipote. Dopo Iolao, un figlio di Ercole di nome Sardo divenne Re e da lui l'isola prese il nome che porta ancora oggi: Sardegna.

Qualche secolo dopo De Vico, nell'anno 1792, l'abate gesuita Matteo Madao nelle sue “Dissertazioni Storiche e apologetiche critiche delle Sarde Antichità” scrive: “Assai più forte congettura che le sposte non sono, per provar e chiarire il nostro argomento, e per mostrare l'antidiluviana popolazione di quest'isola, pare che sia un'altra, che qui addurremo, la quale si tira dal primo e prisco nome Cadossene, onde, secondo Beroso, Solino, Plinio, Annio di Viterbo, Pineda, Albertino, ed altri storici autori, la Sardegna fu chiamata sin dal principio dell'antichissima sua fondazione: nome ebraico, composto di due vocaboli, i quali uniti significano pianella, o sandalo santo e divino (epperò Cados valesanto, e Sene pianella, o sandalo in lingua ebrea, o aramea), che per trovarlo i Greci, antichissimi abitatori d'essa Sardegna, assai proprio e significante, e adattato alla di lei figura di uman vestigio, il voltaron poi nel greco Sandaliothis, affatto corrispondente a Cadossene, non meno nel significato che nel congiungimento dei due vocaboli, i quali al pari de' due suddetti ebrei esprimono in greco la forma della stess'isola dacchè Sandalion significa sandalo, o pianella, e Theion, forma neutra di theios, santo e divino”.

Il nostro Madao riporta anche i commenti di Francesco Sansovino al testo di Beroso: “Cadossene, che i Greci dicono Sandalioti, i Latini Sancta Crepida, e noi Sardigna”...

Poco avanti, nello stesso libro, il padre gesuita, parlando della discendenza di Adamo e del significato dei primi nomi dati alle regioni del mondo dai colonizzatori ebrei, aggiunge: “Cadossene, onde l'isola di Sardegna da' primi di lei abitatori fu chiamata, ed al quale poi nei secoli postdiluviani altri nuovi nomi via via succedettero per appellarla, come Sandaliotis, Icnusa, Munivia3,Sardon, Sardinia, inventati da' Greci, da Fenicj, e Romani”.

Ed ecco così ancora due nomi, Sardon e Munivia, che riemergono dal passato e dai testi di autori antichi ormai dimenticati. Procopio invece dice che “Sardò è il proprio nome di questa che chiamasi ora Sardegna".

Come avrete notato non sempre gli autori concordano sull'origine dei nomi, questa è una cosa molto comune quando si parla dei tempi antichi, ed essendo la Sardegna terra antichissima, purtroppo è soggetta a questo problema.

Come comportarsi allora, vi chiederete.

Se volete, fate come faccio io, raccogliete tutte le testimonianze e fatevi una vostra idea della cosa più probabile, senza pretendere di arrivare alla verità, probabilmente persa per sempre nelle nebbie del passato più remoto.

Riassumendo, la terra che oggi è conosciuta col nome di Sardegna di oggi ebbe diversi nomi nel tempo e a seconda delle lingue dei popoli usate per descriverla: Cados Sene, Iolea, Munivia (e forse, Gadyla), Ichnusa, Sandaliotis, Sardon, Sancta Crepida e infine Sardegna, probabilmente ve ne sono altri che non conosco e ciò mi spinge a proseguire le ricerche.

Note:

1Ιχνουσσα in greco antico, traslitterato come Hyknusa o Icnussa.

2 Testo pubblicato a Barcellona nel 1639.

3 Sulla "Revue des deux mondes. Sept. 1836, tomo 7, pag. 543-564", in un testo di natura controversa, ho trovato anche il nome di Gadyla, ma di questo non sono certo. Vedi: Sulla scoperta d'un manoscritto contenente la traduzione di Sanchuniathon, di Filone di Biblos. sul mio sito, all'indirizzo http://tuttologi-accademia.blogspot.it/2013/07/sulla-storia-dei-fenici-secondo.html.


Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

venerdì 23 maggio 2014

L'Europa crolla sotto il suo stesso peso

Europa, un sogno di molte generazioni.
Il sogno di vedere le Nazioni europee finalmente in pace, desiderio sempre più forte di chi visse e combattè le due Guerre Mondiali, un sogno troppo lontano dalle generazioni attuali, che di quelle guerre ricorda forse poche cose, sentite forse durante una lezione di storia.
Dell'Europa oggi cosa vediamo?
L'Euro e poco altro.
Non esiste neanche una rete televisiva europea che ci tenga informati su quello che si sta facendo per tutti.
Non esiste un documento che dica, in vece che "Italiano", "Spagnolo", "Tedesco", semplicemente "Europeo".
Non esiste una lingua usata da tutti per il lavoro quotidiano o anche solo per la burocrazia. E dico di più, non esiste e non esisterà, anche perchè la lingua più parlata è l'Inglese e gli inglesi non fanno neanche parte a pieno titolo dell'Unione Europea!
Ma cosa ha affossato realmente l'Europa in questi anni?
L'Europa stessa!
O meglio la mancanza dell'Europa.
Devo dire che mi sono sentito sempre poco europeo, purtroppo.
Cosa ha fatto per me l'Europa?
A occhio e croce niente, anche se forse occorrerebbe mettere sul piatto della bilancia anche l'assenza di guerre negli ultimi settanta anni.
In ogni caso, l'Europa ha creato solo burocrazia e sovrastrutture statuali assolutamente lontane dal cittadino comune che non ha avuto alcun nuovo modo di conoscere l'Europa. Ecco, la burocrazia ha distrutto l'Europa sul nascere.
Un'Europa che voglia contare qualcosa dovrebbe essere più presente nella vita di tutti i giorni, un modo sarebbe quello di aprire un televisione Europea, che trasmetta su tutto il territorio europeo, usando magari le lingue europee a rotazione per trasmettere però gli stessi messaggi: noi europei esistiamo e siamo qui, affianco a voi, tutti i giorni!
Ma ora, forse, è già troppo tardi...
 
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

domenica 18 maggio 2014

Gesico - Is berbus de s'ogu pigau (preghiere contro il malocchio)


“Berbu era in Sardo antico il vocabolo ordinario per ‘parola’ [..] oggi si usa solo
al plurale (Logudorese: sos berbos; campidanese: is brebus) e significa gli scongiuri e le formole per attirare la fortuna, per allontanare i fulmini, per trovare le cose smarrite, per fugare i diavoli, i dolori ecc. e per far arrivare le pallottole al cuore del nemico;” (La lingua Sarda, Max Leopold Wagner, pag. 103) in questo modo Max Leopold Wagner, descrive il significato del termine ‘berbu/brebu’.
Ma cos’è ‘s’ogu pigau’?
Il malocchio; quando parlo di quest’argomento con gli anziani del mio paese si sente in loro una certa riluttanza, dicono e non dicono, parlano sottovoce, come se avessero paura o meglio, come se fosse un argomento tabù.
La frase più ricorrente è: “.. le formule sono segrete e devono restare tali perché facciano effetto...”.
Qualche anno fa, quando cominciai ad interessarmi di tradizioni popolari, chiesi di sapere quali frasi venivano pronunciate “da su brusciu”(lo stregone) per curare i porri, mi fu detto che ‘is brebus’ non si potevano raccontare, se volevo conoscerli ‘du su deppìu furai’(avrei dovuto rubarli, sottrarli).
Da allora cominciai a documentarmi, chiesi informazioni, cercai sui testi, tesi le orecchie discretamente ogni volta che si toccava l’argomento finché, non so bene se per caso o per costanza, sono riuscito a carpire alcune frasi ‘de sa meiscina de s’ogu pigau (la cura contro il malocchio) .Ho già parlato in altre occasioni di questo argomento (vedi “In Sardegna” n° 16 e “Il Notiziario n° 6), ma sempre in modo volutamente superficiale in quanto ero in possesso di dati incompleti, ora credo sia arrivato il momento di approfondire il discorso in quanto sono venuto a conoscenza di tre versioni de ‘is brebus’ per cui è possibile fare dei raffronti e delle considerazioni.
In primo luogo vorrei chiarire che ‘is brebus’ sono delle preghiere (che potremo comprendere tra la magia bianca) formulate probabilmente nel tardo Medio Evo e trasmesse sempre oralmente per cui ciò che scriverò potrebbe essere in parte errato o incompleto. Affinché facessero effetto, is brebus, dovevano essere recitati da ‘su brusciu’ che avrebbe dovuto rubarli ad uno stregone anziano al termine della sua carriera. Da parte del malato è richiesta fede incondizionata nel guaritore; quando ciò non è possibile, perché il malato è un bambino piccolo o un animale, devono essere i genitori o il proprietario ad aver fede.
Su brusciu serio non chiedeva compenso per la sua opera ma spesso riceveva dei regali per ringraziamento.Alcuni guaritori, prima di effettuare ‘sa meiscina’ si assicurano che il presunto malato sia effettivamente ‘pigau de ogu’, a tal fine utilizzano un bicchiere d’acqua e dei chicchi di grano o di sale grosso che, fatti cadere nell’acqua, permettono all’occhio attento del guaritore di leggere il responso.
Si procede immediatamente dopo alla recitazione de is brebus che spesso terminano con il segno della croce o con la imposizione delle mani. La trasmissione de is brebus era esclusivamente orale si potevano verificare delle variazioni dal testo originale dovute ad incomprensioni, inoltre normalmente, su brusciu o il suo equivalente femminile, “sa coga”(la strega) , non conosceva il significato delle preghiere in quanto alcune volte vi erano termini in latino o greco e conseguentemente non erano in grado di correggere eventuali errori che quindi venivano tramandati. Per chiarezza espositiva chiamerò le tre versioni con una lettera maiuscola (A,B,C) e numererò le righe (per esempio A.13 significa versione A, riga 13) in questo modo si potranno fare dei riferimenti in maniera semplice e concisa. Per ultimo voglio dire che i versi in sardo sono scritti così come si pronunciano senza utilizzare nessun sistema di trascrizione fonetica che risulterebbe utile solo ai conoscitori della lingua sarda ma di difficile interpretazione per tutti gli altri lettori.
Versione A
A.1 Gesusu e Santu Antiogu - Gesù e Sant’Antioco
A.2 T’anti pigau de ogu - ti hanno attaccato il malocchio
A.3 Santu Liberau - Santo Liberato
A.4 De ogu t’anti pigau - ti hanno attaccato il malocchio
A.5 Santu Pianu Conti - Santo Pianu Conti (?)
A.6 Ti pongiu manu in fronti - ti poggio la mano sulla fronte
A.7 Ti pongiu manu in testa - ti poggio la mano sulla testa
A.8 Chi no timmas nottesta - affinché tu non tema questa notte
A.9 E ni per una notti - e nessun’altra notte
A.10 Santu Giuanni Battista - San Giovanni Battista
A.11 Ti torridi cara e vista - ti restituisca il colorito e la vista
A.12 Santa Maria Clara - Santa Maria Clara
A.13 Ti torridi vista e cara. - Ti restituisca la vista e il colorito.
A.14 Santa Lucia de oristanisi - Santa Lucia d’Oristano
A.15 Tottusu beninti imparisi - tutti arrivano assieme
A.16 Dopu de custa notti - dopo questa notte
A.17 Pregai a Deusu - pregate Dio
A.18 Santi Basili dottori - San Basilio dottore
A.19 Ca fusti meigadori - che fosti guaritore (?)
A.20 Fusti meigheri - fosti guaritore (?)
A.21 Paga no pigheisi - non prendete paga
A.22 Non di pigheisi paga - non prendete paga
A.23 Scetti s’anima salva - solo l’anima (abbiate) salva
A.24 E chi si’nda pigau - e chi si è fatto pagare
A.25 sia pedronau - sia perdonato
A.26 Santu Damiau lusci - San Damiano luminoso
A.27 E ti fazzu sa gruxi - ti segno con la croce
A.28 E ti azziu sa manu - ti impongo la mano
A.29 In nomini ‘e su Babbu - nel nome del Padre
A.30 De su Fillu - del Figlio
A.31 e su Spiritu Santu - e dello Spirito Santo.

Versione B
B.1 Gesusu e Santu Antiogu - Gesù e Sant’Antioco
B.2 T’anti pigau de ogu - ti hanno attaccato il malocchio
B.3 Santu Liberau - San Liberato
B.4 De ogu t’anti pigau - ti hanno attaccato il malocchio
B.5 Santu Giuanni Battista - San Giovanni Battista
B.6 Chi ti torridi forza, poderi e vista - ti restituisca forza, potere e vista
B.7 Santa Maria Clara - Santa Maria Clara
B.8 Chi ti torridi sa gana. - Ti restituisca la voglia
B.9 Santa Lucia de Tertenia, d’Escuveri e de Oristani - Santa Lucia di Tertenia, d’Escuveri e d’Oristano
B.10 Tottus bengianta imparisi - tutte vengano assieme
B.11 Po abrebai a tia - per farti gli scongiuri
B.12 Santu Pianu Conti - Santo Pianu Conti (?)
B.13 Ti pongiu manu in fronti - ti poggio la mano in fronte
B.14 Ti pongiu manu in testa - ti poggio la mano in testa
B.15 Chi no timmas nottesta - affinché non tema questa notte
B.16 E ni per una notti. - ne nessun’altra notte
B.17 Luisu manu e dottori - Luigi (?) mano di dottore
B.18 Ca fu meigadori - che fosti guaritore (?)
B.19 Ca fu meigheri - che fosti guaritore (?)
B.20 Paga non di pigheisi - non prendete paga
B.21 Scetti s’anima salva - solo l’anima (abbiate) salva
B.22 E no di pigheisi paga. - E non prendete paga
B.23 Cristo rendi - Cristo rendi (?)
B.24 D’ognia mali defendi - da tutti i mali difendi
B.25 A chini ti dda pigau - a chi te l’ha preso (?)
B.26 Sia pedronau - sia perdonato
B.27 Cosimo e Damianu - Cosimo e Damiano
B.28 Deu ti fazzu sa meiscina - io ti faccio la medicina
B.29 E Deusu ti azzi sa manu - e Dio ti imponga la mano
(ripetere per tre volte)

Versione C
C.1 Gesusu e Santu Antiogu - Gesù e Sant’Antioco
C.2 T’anti pigau de ogu - ti hanno attaccato il malocchio
C.3 Santu Liberau - San Liberato
C.4 De ogu t’anti pigau - Ti hanno attaccato il malocchio
C.5 Santu Patriarca - San Patriarca
C.6 Ti torridi sa tracca - ti restituisca lo scheletro
C.7 Santu Giuanni Battista (nome del malato) - San Giovanni Battista (..)
C.8 ti torridi gana e vista - ti restituisca voglia e vista
C.9 Santa Maria Clara - Santa Maria Clara
C.10 Chi ti torridi vista e gana. - Ti restituisca vista e voglia
C.11 Santa Lucia de Oristanisi - Santa Lucia d’Oristano
C.12 Tottus bengianta imparisi - tutte vengano assieme
C.13 Aintru de custa die - durante questo giorno
C.14 po abrebai a tie - per farti gli scongiuri
C.15 Santu Pianu Conti - San Pianu Conti (?)
C.16 Ti pongiu manu in fronti - ti poggio la mano in fronte
C.17 Ti pongiu manu in testa - ti poggio la mano in testa
C.18 Chi non timmas nottesta - affinché non tema questa notte
C.19 E ni d’ognia notti - e nessun’altra notte
C.20 Santu Pianu Conti. - San Pianu Conti (?)
C.21 Basili mannu dottori - Basilio gran dottore
C.22 Ca furia meigadori - che fu guaritore (?)
C.23 Ca furia meigheri - che fu guaritore (?)
C.24 Paga non ddi pigheisi - non prendete paga
C.25 Scetti s’anima salva - solo l’anima (abbiate) salva
C.26 non ddi pigheisi paga. - Non prendete paga
C.27 Cristo arrendi - Cristo ‘arrendi’ (?)
C.28 D’ognia mali difendi - da tutti i mali difendi
C.29 A chi ti dda pigau - a chi te l’ha preso
C.30 Chi siada pedronau - sia perdonato
C.31 Cosimo e Damianu - Cosimo e Damiano
C.32 Deus ti torri sa vista - Dio ti restituisca la vista
C.33 E ti pesi sa manu - e ti imponga la mano.
Come si può notare le tre versioni sono molto simili e probabilmente d’origine comune, alla base delle ‘preghiere’ è posta la fede nei santi come guaritori.
Ma come nascono queste preghiere e quando? Difficile dirlo, in Gesico non ho mai trovato niente di scritto attinente ai brebus de s’ogu pigau, sembra che questi esistano solo nella tradizione orale, inoltre diventa sempre più difficile trovare qualcuno che li conosca e si ricordi bene a memoria tutto. Probabilmente vengono tramandati da qualche secolo ma non ho trovato alcun riferimento temporale. Per quanto riguarda la provenienza, penso siano nati nel campidano visti i termini utilizzati e la forma delle frasi, anche se alcuni passi mi lasciano dubbioso, sarebbe interessante effettuare uno studio della distribuzione di questi brebus per capire la zona di provenienza. Ho trovato qualche difficoltà nella interpretazione dei termini ‘meigadori’ e ‘meigheri’, potrebbe darsi che questi siano da ricollegarsi al logudorese ‘meigu’ che significa medico e quindi gli si potrebbe dare il significato di ‘guaritore’, questo significato sembra attribuibile, almeno leggendo la versione A, infatti: A17 Santi Basili dottori A18 ca fusti meigadori A19 fusti meigheri… Eppure la versione A è quella che ritengo più incompleta e meno corretta, così, analizzando bene le altre versioni si nota che nella B sparisce ‘Santi Basili’ per lasciar spazio ad un fantomatico ‘Luisu’ (Luigi?) senza dire niente riguardo alla sua santità. Nella versione C si torna a ‘Basili’ senza chiamarlo ‘Santi’, chiamandolo ‘mannu dottori’ cioè ‘gran dottore’. Come mai tutte queste varianti del tema? Si potrebbe ipotizzare che questo passo fosse particolarmente oscuro a coloro che nel tempo si sono tramandati is brebus, la cattiva comprensione del passo originale potrebbe aver favorito il nascere di diverse versioni, eppure a prima vista non sembra che vi siano cose strane (a parte i termini ‘meigheri’ e ‘meigadori’).
In un primo tempo ho pensato che nella versione C fosse andato perduto l’appellativo di ‘Santi’ per ‘Basili’, ma poi, ripensandoci, è strano che solo in una delle tre versioni si riporti questo termine così importante, si potrebbe pensare che ‘Basili’ non sia un santo e che tutta la frase abbia un altro significato.
E’ stato quasi per caso che, leggendo il libro ‘La lingua Sarda’, mi sono imbattuto nella frase “.. magistrato giudiziario ed amministrativo ad un tempo, che rappresentava il giudice nelle singole regioni (curatorìas) e governava a suo nome. Il curatore maiore corrisponde al "megas courator" (courator ton basilicon oikon della corte bizantina)” (La lingua Sarda, Max Leopold Wagner, pagg. 166-167) Ora, la frase ‘Basili mannu dottori’ potrebbe essere una cattiva interpretazione del greco megas=grande=>mannu e courator=curatore=>dottori, quindi il termine ‘Basili’ non è il nome di un santo ma il 'basilicon' or ora visto.
(Maggio 2014) Voglio aggiungere ancora una possibilità, leggendo "Storia della Medicina e dell'Assistenza per le Professioni Sanitarie" di Enzo Cantarano e Luisa Carini, mi sono imbattuto ancora una volta in San Basilio Magno, che istituì il cenobitismo maschile in Oriente. Riporto direttamente dal testo: "nella sua Regola, ispiratrice di quella di San Benedetto, assegnava un posto preminente alla cura del malato. Egli istituì in Cappadocia, regione dell'Asia Minore, la prima struttura ospitaliero-assistenziale, la Basiliade, che costituì esempio per analoghe istituzioni religiose e statali". A questo punto è probabile che l'interpretazione debba andare verso la direzione di San Basilio in quanto precursore dell'assistenza dei malati.
Vorrei ora evidenziare brevemente le caratteristiche principali delle tre versioni.
I tratti caratteristici della versione A sono: l’uso del termine ‘cara’ come ‘colorito della pelle’; l’appellativo di ‘santi’ per ‘Basili’.
Nella versione B si ha: in B.9 e B.10 si ha concordanza di numero, cosa che non si ha nelle altre versioni. non si cita ‘Basili’ ma ‘Luisu’.
Nella versione C, infine, si può leggere: C.5 Santu Patriarca C.6 ti torridi sa tracca.
Vorrei far notare come nella B e C sia presente la strofa: Cristo (ar)rendi D’ognia mali defendi A chi(ni) ti dd’a pigau Sia pedronau Assente nella A, nella quale compaiono solo le ultime due righe in A.23 e A.24.
Ritengo che le B.23, B.24 e le C.29, C.30 siano da leggere così: a chini ‘de ogu’ t’adi pigau sia pedronau. Il termine ‘rendi’ o ‘arrendi’ non mi è stato spiegato, forse è il termine ‘Rei’ per Re, ma potrebbe anche essere ‘redentore’.
Sono convinto che vi siano ancora tante cose da dire su questi brebus e spero che ciò serva a salvare questi resti di antichità per tanto tempo tenuti nascosti alla conoscenza umana, anche perché queste preghiere giungono a noi direttamente dal passato avendo subito ben pochi cambiamenti, sono quindi testimoni della evoluzione della lingua sarda nel tempo.
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

Storia della Medicina e della Assistenza per le Professioni Sanitarie, di E.Cantarano e L. Carini

Il titolo dice tutto!
Il saggio che ho appena terminato di leggere è un testo universitario scritto da due Professori, per studenti universitari.
Talvolta questi saggi sono troppo pesanti da leggere ma non in questo caso.
Gli autori, Enzo Cantarano e Luisa Carini, riescono infatti a coinvolgere il lettore con uno stile pulito e avvincente. La storia della Medicina e dell'Assistenza per le Professioni Sanitarie ci introduce in un mondo di scoperte che accompagna la storia dell'uomo da millenni. Paura, malattia e morte e i metodi di allontanarle dalla nostra vita accompagnano il lettore nell'analisi delle civiltà del passato, fino ai giorni nostri.
L'ecletticità degli autori fa si che ogni pagina sia istruttiva ma allo stesso tempo ricca di curiosità che trascinano il lettore come in un libro di avventure ad andare sempre oltre e ad iniziare il proprio percorso di ricerca personale.
 
"Assistere, dal latino ad-stare, stare a fianco..." così deve essere l'assistenza!
 
La storia della Medicina e dell'Assistenza è strettamente legata a momenti storici particolari.
Eventi distruttivi quali le carestie, le guerre e la pesti (antiche e moderne) sono state infatti determinanti per lo sviluppo e la scoperta medica. Così affianco alla storia della Medicina si ripercorre a tappe la storia delle società umane per analizzare sotto un particolare punto di vista la nostra società.
 
Un testo interessante e che si pone come una guida nello studio e approfondimento della storia della Medicina e della Assistenza per le professioni sanitarie.
Stà poi a ognuno di noi approfondire secondo i propri gusti e interessi.
 
Buona lettura.
 
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

mercoledì 14 maggio 2014

Scarafaggi

Questa è una storia diversa dalle solite.
Non inizia con il solito "C'era una volta..." e non finisce con il matrimonio tra un principe ed una principessa stregata.
E' una storia diversa perché è una storia vera, anche se già so che nessuno di voi, dopo averla letta, lo crederà possibile. Ma siccome non ho più niente da perdere, perché non raccontare tutta la verità?
Tutto cominciò un maledetto giorno che mi farebbe piacere poter cancellare. Peccato che ciò non sia possibile!
Quella notte non avevo dormito bene. La sera prima avevo mangiato troppo e forse la digestione difficile era stata la causa dell'insonnia prima e degli incubi poi. Mi ero svegliato diverse volte nel cuore della notte tutto sudato e tremante, urlando.
Ricordavo un'ombra nera che mi inseguiva. Io correvo in un bosco di antiche querce che aveva qualcosa di sinistro. Mentre scappavo mi trovavo di colpo immerso in una pozza di fango e foglie. Ma il fango era rosso e appiccicoso, come il sangue. Mi sembrava di sentire ancora l'odore delle foglie in decomposizione misto al sangue rappreso. L'odore della morte.
In mezzo al fango galleggiavano teste di animali morti. Insetti e enormi scarafaggi mi circondavano e poi si arrampicavano sul mio corpo fino a che non mi svegliavo urlando.
Era stata una notte difficile.
La mattina mi alzai alla solita ora, mi infilai nella doccia per cercare di svegliarmi. L'acqua tiepida sulla pelle era piacevole e ricordo che pensai che sarebbe stata una bella giornata, nonostante gli incubi.
Uscii di casa per recarmi in ufficio, come tutte le mattine. Lungo la strada mi fermai a fare colazione al solito posto. Al bar ordinai un caffè bollente al banco.
Mentre sorseggiavo il caffè due ragazzi si sedettero vicino a me. Ordinarono due caffè e cominciarono a parlare in rumeno. Parlavano liberamente, non pensano che qualcuno potesse capirli. Io però capivo tutto, eredità di mia madre!
Parlavano in fretta e a voce bassa. Parlavano di qualcosa di urgente da fare. Non potevano mancare all'appuntamento. Dovevano prendere un pacco e consegnarlo ad una certa ora. Il più giovane era agitato, sembrava su di giri.
- ...e poi Buum! Erano state le sue ultime parole.
Mi alzai indifferente e pagato il caffè mi allontanai. I due avevano cattive intenzioni.
Forse dovrei andare alla polizia, pensai. Guardai l'orologio, era tardi. A qualunque cosa si riferissero non erano certo problemi miei. Ne avevo già abbastanza per mio conto. Che facciano quello che vogliono e vadano al diavolo. Non ho tempo per loro.
Arrivai in banca nel giro di pochi minuti. Il mio capo era all'ingresso e appena arrivato mi chiamò in disparte.
- Oggi abbiamo un cliente speciale Jonny, vorrei che te ne occupassi tu. Mi disse sorridendo. - Si tratta di un attore famoso che ha deciso di aprire un conto da noi. Mi raccomando, è un cliente importante e deve essere tutto perfetto.
- Naturalmente, grazie per la fiducia signore. La giornata si metteva bene! Pensai. Un nuovo cliente al mio portafoglio. Non capitava tutti i giorni.
Alle 14.00 arrivò il mio cliente speciale. Fu servito e riverito come si fa in questi casi e tutto andò per il meglio. Il capo era soddisfatto e io anche di più. La giornata si era decisamente messa bene nonostante l'inizio.
Ancora un'ora e la banca avrebbe chiuso. Non vedevo l'ora di tornare a casa.
Strinsi la mano al mio facoltoso cliente e lo invitai a venirci a trovare spesso. La sua mano era fredda, gelata. Non so per quale motivo pensai alla morte. La sua morte. La sua mano...
Di colpo l'incubo mi tornò in mente, più vivido che mai! Era come se mi trovassi immerso nel sonno, le foglie, gli insetti, il sangue appiccicoso... cercai di scuotermi, non era vero, era solo un incubo!
In quel momento due ragazzi entrarono in banca. Mi sembrava di conoscerli. Erano vestiti diversamente ma non avevo dubbi, si trattava dei due giovani rumeni incontrati al bar la mattina.
Uno di loro, il più giovane, poggiò la borsa che aveva sulle spalle in terra, estrasse una pistola da sotto il giubbotto e cominciò ad urlare frasi sconnesse.
I clienti della banca si erano buttati a terra e io ero li, bloccato, dall'odore delle foglie e del sangue che come nell'incubo sembrava ricoprire tutto e tutti.
Ci fu un'esplosione... buum! Aveva detto la mattina. Ma non erano problemi miei, come potevo sapere... come potevo immaginare...
Un'ombra nera sembrò calare su di me. Vedevo sangue dappertutto e poi svenni.
Da allora sono passati due mesi, io ora occupo stabilmente il letto numero 6 della clinica. Stabilmente... e si!
Nell'esplosione avevo perso le braccia, le gambe, l'udito e un occhio, però me l'ero cavata.
Dovevo ringraziare Dio, mi dicevano i medici. Al mio cliente speciale non era andata altrettanto bene. Era morto sul colpo e brandelli del suo corpo erano sparsi per tutta la banca. Sembrava il set di un film dell'orrore, mi dissero.
I due giovani erano morti anche loro. Avevano lasciato un video messaggio in cui annunciavano al mondo la nascita di una nuova organizzazione terroristica, il loro simbolo era un animale, uno scarafaggio insanguinato. Uno scarafaggio...
Forse, quella mattina sarei dovuto andare alla polizia, ma ormai era tardi per recriminare potevo solo continuare a pensare e sognare. Ogni notte un nuovo incubo tornava a trovarmi, ma quello si, non era un problema mio... oramai!

Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

mercoledì 7 maggio 2014

Per chi suona la campana, di Ernest Hemingway

Hemingway, uno dei più grandi scrittori americani del '900, conosciuto anche per i film tratti dai suoi libri, tra questi l'indimenticabile il vecchio e il mare, che ho letto tanti anni fa.
Nasce nel 1899 nei pressi di Chicago. Nel 1918 si arruola volontario nei servizi di autoambulanze e parte per il fronte italiano dove sarà ferito. Cronista e inviato di guerra per vari giornali americani, sarà influenzano tantissimo dalle vicende delle guerre cui assisterà.
Per chi suona la campana è ambientato in Spagna durante la guerra franchista che vede la Spagna impegnata in una lotta fratricida cui accorreranno da ogni parte del mondo sostenitori dell'una e dell'altra parte politica.
Scritto dall'autore dopo l'esperienza di corrispondente tra le fila degli antifascisti nel 1937, ci presenta una guerra silenziosa e di retrovia.
I suoi personaggi sono descritti magistralmente nella vita di tutti i giorni come nella violenza di quei giorni.
Robert Jordan è un professore americano arruolatosi in Spagna tra le fila degli antifascisti. Riceve il compito di far saltare un ponte e per far ciò si infiltra in territorio fascista dove lo aiuteranno un gruppo di antifascisti spagnoli guidati da Pablo e dalla sua donna, Pilar.
Nei pochi giorni in cui si svolge l'azione Robert troverà il tempo per riflettere sulla sua vita, sul suo passato e sul suo futuro visto che troverà anche il tempo di innamorarsi di Maria, una ragazza spagnola che ha subito violenza dai fascisti.
Pilar, la donna di Pablo,  dimostrerà tutta la sua forza aiutando Robert a portare a termine l'impresa.
 
La crudeltà della guerra, la morte e la sofferrenza accompagnano il lettore attraverso i racconti dei personaggi. Fascisti e antifascisti, comunisti e repubblicani sono uguali nella brutalità della guerra.
Le lotte ideologiche di quegli anni, il comunismo, l'ideale spagnolo del torero, la magia degli zingari fungono da contorno ad un grande libro, un libro da leggere e su cui riflettere, sempre.
 
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

venerdì 2 maggio 2014

Acheronte

- Tundalo, vieni qui!

La voce possente e cavernosa continuava a chiamarlo, ogni notte. Tundalo non riusciva a chiudere occhio senza che la voce lo chiamasse.

- Tundalo, vieni da me!

Continuava a sentire la voce anche quando era ubriaco. Anzi, in quelle condizioni sembrava fosse ancora più forte.  Tutto era cominciato qualche settimana prima e lui non riusciva ancora a capirne il motivo.

- Basta! Non ce la faccio più. Voglio dormire. Urlò Tundalo, colpendosi la testa con i pugni chiusi e strappandosi ciocche di capelli scuri senza risultato.
La voce continuava a chiamarlo, insistente.

- Tundalo, sono io, non mi riconosci?

- Io chi? Chi sei, cosa vuoi? Perchè mi torturi maledetto?

La voce pulsante non si fermava un attimo. Era da giorni che Tundalo non riusciva più a chiuder occhio e le forze gli venivano meno.

- Bravo Tundalo, abbandonati, vieni da me!

Chiuse gli occhi per l'ultima volta forse.

- Tundalo, vieni qua!

La voce ora era intorno a lui, sopra, sotto, davanti e dietro, proveniva da tutti i punti e da nessun luogo in particolare, però era diverso da prima. Prima veniva da dentro la sua testa. Ora la sua testa era avvolta dalla voce. Enorme, come una montagna, lo sovrastava.
E la testa non gli doleva più, ora sentiva solo paura. Una paura profonda e tremenda. Gli pareva di essere in una grotta, dentro una enorme montagna.
Davanti a lui due enormi occhi fiammeggianti lo guardavano fissamente.

- Finalmente sei arrivato! Disse la voce cavernosa, impersonale, tremenda a sentirsi.

Sotto gli occhi, più in basso, verso l'abisso, una enorme bocca fiammeggiante mostrava le sue tre gole profonde color lava. Il puzzo di zolfo riempiva l'aria ma Tundalo non aveva più bisogno di respirare dove si trovava.

- Chi sei, cosa vuoi da me? Urlò Tundalo fissando gli occhi del mostro.

Dalle gole del mostro provenivano gemiti e lamenti, come di uomini torturati da innumerevoli mostri.

- Vieni da me, entra... Proseguì la voce senza dare alcuna risposta. - Vieni, ti aspetto da tanto tempo ormai.

La puzza proveniva dalle gole, più in basso qualcosa si agitava. come un nido di serpenti in cui cade una preda viva. Rumori inquietanti provenivano dal basso, urla di uomini frammiste a urla di animali terribili. Ululati e guaiti animali si alternavano a implorazioni di pietà che poco avevano di umano.

- No, maledetto tu sia! No, non voglio...

- Vieni da me, è il tuo Destino. Vieni da me!

Una lingua bifida uscì dalla bocca puzzolente e lo afferrò, trascinandolo verso l'imboccatura di una delle gole di Acheronte.
Un nuovo lamento si aggiunse ai lamenti dei dannati, era la voce di Tundalo, ora e per sempre fuori dalla sua testa.
 
 Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO

martedì 29 aprile 2014

Borametz

- Ecco, siamo arrivati!
 
Le parole erano giunte piacevoli alle orecchie degli uomini del gruppo. Si tolsero gli zaini dalle spalle e li poggiarono sulle rocce assolate. Di fronte a loro un piccolo pianoro, dietro di loro il baratro che avevano appena scalato. Davanti a loro, oltre il pianoro che si estendeva per alcune decine di metri, una enorme vallata verde, ricca di corsi d'acqua e di piante, senza alcuna traccia della civiltà!
 
- Ora possiamo riposare. Mettete tutti gli zaini sulle rocce, non lasciateli a terra. Josè, Mario, montate le tende. Juan, prepara il fuoco. Noi invece vediamo se riusciamo a trovare dell'acqua fresca, con tutte queste rocce ci sarà pure una sorgente. Alejandro era abituato a comandare e i suoi uomini erano abituati ad obbedire. Si conoscevano da tempo e avevano tutti piena fiducia nelle sue doti di condottiero. Era il capo indiscusso, l'amico fedele, il fratello maggiore e il padre severo. Era giusto e per questo lo seguivano.
 
Il campo fu pronto nel giro di pochi minuti. La legna secca raccolta aveva dato vita ad un focolare improvvisato. Acqua fresca era stata raccolta e patate arrostivano tra la cenere. Il cielo era diventato rosa e poi sempre più scuro. La notte scendeva fredda ma le tende li avrebbero riparati dall'umidità. Il giorno dopo sarebbero ripartiti nella direzione che Alejandro avrebbe loro indicato.
 
- Alejandro!
 
La voce era forte, sempre più forte, come se il lungo viaggio avesse accorciato la distanza che lo separava.
Le parole erano solo nella sua testa ma per lui era come se fossero reali. Risuonavano, consigliavano, ordinavano, aiutavano lui e la sua tribù. E non si poteva dubitare, tutto ciò che veniva lui detto subito si realizzava.
 
- Alejandro, non c'è più tempo! Domani mattina dovete riprendere il viaggio.
 
- Sarà fatto! Rispose nella sua mente. L'indomani mattina sarebbero ripartiti per il loro viaggio.
 
La notte passò veloce e serena come le notti di chi è stanco per il lungo cammino. senza sogni.
 
- Andiamo, dobbiamo riprendere il cammino! Disse Alejandro svegliando i suoi uomini. ritirate le tende e pronti a partire tra mezz'ora.
 
- Mario, prendi con te due uomini e fate provvista d'acqua per due giorni, non potremo fermarci più. Non c'è più tempo!
 
- Va bene Alejandro. Rico, Marcelo, prendete due otri a testa e venite con me. La piccola squadra si diresse verso la sorgente poco lontana.
 
Trenta minuti dopo tutti erano pronti. Gli uomini erano stanchi ma tutti sapevano che la loro missione doveva essere compiuta e solo Alejandro aveva la forza per farlo. Erano in viaggio da trenta giorni ormai ed erano vicini alla fine. Poi il ritorno, se ci fosse stato ritorno, sarebbe stato più tranquillo. Senza più fretta. Ma ora dovevano muoversi. Alejandro diceva che non c'era più tempo e nessuno metteva in dubbio la sua parola.
 
- Abbiamo ancora due giorni di viaggio ma non potremo fermarci. Mettetevi in tasca delle patate cotte ieri sera e prendete l'acqua che vi servirà per il viaggio. Prendete queste foglie. Quando sarete stanchi e penserete di non riuscire più ad andare avanti masticatene una. Solo in quel caso. Solo se proprio non riuscite ad andare oltre.
 
Alejandro si girò e cominciò a scendere sul lato opposto della montagna, verso la vallata verde che si apriva davanti a loro.
La strada non esisteva, veniva aperta passo dopo passo tra la vegetazione bassa e spinosa. Arbusti mai visti prima li circondavano, la vegetazione era lussureggiante nonostante l'altitudine.
 
Arrivò il mezzogiorno, arrivò la sera.
 
Alejandro non accennava a rallentare, mise in bocca l'unica patata che aveva tenuto per sè, la masticò con calma, ben sapendo che sarebbe stata l'ultima.
 
Arrivò la notte, arrivò la mattina.
 
I suoi uomini erano stanchi, li sentiva arrancare alle sue spalle, li sentiva affannarsi dietro il suo passo sicuro. sentiva le loro forze venir meno ma non poteva far niente per loro. Tutto ciò che era in suo potere era già stato fatto. Ora toccava a loro, ad ognuno di loro, cercare nel proprio essere le forze per arrivare alla fine. Lui non si sarebbe più fermato per nessun motivo e loro lo sapevano. Erano consapevoli dei rischi.
 
Arrivò il mezzogiorno, arrivò la sera.
 
- Mangiate le vostre patate, se ancora ne avete. Disse Alejandro alzando la voce per farsi sentire da tutti. Domani mattina all'alba saremo giunti alla meta e non vi serviranno più.
 
- Mangiatele ora e cercate di masticarle bene. Non possiamo ancora fermarci.
 
Ogni uomo aveva ricevuto quattro patate per gli ultimi due giorni di viaggio ma le avevano consumate tutte il primo giorno. non restava che l'erba che gli era stata data. Mario prese una foglia, la guardo riponendo in essa tutte le sue speranze e la portò in bocca masticandola lentamente, cercando di sentire ogni sfumatura del suo sapore. L'essenza degli olii che conteneva ebbero un effetto immediato sul suo spirito e sul suo corpo. Ora gli sembrava di avere le ali ai piedi. Non sentiva più la stanchezza. Sarebbe durato?
 
Arrivò la mezzanotte...
 
Mario crollò a terra. Non s'era accorto di niente. Il passaggio dalla vita alla morte era stato istantaneo. Non aveva sofferto e non si era accorto di niente. Gli altri lo scavalcarono senza fermarsi.
 
- Alejandro.... Mario è caduto. Disse Juan dal fondo della coda.
 
- Lo so, ma non possiamo fermarci ora, ci penseremo più tardi. Ora non possiamo fermarci. La voce era forte, come sempre. Solo un leggero tremolio tradiva il suo dispiacere. Ma non potevano far niente per lui. Se aveva preso la foglia non c'era più niente da fare.
 
- Mancano poche ore! Stringete i denti e andiamo avanti.
 
Erano le tre del mattino. Le stelle si allontanavano e la luce del sole mattutino cominciava ad intravvedersi di fronte a loro. Un tonfo annunciò la caduta di un altro dei suoi. Questa volta era toccato a Juan. Anche per lui il passaggio era stato istantaneo. Un istante prima pensava alla sua famiglia, alla giovane moglie che lo aspettava a casa. Al figlioletto Pablo, che un giorno avrebbe forse compiuto il suo stesso percorso. Poi, di colpo, il buoi. Il cuore era scoppiato istantaneamente.
 
Arrivò l'alba.
 
Alejandro proseguiva il suo viaggio. Da un'ora non sentiva più il rumore dei compagni dietro di se. Era rimasto solo. Solo... con la sua stanchezza e con le sue foglie d'erba nella tasca. Il sudore scorreva lungo la pelle. L'odore della sua pelle era forte, era l'odore della stanchezza, della tensione, della paura.
 
- Eccomi, stò arrivando...
 
Di fronte a lui il Borametz, immobile, lo fissava. Era appena spuntato dalla terra e i primi raggi del sole illuminavano la sua lana dorata.
 
- Perdonami Signore, sono arrivato solo io!
 
Disse rivolgendosi al Borametz. Estrasse il coltello sacro che gli fu consegnato tanti anni prima da suo padre che l'aveva ricevuto dal padre. Così era stato per generazioni e così sarebbe sempre stato, Borametz volendo!
 
- Fai ciò che devi! La voce, forte, era rimbombata nella sua testa.
 
- Fai ciò che devi! Ripeteva continuamente.
 
Il coltello brillò alto sulla sua testa, prima di calare sul Borametz con forza. Alejandro recise le quattro zampe con sicurezza, piangendo.
 
Sangue rosso ricoprì la terra a fecondare i semi del prossimo Borametz.
 
Alejandro raccolse il corpo del piccolo agnello vegetale, raccolse il liquido rosso come il sangue nel suo otre vuoto.
Accese un fuoco e arrostì il Borametz sotto la cenere. Poi lo mangiò e tornò indietro al villaggio. Solo... ora poteva pensare al futuro.
Ora era libero...
 
Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO